Viaggio nella Manchester del calcio: parte prima, Manchester City

Manchester_City.svgManchester City Football Club
Anno di fondazione: 1880
Nickname: the Citizens
Stadio: City of Manchester Stadium, Manchester M11
Capacità: 48.000

Oh, il Manchester City. Nelle declinazioni prevalenti in Italia, il “ManchesterCitydiMancinieBalotelli” (che fa da contraltare al “Manchester” e basta – ovvero lo United – come ripete sempre l’amico Roberto Gotta) o il “ManchesterCitydegliSceicchi”. Già, gli sceicchi, il cui denaro ha riempito le casse del club e inondato il mercato calcistico mondiale: il Manchester City attuale è frettolosamente bollato come una creazione dei petroldollari. Indubbiamente c’è del vero in tutto ciò, perchè gli Aguero, i Tevez, e compagnia senza soldi non sarebbero mai venuti a sostenere la causa Citizens. Ma il Manchester City va anche capito, compreso e studiato oltre l’attuale situazione di benessere economico; e va capito partendo da una data a parer nostro, il 30 Maggio 1999. Il City era sprofondato in League One, che allora era Second Division, ma la sostanza è quella: terza serie. Si giocava a Wembley, lo stadio che l’aveva visto protagonista di passati trionfi, la finale dei playoff promozione contro il Gillingham, che è sì l’unica squadra professionistica del Kent ma non esattamente il Barcelona, e nemmeno l’Atletico Madrid se per quello. Il Gillingham segna all’81’ e all’86’, e sembra finita. Kevin Horlock (altro che Yaya Tourè..) riapre partita e speranze al minuto ottantanove. Poi…poi, all’ultimo istante, il tiro preciso tra primo palo e traversa di Paul Dickov, che manda la partita ai supplementari e poi ai rigori, con il Man City che ne uscì trionfatore.

800px-Mcfc_stad_panoQuest’introduzione diversa dal solito, un po’ romantica e nostalgica serve a introdurre meglio la squadra staccandola dallo stereotipo attuale. Poi, sia chiaro, il Manchester City è squadra di tradizione e trofei, anche prima di Mansour, non una banda di sconosciuti catapultata all’improvviso sulla scena del calcio inglese; ma quel momento, peraltro accaduto pochi giorni dopo il trionfo leggendario dello United sul Bayern in Champions (‘sto vizio dei goal allo scadere…), è la base da cui partire. Il Manchester City nasce, con il nome di St Mark’s, nel 1880, quando l’omonima chiesa di West Gorton (sud-est di Manchester) decise che il calcio avrebbe potuto essere un’efficace strumento per la lotta contro alcolismo e violenza, due piaghe che affliggevano l’est di Manchester in particolare a causa dell’alto tasso di disoccupazione. Scopi umanitari in sostanza, secondo i due sostenitori dell’idea, William Beastow e Thomas Goodbehere, custodi della chiesa, e Anna Connell, che dell’idea fu la promotrice . Maglia nera e pantaloncini bianchi, il team sembrava essere molto “umanitario” anche in campo, nei confronti degli avversari soprattutto tanto che in quella stagione inaugurale il neonato club vinse una sola partita. Nel 1884 il St Marks si unì al Gorton Athletic, un’unione che durò pochi mesi prima che i due club si riseparassero, cambiando però entrambi nome: il St Mark’s divenne Gorton AFC, mentre l’Athletic divenne West Gorton Athletic.

St Mark’s

Nel 1887 il Gorton AFC fece il grande passo: il passaggio al  pofessionismo, che sottintende come facilmente intuibile il progressivo abbandono degli originari scopi e dell’originario spirito religioso. Si trasferì nel nuovo impianto di Hyde Road e cambiò nome in Ardwick AFC, praticamente sostituendo il nome di Gorton con quello del nuovo quartiere, situato sempre nella zona east della città. Proprio in prossimità di Hyde Road era situata una miniera, che nel 1889 fu teatro di un’esplosione che causò la morte di 23 minatori: Ardwick e Newton Heath (futuro Manchester United) giocarono per beneficienza una partita amichevole, in uno dei primi derby di Manchester. La sfida si ripropose, due anni dopo, nella finale della Manchester Cup: la vittoria dell’Ardwick fu alla base dell’accettazione del club in Football Alliance e, l’anno seguente quando la lega venne inglobata in Football League, della partecipazione alla Second Division, di cui divenne membro fondatore. Durante la stagione 1893/94 problemi finanziari portarono alla completa riorganizzazione del club che, anche nel tentativo di attrarre a se un maggior numero di spettatori, cambiò in tutto questo il proprio nome in Manchester City Football Club. Tra le prime mosse, l’acquisto di Billy Meredith, the Welsh Wizard, una delle prime stelle del calcio e, durante la settimana…minatore! (solo nel 1896 il City lo convinse che forse era meglio dedicarsi solamente al football).

