Blogger on the road: Marco a Londra

E’ strano come si viene travolti dalle passioni. Specialmente se la cosa di cui ti appassioni è stata, per anni, a portata di mano, ma non ha ricevuto attenzioni superiori a quello che può essere definito come un “timido interesse”.

Quella “passione”; come avrete sicuramente intuito, è il calcio inglese. Ricordo vagamenti quei sabato pomeriggio di metà/fine anni ’90, quando, facendo zapping sull’allora Tele+ (i miei parenti, io neanche mi avvicinavo al telecomando), capitava di trovare una partita in diretta di Premiership. Ricordo vagamente il gioco maschio, la grande atmosfera (e si che all’epoca anche dalle nostre parti c’erano alcuni stadi niente male) e i nomi di questi giocatori e queste squadre che ogni tanto ritornavano. Tottenham Hotspur, Chelsea (non vi sto a dire come pronunciavo il nome dei Blues da piccolo….), Manchester United. Ogni tanto spuntava qualche squadra di cui non avevo mai sentito parlare (Manchester City, West Ham). Insomma, piano piano prendevo familiarità con squadre e calciatori di un mondo che mi sembrava così lontano e misterioso. Insomma, un interesse, timido come dicevo, ma che c’era. Ho ricordi di alcune partite, in particolar modo le sempre affascinanti finali a Wembley (per uno strano scherzo del destino, ricordo benissimo il gol di Woodgate nel primo tempo supplementare della finale di Coppa di Lega del 2008).

Diceva Nick Hornby che la maggior parte degli eventi veramente importanti della nostra vita, semplicemente, ci capitano, mentre sono veramente pochi quelli che noi scegliamo volontariamente di affrontare. E così, mentre il Tottenham si preparava a scendere in campo contro il West Brom in un freddo giorno di inizio 2012, una conversazione su Twitter con Cris e Pierpaolo mi da l’occasione di andare a Londra, che ovviamente colgo al volo. Non mi dilungo ulteriormente su quel viaggio e su tutte le peripezie ad esso relative perché c’è già un articolo a riguardo e, soprattutto, perché vi starete già addormentando.

Questa lunga introduzione serve a spiegare cosa mi abbia spinto, istintivamente, durante la prenotazione di un biglietto Easyjet per Londra datato 7 Novembre (giorno di Chelsea-Shakthar Donetsk), a pensare: “Vediamo se Martedì 6 c’è un turno infrasettimanale di Football League”. Detto fatto, il viaggio si allunga di un giorno. Non ho ancora deciso la partita da andare a vedere, ma non importa: c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Nelle lunghe settimane prima del viaggio (prenoto con quasi 2 mesi di anticipo!) la scelta ricade su Charlton-Cardiff, e devo dire che non mi è andata male. Ma andiamo con ordine.

Da buon abitudinario, prendo l’albergo a Shepherd’s Bush, ad un centinaio di metri dell’alloggio del viaggio precedente. Dopo un volo di un paio di ore, è finalmente Londra.

E’ davvero bello il tragitto in treno da Gatwick a London Victoria, con Selhurst Park che ti da il benvenuto nella Londra del calcio e la Battersea Power Station che ti avverte che sei quasi arrivato a Victoria.

Battersea Power Station. Guardando bene, dovreste scorgere un maiale volante.

Dopo una breve sosta in albergo, segue una altrettanto breve visita a Loftus Road. Causa pioggia e fame terrificante (sono le 16 e ancora devo addentare qualcosa) ne approfitto giusto per fare un giretto allo store ufficiale della squadra. Passando davanti agli studi della BBC, noto tantissime persone nei pressi dell’ingresso: probabilmente ci si sta preparando per la lunga notte elettorale americana.