Billy Meredith

L’arrivo di Meredith coincise con l’inizio della crescita del City, sia a livello di prestazioni, che culminarono con la promozione del 1899 in First Division, sia a livello di pubblico, con attendances che toccavano regolarmente le 20.000 unità. Il successo del club contribuì in qualche modo anche a rivitalizzare l’area est della città, realizzando in parte l’obbiettivo primario dei fondatori del St Mark’s; 20.000/30.000 persone arrivavano al Sabato ad Hyde Road a colorare e ravvivare il grigio e decadente distretto industriale. Come detto, nel 1899 venne centrata la promozione; e cinque anni più tardi, nel 1904, il Manchester City divenne il primo team della città a vincere un major trophy, la FA Cup, sconfiggendo per 1-0 (goal di Meredith) al Crystal Palace il Bolton Wanderers. Nella stessa stagione, il secondo posto in campionato portò il club a un passo dal double: il City avrebbe dovuto vincere l’ultima partita della stagione, al Villa Park, e invece ne uscì sconfitto, regalando di fatto il titolo al Newcastle United. Ma alla delusione si aggiunse lo sgomento, quando il capitano del Villa, Alec Leake, accusò dopo la partita Meredith di avergli promesso denaro in cambio del lasciapassare per la vittoria. Meredith venne ritenuto colpevole dalla FA (squalificato per un anno), e poichè il Manchester City si rifiutò di sostenerlo, il gallese accusò il club di pagamenti illeciti (nel 1901 la FA aveva stabilito un tetto di 4 sterline a settimana di stipendio): la FA a quel punto investigò anche sul City, anch’esso giudicato colpevole di aver violato la regolare sugli stipendi. Il manager Tom Maley venne sospeso a vita, il club multato di 250 sterline, diciassette giocatori ritenuti colpevoli il che portò il City a vedersi costretto a metterli, sostanzialmente, all’asta. Ne approfittò il Manchester United: il manager Mangnall acquistò così Meredith, Burgess, Turnbull e Bannister e, nel 1907/08, vincerà con loro in campo il titolo. Beffa delle beffe…

Fino alla scoppio della prima Guerra Mondiale, e in verità anche in seguito, il Manchester City vivacchiò in First, fatta eccezione per una stagione trascorsa in Second (1909/10) da cui tuttavia ottenne subito la promozione vincendo il campionato. Oscillava tra il terzo e il diciannovesimo posto (che causò appunto la retrocessione), senza particolari acuti nemmeno in coppa, fino al secondo posto della stagione 1920/21 che segnò il punto più alto del decennio 1910/11-1920/21. Va menzionata, però, almeno la coppia goal del tempo, formata da Tommy Bracewell e Horace Barnes, 242 goals segnati con la maglia azzurra del City (su cui torneremo come sempre alla fine del post). Il 1920 è un anno importante anche per un altro motivo: un incendio scoppiato ad Hyde Road e che distrusse la Main Stand portò infatti il club a considerare una nuova casa, casa che venne trovata nel Moss Side, zona sud della città. In realtà venne considerata sia la possibilità di dividere Old Trafford con i cugini dello United, sia di rimanere nell’east Manchester, a Belle Vue, ma in entrambi i casi problemi contrattuali (affitto nel primo caso, durata del contratto nel secondo) fecero optare il club per la costruzione del proprio stadio. La decisione di lasciare la casa naturale, l’est cittadino, portò il dirigente John Ayrton ad abbandonare il City e fondare il Manchester Central FC, club dalla breve vita che, nell’idea di Ayrton, avrebbe dovuto attrarre a se i tifosi dell’Eastlands che avevano “perso” il Man City. Il Central, che giocava proprio a Belle Vue, tentò anche l’accesso alla Football League, ma l’ostilità di City e United costrinse il club, dopo solo quattro stagione, alla scomparsa. Rimane tuttavia un interessante esperimento legato al rapporto club-comunità.