Dopo un pranzo veloce veloce, è tempo di posare il merchandising in stanza e partire alla volta di The Valley. Da Hammersmith è un po’ lunghetta (due linee di metropolitana più una corsa in bus) ma i collegamenti londinesi sono fantastici. La corsa sul Tube termina a North Greenwich, proprio sotto la O2 Arena (North Greenwich Arena durante le recenti Olimpiadi) all’interno della quale si stanno svolgendo le finali ATP (cosa tra l’altro “suggerita” da una gigantografia del tennista Murray presente proprio in stazione). Ovviamente, nonostante l’evento sia in pieno svolgimento e richiami un numero elevato di spettatori, non si registra il minimo disagio.

North Greenwich Arena.

Dopo qualche fermata in bus, è tempo di scendere. E’ buio, ma basta chiedere informazioni ad uno dei membri delle forze dell’ordine presenti per ricevere indicazioni. E dopo una brevissima camminata in mezzo ai palazzi, si arriva a The Valley.

The Valley è stupendo. Si fanno i biglietti in tranquillità, un giro allo store (la cui commessa, con la quale scambio due chiacchiere sulla forma recente di Charlton e Cardiff, mi è rimasta nel cuore) e poi via, si entra, in West Stand Lower. Dopo una birra di ordinanza (servita in un bicchierone con lo stemma del Charlton), è tempo di salire la scalette e prendere posto. E che posto! Proprio dietro alla panchina degli ospiti, con una bellissima visuale di tutto il terreno di gioco.

L’atmosfera è veramente quella di una partita di quartiere. I tifosi sono veramente calorosi e danno l’impressione di essere pronti a tutto per il loro Charlton (cosa che hanno già dimostrato di volere e potere fare in passato). C’è anche un buon numero di tifosi del Cardiff, tutti rigorosamente di blu vestiti, giunti non solo dalla capitale gallese ma, come dimostrano alcune bandiere, anche dall’Inghilterra stessa. A pochissimi minuti dal fischio d’inizio la Covered End, cuore pulsante del tifo made in Charlton, si riempie. Aiutati dai tamburi, saranno fantastici per tutta la serata.

Mentre aspetto l’inizio della partita, ne approfitto per condividere qualche foto sugli immancabili social network. Cris e Pierpaolo la prendono sportivamente, mandandomi messaggi pieni di affetto e senza la minima traccia di invidia (lo so lo so, non ci credete nemmeno voi….e fate bene!). Non vi dico cosa siano riusciti a scrivermi durante e dopo la partita. Perché? Perché assisto probabilmente alla miglior gara che mi sia mai capitato di vedere dal vivo.

I Bluebirds (che riesco a vedere nei loro colori originali) partono fortissimo: dopo solo 4 minuti Helguson la mette dentro, eguagliato 20 minuti dopo da Mason. Tutto sembra far pensare ad una vittoria dei gallesi, sconfitti nell’ultimo turno, ma saldamente piantati ai piani alti della classifica, mentre il Charlton è verosimilmente condannato ad una dura lotta per la salvezza. Eppure, qualcosa cambia. Al 39esimo del primo tempo, il capitano degli Addicks Johnnie Jackson mette a segno un bel gol dal limite dell’area dopo un’uscita insicura di David Marshall. Dopo soli 5 minuti di nuovo Jackson, questa volta di testa su corner, riesce ad insaccare mandando le squadre al riposo sul 2-2, risultato impensabile dopo i 20 minuti iniziali.

The Valley

Al rientro in campo il Charlton va a segno altre tre volte. Prima con Stephens (al 54esimo), poi con Haynes (al 59esimo) ed infine con Hulse (al 65esimo). Ad ogni gol, The Valley esplode e al 5-2 l’atmosfera tocca vette inimmaginabili: raramente mi è capitato di vedere una rimonta simile. Il Cardiff, però, è considerato fra i favoriti per la promozione non per caso, e non si da per vinto. Inizialmente (e comprensibilmente, vista la clamorosa rimonta subita) i gallesi sembrano tramortiti e non riescono più a rendersi pericolosi. Ma quando l’arbitro, inspiegabilmente, decide di assegnare ben 6 minuti di recupero, la musica cambia. Allo scoccare del 90esimo Craig Noone, dopo una bella azione di squadra, insacca scartando il portiere degli Addicks. Quattro minuti dopo Gunnarsson va a segno a sua volta portando la sfida sul 5-4 e regalando ai tifosi del Charlton 2 minuti finali di vera passione. Ma nonostante un paio di mischie in area veramente spaventose ed un tiro al 96esimo di Noone passato ad un soffio dall’incrocio dei pali col portiere battuto, i londinesi riescono a salvarsi e a portare a casa una insperata quanto spettacolare vittoria.