Maine Road

Il nuovo impianto nel Moss Side, che a questo punto tutti avranno capito essere Maine Road, venne inaugurato nel 1923. Nel 1926 il City raggiunse una nuova finale di FA Cup, sempre contro il Bolton Wanderers che, in questo caso, si impose sugli sky blues; delusione per la sconfitta che si fece più acuta con la retrocessione in seconda serie all’ultima giornata. In Second Division i Citizens rimasero due stagione, la prima conclusasi con la beffa subita dal Portsmouth (promosso per una miglior differenza reti nonostante una vittoria per 8-0 del City all’ultima giornata), la seconda con il trionfo e il primo posto finale. Si apriva un decennio di successi per il club, anche se, nel secondo di essi (il campionato 1936/37) alcuni protagonisti erano nel frattempo cambiati; comunque, tanto per ricordarne qualcuno: Matt Busby, sì, Sir Matt Busby, che giocò per City e Liverpool e allenò lo United, i casi del destino; Frank Swift, considerato uno dei grandi portieri inglesi e deceduto nel disastro di Monaco, nelle vesti di giornalista per il News of the World;  Sam Cowan, il capitano, che dalle mani del Re ricevette l’FA Cup 1934 (2-1 al Portsmouth) e che al Re disse, a proposito di Fred Tilson, altro protagonista di quegli anni e autore dei due goal della finale “This is Tilson, your Majesty. He’s playing today with two broken legs“, sottolineando così l’inclinazione all’infortunio del nostro. Dunque, il titolo 1936/37, l’FA Cup 1934, una finale l’anno precedente persa per 0-3 contro l’Everton. E poi…

E poi, nel 1937/38, da campione in carica, il Manchester City retrocesse (nonostante il miglior attacco del campionato, altra prova a sostegno della tesi che si vince con la difesa), la prima e finora unica squadra a completare questa dolce-amara doppietta. Lo scoppio della guerra sginificava che, alla ripresa delle competizioni, il City sarebbe dovuto ripartire dal secondo livello. La pratica fu sbrigata nella stagione 1946/47, la prima post-guerra, con la promozione raggiunta sotto la guida di Cowan, l’ex capitano divenuto manager (già da capitano, nell’epoca in cui i manager erano più amministrativi che tecnici, aveva dimostrato grandi doti di motivazione e di tattica). A questo punto apriamo una parentesi storico-calcistica-politica: Bert Trautmann (QUI un bel pezzo in italiano). Nel 1949 il City mise sotto contratto il portiere tedesco, fatto di per se non eccezionale, ma che lo era quattro anni dopo la guerra contro la Germania, anche per il fatto che Trautmann la Gran Bretagna l’aveva visitata da…prigioniero, avendo egli aderito al nazismo. Senza problemi, Trautmann ammise sia la giovanile simpatia per le (terribili) idee nazionalsocialiste, sia l’esperienza formativa di prigioniero in UK, che gli consentì di rovesciare i pregiudizi e le idee della propaganda tedesca su britannici ed ebrei. Nonostante questo, la firma di Trautmann suscitò proteste e dimostrazioni (e non di poco conto, visto che al grido “Off the Germans!” si unirono in 20/40 mila). Poi, come sempre, le prestazioni sul campo – eccezionali – del tedesco fecero dimenticare tutto, e ad oggi Trautmann (OBE, onoreficenza consessagli nel 2004) è ricordato come uno dei grandi portieri del suo tempo (calciatore dell’anno nel 1956, tra le altre cose) piuttosto che come un ex nazista pentito.

Trautmann

Oltre che Trautmann, dall’Europa continentale il City importò anche il “Revie plan”, sistema di gioco mutuato da quello degli ungheresi vincitori per 6-3 a Wembley e che prende il nome da Don Revie, la chiave di quel sistema. Manager Les McDowell. I frutti? Due finali di FA Cup, nel 1955 contro il Newcastle (sconfitta) e nel 1956 contro il Birmingham City, vittoria per 3-1. In campionato invece i risultati non furono ecclatanti (nel 1960/61 tra le altre fece la sua prima breve parentesi nel club Denis Law), anzi terribilmente decrescenti fino alla nuova retrocessione datata 1963, che aprì un periodo di tre stagioni in seconda divisione ma che fu il preludio al periodo di maggiori successi per la squadra, che iniziò con la nomina a manager di Joe Mercer, a cui fece seguito quella di Malcom Allison come suo assistente. Mercer ottenne subito la promozione, ma non solo: acquistò due giocatori su tutti, Mike Summerbee dallo Swindon Town e Colin Bell dal Bury (due passi da Manchester), a cui in seguito si aggiunse Francis Lee e che formeranno il cuore della squadra, oltre a diventare autentiche leggende dalle parti di Maine Road. Stando allo stesso Summerbee, andrebbe aggiunto anche Neil Young, come leggo su un programma del City che ho sottomano: “everybody refers to those days at the ‘Bell, Lee and Summerbee era, but it really should be the ‘Lee, Bell, Young and Summerbee’ era. He was like a ballet dancer, he was so graceful on a football pitch“.

Dopo la promozione, arrivò il titolo nel 1967/68: fu all’inizio – tribolato – di questa stagione che venne firmato Francis Lee. Il City mise del tempo per ingranare, e nonostante tutto arrivò all’ultima partita della stagione a pari merito con i cugini, e campioni in carica, dello United: il City giocava a Newcastle, e necessitava di una vittoria, i Red Devils in casa contro il Sunderland. La storia che si ripete, se pensiamo allo scorso Maggio (stessa situazione, stesso avversario per il Man Utd), e se pensiamo che il City vinse 4-3, di un soffio insomma. Il titolo fu seguito da una deludente campagna europea, ma tra i confini d’Albione dalla vittoria in FA Cup, in finale contro il Leicester City (1-0, Young), che quindi apriva nuovamente le porte dell’Europa nonostante il tredicesimo posto finale in campionato. E questa volta l’avventura europea fu un trionfo, visto che nella finale del Prater di Vienna di Coppa delle Coppe il City sconfisse 2-1 (Young, Lee) i polacchi del Gornik, mettendo in bacheca l’alloro europeo mancante. Mancava anche la League Cup, che nella stessa stagione venne vinta contro il West Bromwich Albion. Una semifinale di Coppa delle Coppe l’anno successivo e il quarto posto del 1971/72 calarono il sipario sull’era Mercer/Allison. Soprattutto il quarto posto del ’72 fu controverso: le operazioni, condotte fin lì perfettamente anche da Allison (Mercer era divenuto General Manager, nonostante mantenesse lui il controllo della squadra il suo vice guadagnò spazio e visibilità), portarono il City ad accumulare quattro punti di vantaggio a Marzo, che nell’era dei due punti era un discreto tesoretto. Cosa successe? A detta di tutti, l’acquisto di Marsh, sì Rodney Marsh, fu la causa della disfatta; pur talentuosissimo, la presenza di Marsh, tatticamente indisciplinabile, ruppe la perfezione degli schemi di Allison. Lo stesso Marsh è tuttoggi rammaricato: “I have to hold my hands up – I cost Manchester City the 1972 league championship”.

Il City 1970, Coppa delle Coppe e Coppa di Lega

A questo punto, la dirigenza ritenne che si dovesse scegliere tra Mercer e Allison, e scelse il secondo, come affermerà il presidente di allora, Peter Swales. A Mercer, in modo quantomeno discutibile, venne rimosso il nome dalla porta dell’ufficio nonchè il posto auto, modo subdolo per invitarlo a lasciare il club, cosa che Mercer fece direzione Coventry City. Allison durò poco però sulla panchina del City, dimettendosi a metà della stagione 1972/73, sostituito dal capitano Johnny Hart, che riuscì a salvare la squadra. La stagione successiva vide Tony Book, anch’egli ex capitano del club, prendere in mano le redini; durante il suo regno il City, oltre al famoso “Denis Law game” di cui abbiamo parlato nella presentazione del viaggio e che costò allo United la retrocessione, conseguì un secondo posto (un solo punto dietro al Liverpool, 1976/77) e una Coppa di Lega, nel 1976 contro il Newcastle United. Lasciarono il club Summerbee e Lee, mentre Denis Law, tornato nel 1973, si ritirò dopo appena una stagione e quella famosa partita. A Book seguì il ritorno di Allison, che coincise con l’inizio del declino; dopo una stagione venne licenziato.