Il ritorno in albergo segue il medesimo percorso dell’andata, ovviamente al contrario. Sul bus preso per tornare a North Greenwich ascolto due signori che discutono della partita appena vista. Uno di loro sostiene che “this is the best division of English football”. Dopo la gara di stasera, difficile dargli torto.

Sam Bartram, leggenda del Charlton

Il giorno dopo la sveglia suona presto, ma per un buon motivo: devo fare un salto a Londra nord. Motivo? Una rilassante visita all’Emirates Stadium.

Da Hammersmith si arriva con una ventina di minuti col Tube, senza bisogno di cambiare Il primo impatto è sicuramente d’effetto: dietro alle casette che ti accolgono all’uscita dalla fermata Arsenal, spunta l’imponente struttura dello stadio. Di sicuro impatto la gigantografia posta sulla facciata, con giocatori di varie epoche abbracciati simbolicamente come dopo un gol. Il vantaggio di questo tour organizzato dall’Arsenal è quello di essere, a tutti gli effetti, liberi di vagare per le varie zone dello stadio, con la possibilità di avere dettagli sulla zona in cui ci si trova grazie all’audioguida fornita all’entrata. Lo stadio è bellissimo. Consiglio a tutti di farci un salto perché sono soldi ottimamente spesi. Mi hanno colpito in particolar modo il prato, veramente fantastico, lo spogliatoio dell’Arsenal, semplice e moderno allo stesso tempo, il fantastico panorama del Directors Club con le sue fantastiche poltrone e la comodità delle panchine. Inoltre, sparsi per lo stadio ci sono vari cimeli della storia dei Gunners, fra coppe, busti, foto d’epoca, doni ricevuti dalle altre squadre (molti dei quali ricevuti da squadre spagnole) e altro ancora.

L’interno dell’Emirates Stadium

Il tour include l’accesso al Museo dell’Arsenal, situato di fianco allo stadio. Anche qui, si sprecano i cimeli (ovviamente, essendo un museo). Personalmente, è stato emozionante poter vedere gli scarpini con cui Michael Thomas ha segnato il gol decisivo ad Anfield, così come un programma di Arsenal-Reading giocata in periodo di guerra con le istruzioni per gli spettatori in caso di raid aereo dell’esercito tedesco. C’è persino un gagliardetto del Thun, squadra svizzera affrontata dall’Arsenal nella Champions League 2005/2006 (per chi non lo sapesse, sono un appassionato di calcio svizzero) alla quale aveva partecipato grazie ai gol di Mauro Lustrinelli, che i più attenti ricorderanno con la Svizzera a Germania 2006, oltre che per lo storico gol segnato contro l’Ajax proprio in quell’edizione della massima competizione europea per club.

“Il più grande momento in assoluto” (cit.)

Dopo la visita al museo, è tempo di mangiare qualcosa per poi andare a fare la visita di rito a Lillywhites, dove finalmente riesco a fare mie due maglie che cercavo da tempo: quella del 1984 del Newcastle e quella del 1999 del Manchester United in versione speciale indossata nella storica finale di Barcellona. C’è tempo anche per una visita a Westminster e le altre zone di rilievo del centro di Londra per poi andare verso Stamford Bridge.

Dopo una breve corsa sul Tube, pieno come un uovo, le insegne luminose di Fulham Broadway mi fanno sentire di nuovo a casa. Fulham Road già pullula di tifosi e i ristoranti sono strapieni. Fortunamente trovo posto da Pret-A-Manger e con poche sterline riesco a cenare. Dopo il giro rituale al Chelsea Megastore (pienissimo, una cosa impressionante) dove faccio mia la terza maglia dei Blues e una sciarpa celebrativa della partita, è tempo di entrare e prendere posto in West Stand Upper.