John Bond fu il sostituto designato di Allison, e riuscì quasi nell’impresa di regalare al club un successo in FA Cup, se non fosse stato per il Tottenham e Ricky Villa, che nel replay della finale si inventò una doppietta risolutiva (1981). Al termine della stagione 1982/83 il City tornò a conoscere il sapore della Second Division, dove rimase due anni, ma in cui tornò nuovamente al termine della stagione 1986/87. Fu Mel Machin a condurre nuovamente i Citizens in First Division, anche se durante la prima stagione in massima serie venne licenziato, con la squadra in piena lotta per salvarsi, e sostituito da Howard Kendall, il direttore dell’orchestra Everton che tanto successo riscosse negli anni ’80. Kendall archiviò la salvezza, ma ripartì presto in direzione Merseyside, lasciando vacante la panchina del Maine Road su cui si sedette il giovane Peter Reid. Reid, centrocampista di 34 anni e futuro manager di lungo corso del Sunderland, portò il City a due rispettabilissimi e sorprendenti quinti posti finali, nonchè a un nono posto nella prima stagione di Premier League. Tuttavia, all’inizio della stagione 1993/94 perse il posto in favore di Brian Horton, con la squadra però che scivolava pericolosamente verso le parti basse della classifica. Un sedicesimo e un diciassettesimo posto costarono il lavoro a Horton, ma il sostituto, Alan Ball, fece peggio e, al termine della stagione 1995/96 il City retrocesse.

Paul Dickov segna contro il Gillingham (1999)

La seconda metà degli anni ’90 rappresenta il punto più basso nella storia della parte blu di Manchester, che nel 1998/99 conobbe per la prima volta (e ultima) il baratro della terza serie del calcio inglese. La memorabile finale dei playoff con cui abbiamo aperto il post è il coronamento di una stagione più difficile di quanto ci si aspettasse (il City era largamente favorito per la promozione diretta); i nuovi eroi non si chiamavano più Lee, Bell o Summerbee, ma Goater, Dickov, Horlock, Weaver. In panchina Joe Royle, che condusse la squadra alla promozione in back-to-back: dopo quella in Division One, quella in Premier League, in cui tuttavia i Citizens rimasero una sola stagione e Royle fu così licenziato e sostituito da Kevin Keegan. The King stravinse il campionato di seconda serie, l’ultimo ad oggi del Manchester City che da allora rimane stabilmente in Premier. Nel frattempo, la costruzione del City of Manchester Stadium per i giochi del Commonwealth del 2002 significò l’abbandono di Maine Road, che chiuse i battenti nel 2003; il nuovo stadio vedeva così il ritorno del City nell’est cittadino dopo 80 anni nel Moss Side.

Gli anni di Keegan, a cui fecero seguito quelli di Pearce, videro il Manchester City stabilizzarsi in Premier, senza grandi acuti ma senza nemmeno i clamorosi tonfi a cui aveva abituato i propri tifosi. Qualche sussulto si ebbe nel 2007/08, quando l’ex primo ministro della Thailandia Thaksin Shinawatra divenne proprietario del club (in panchina Sven-Goran Eriksson), un’esperienza conclusa sull’orlo del fallimento personale, che lo portò a cedere in fretta e furia il club al gruppo di Abu Dhabi Abu Dhabi United Group, presieduto dallo sceicco Mansour, nome ormai noto tra gli appassionati di calcio, che mise alla guida del club Khadoon Al-Mubarak, il distinto signore che, occhiali sul naso, vedete spesso alle partite del City. Storia recente, con Mark Hughes, gli investimenti dapprima infruttuosi, l’arrivo di Roberto Mancini e la vittoria in FA Cup e Premier League, e su cui non ci soffermeremo, se non per ri-sottolineare come dopo questa operazione il City sia divenuto l’emblema del “calcio degli sceicchi”, precursore di una serie di altri club europei (Malaga, Paris St Germain su tutti) che hanno invaso di petroldollari il mercato europeo. Ma come detto, questa storia serve anche a scindere quest’immagine più o meno stereotipata del City e ricollegarla con l’essenza stessa dell’essere Citizens, di Bell Lee e Summerbee, delle maglie azzurre, del goal di Dickov nel 1999.