Matthew Harding Stand

Matthew Harding Stand

Nel pre-partita viene consegnata a Fernando Torres la Scarpa D’Oro conquistata ai recenti Campionati Europei e, sebbene l’evento sia accolto dagli applausi del pubblico, noto un’atmosfera molto più tiepida nei confronti dell’attaccante spagnolo rispetto ai deliri mistici osservati in occasione di Chelsea-Leicester di qualche mese fa. Non sono mancate critiche (giustificatissime) dagli spalti e nessun coro è stato fatto per sostenere El Niño durante la partita.

Curiosamente, è proprio Fernando Torres ad aprire le marcature al sesto minuto dopo un clamoroso svarione del portiere ucraino Pyatov, che gli rinvia il pallone addosso. E’ il terzo gol di Torres che vedo dal vivo in due partite: non sono in molti a poter dire lo stesso, di questi tempi. La festa di Stamford Bridge dura veramente poco perché dopo soli tre minuti il talentuoso Willian pareggia i conti depositando in rete dopo un invitante cross di Fernandinho. Il pareggio da il via ad un ottimo momento per gli ucraini che sfiorano più volte il vantaggio. E’ però il Chelsea a finire il primo tempo in vantaggio: Pyatov esce dalla propria area per anticipare un lancio lungo di Mata, ma il suo colpo di testa finisce sui piedi di Oscar che dalla grande distanza tenta il colpaccio: la palla entra e il pubblico dei Blues esplode.

Si va al riposo sul 2-1, quindi, ma anche in questo caso la festa dura poco: dopo due minuti dall’inizio della ripresa, di nuovo Willian trova il gol per lo Shakhtar. Il secondo tempo quindi riprende il tema del primo: occasioni da tutte e due le parti, ma Shakhtar più pericoloso, specialmente sulle fasce dove Bertrand appare in grande difficoltà. Dopo un paio di occasioni clamorose per gli ucraini e un gol giustamente annullato a Mikel, arriva l’inaspettato gol di Moses a tempo scaduto. Il colpo di testa del ragazzo di Croydon si insacca nella porta di Pyatov sotto la Matthew Harding Stand, e questa volta non c’è più tempo per un pareggio dello Shakhtar: è 3-2 e la festa può finalmente avere inizio.

Il deflusso dallo stadio è quindi quello splendido dopo una vittoria. Cori, allegria e tutti verso il Tube per tornare a casa. Personalmente, viste le esperienze passate, mi fermo a Fulham Broadway per un cioccolato caldo così da evitare il caos per prendere il Tube. Mentre sorseggio la provvidenziale bevanda calda, un anziano signore mi dice “E chi dorme stanotte?”. Come non essere d’accordo.

L'uscita da Stamford Bridge

L’uscita da Stamford Bridge

Purtroppo, invece, mi tocca dormire perché il giorno dopo è già tempo di tornare a casa. Non mi era mai capitato di tornare così presto in una città straniera e, anzi, sarei voluto tornare subito dopo il mio viaggio a Marzo con Cris e Pierpaolo. Questo è l’effetto di Londra, quello che tutti coloro che hanno visitato la capitale britannica conoscono. E ogni volta nuove emozioni. Difficilmente dimenticherò The Valley e la storica rimonta del Charlton, Stamford Bridge ed il gol di Moses. E ovviamente, sto già pianificando il prossimo viaggio. Alla prossima!

One thought on “Blogger on the road: Marco a Londra

  1. Il Tour di Emirates è veramente bello, e personalmente quando sono andato io ho beccato per puro caso il Legends Tour, dove a farmi da guida c’era John Radford in persona! Ho pagato di più ma ne è valsa la pena, sentire Radford che raccontava gli aneddoti del mitico Arsenal del ’71 è stato fantastico!

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