Il logo utilizzato dagli anni ’70 al 1997

Le maglie, appunto. La prima, usata dal St Mark’s/Gorton, era completamente nera, con la croce di malta bianca sul petto. Con la nascita dell’Ardwick i colori divennero bianco-blu, un blu acceso, che a righe verticali fecero la loro comparsa nel 1887, sostituiti poi da una maglia metà bianca/metà azzurra e da una bianca con pantaloncini blu scuro. Con il cambio di nome in Manchester City (1894), i colori divennero l’azzurro per la maglia e il bianco per i pantaloncini, colori che accompagneranno sempre il club da quel momento in poi. Calzettoni blu, ma che nel tempo videro anche la comparsa di risvolti marrone/amaranto, colore che in questa stagione compare sulla maglia da trasferta. Maglia da trasferta i cui colori classici, il rosso/nero a righe, furono ispirati a Malcolm Allison dal Milan, il Milan del paron Rocco e di Gianni Rivera. Una curosità che ci sembrava giusto sottolineare. Per quanto riguarda lo stemma invece, il primo di cui abbiamo notizie è quello dell’Ardwick, che dal 1887 al 1894 mise in mostra uno scudo con le iniziali AAFC (Ardwick Association Football Club). Dal 1894 al 1964 lo stemma cittadino, con la nave dello Ship Canal e le strisce diagonali rosso/oro simbolo della famiglia Grelley; questi due emblemi vennero mantenuti nel successivo stemma, circondati però dalla scritta “Manchester City Football Club”. Dagli anni ’70 il logo venne modificato sostituendo le strisce dei Grelley con la rosa rossa del Lancashire, contea d’appartenenza di Manchester prima della creazione della “Greater Manchester”, e rimase tale fino al 1997 quando venne introdotto quello attuale. Un’aquila, tra i simboli di Manchester, ha al suo centro lo scudo rappresentante la solita nave e le righe, questa volta simbolo dei tre fiumi cittadini (Irwell, Irk, Medlock), il tutto corredato dal motto “superbia in proelio” (orgoglio in battaglia) e da tre stelle che non significano nulla, ma che secondo gli ideatori del logo gli avrebbero dato un profumo più europeo. Sarà…se non altro dal maggio scorso le tre stelle possono essere lette come i tre titoli vinti dal City (le stelle in Inghilterra vengono usate senza una regola precisa, c’è chi le ha per la Coppa dei Campioni – Aston Villa, Nottingham Forest – chi per la FA Cup – Bradford City, chi per altri trofei).

Come detto nella presentazione del viaggio a Manchester, lo stereotipo del tifoso City e il vero Mancunian, e i fatti in parte danno ragione a questo ideale diffuso. Con la crescita recente del club è però legittimo (purtroppo, ma questa è opinione soggettiva di chi non tollera i “glory hunters”) aspettarsi una rapida ascesa del numero dei tifosi, sia nel Regno Unito sia soprattutto all’estero (e qui è già più comprensibile, visto che per noi che viviamo lontano dall’UK non esiste un “local team”). Tifosi famosi per “Blue Moon”, canzone di Richard Rodgers e Lorenzo Hart del 1934 che è diventata l’inno del club e che viene cantata prima di ogni partita, e da due anni per il “Poznan”, un’esultanza con la schiena rivolta al terreno di gioco che i supporters del City hanno copiato da quelli del Lech Poznan, incontrati in nell’edizione di Europa League di quella stagione. Arrivare al City of Manchester (che ora per ragioni di sponsor si chiama Etihad Stadium), con la metropolitana leggera in fase di costruzione, è consigliato farlo in taxi, ma il tragitto a piedi dal centro di Manchester è raccomandato, avrete una maggiore percezione della realtà urbanistica cittadina oltre che l’esperienza di camminare con i tifosi Citizens.

Aguero regala il titolo 2012 al City

Trofei

  • First Division/Premier League: 1936/37, 1967/68, 2011/12
  • F.A. Cup: 1904, 1934, 1956, 1969, 2011
  • League Cup: 1970, 1976
  • F.A. Charity/Community Shield: 1937, 1968, 1972, 2012
  • Coppa delle Coppe: 1970

Records

  • Maggior numero di spettatori: 84.569 v Stoke City (3 Marzo 1934, l’affluenza più alta nella storia per un club inglese)
  • Maggior numero di presenze in campionato: 564, Alan Oakes
  • Maggior numero di reti in campionato: 158, Eric Brook e Tommy Johnson

 

3 thoughts on “Viaggio nella Manchester del calcio: parte prima, Manchester City

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