Campioni per dieci giorni. L’irripetibile stagione 1975/76 del QPR

La storia incompiuta forse per eccellenza del calcio inglese. Una squadra se vogliamo piccola, con un solo trofeo in una bacheca poverissima; una squadra che gioca un calcio piacevole, attraente, seducente, che forse è la parola migliore per descriverlo; una squadra che, sul traguardo, giunge un secondo in ritardo rispetto al vincitore, o meglio un punto, un vincitore forte che si appresta da quel momento in avanti a diventare potente. Gli ingredienti ci sono tutti per la classica favola che si interrompe sul più bello, lasciando quel retrogusto amaro e romantico allo stesso tempo nella bocca dei protagonisti,  ben consci dell’irripetibilità di quell’insieme di fattori. La Londra Ovest, con le sue tipiche villette e la sua quiete residenziale ne è la scenografia, gli anni ’70 con le loro mode e le loro icone il contenitore, il Queens Park Rangers il protagonista della storia che raccontiamo oggi. Quella della stagione 1975/76.

La squadra al completo

Quel QPR era una squadra che più o meno tutti in Inghilterra avevano nel cuore. I motivi sono semplici da spiegare: bel gioco, un talento favoloso e ribelle in campo (Stan Bowles), una squadra costruita a poco a poco (ottenne la promozione solamente due stagioni prima), quel fascino irrazionale che esercitavano le divise da gioco bianche e blu. Una squadra molto anni ’70. “Everyone says QPR were their second-favourite team at that time, a nice, family club” dirà in seguito Gerry Francis, che di quei Rangers era il capitano e l’anima (nato a Chiswick, borough di Hounslow, Londra ovest), riassumendo così un pensiero piuttosto diffuso. Se Francis era il capitano, la stella indiscussa e indiscutibile di quella squadra era appunto Stanley Bowles, di cui abbiamo parlato qui su EFS. Stan the Man, un mito dentro e fuori dal campo, icona fashion del calciatore ribelle anni ’70, i cui eccessi dovevano andare obbligatoriamente di pari passo al talento, che quando si trovò a dover ereditare la maglia numero 10 di Rodney Marsh, l’altro mito “Hoops”, a chi gli chiedeva se sentisse la pressione di tale eredità rispose con un indelebile “Marsh chi?”. Poi il vizietto del gioco, ma questa è altra storia. In panchina Dave Sexton, un ottimo passato al Chelsea.

Qualsiasi racconto che leggerete o che avete letto di quella stagione magica e maledetta allo stesso tempo comincia dalla fine. 17 Aprile 1976, la data che nessun tifoso Hoops ricorderà mai con piacere. Si giocava a Carrow Road, Norwich, nella tranquilla e bucolica East Anglia, terzultima giornata di campionato, e il QPR non poteva fallire la vittoria. Era reduce da una marcia irresistibile, fatta di 11 vittorie e un pareggio (contro lo Sheffield United fanalino di coda), in un testa-a-testa con il Liverpool che teneva con il fiato sospeso tutti gli appassionati, schierati più o meno palesemente con i ragazzi di Sexton. Quel Sabato, però, la speranza di una zona intera di Londra, la stessa zona, west London, di cui era figlio Francis, la stessa zona e quartiere che per mesi aveva applaudito i suoi eroi in bianco e blu credendo di essersi finalmente fatta calcisticamente grande, fu spazzata via dalle maglie gialle dei Canaries. 3-2 finale, ma sull’1-1 il Norwich andò a segno due volte, e solo l’autorete di Powell accorciò le distanze, inutilmente. Una partita nervosa e giocata a ritmi forsennati, con quache incidente sugli spalti in puro stile seventies. I tifosi che da White City e dintorni fecero la trasferta fino a Carrow Road, tornarono con un pugno di lacrime. Perchè nel frattempo il Liverpool, un punto sotto al QPR, vinse, e nell’era dei due punti a partita scavalcò di un nulla i Rangers in testa alla classifica, ma quanto bastava per strappargli di mano un titolo che sembrava alla portata. Liverpool 56, Queens Park Rangers 55, con due partite da giocare.

Gerry Francis, capitano e centrocampista di grande qualità

Riavvolgiamo a questo punto il nastro. La stagione era cominciata, ironia della sorte, con il Liverpool di scena a Loftus Road. Non ci fu storia, ma differentemente da quanto si potesse anche solo immaginare non ci fu storia per gli uomini di Paisley. Gerry Francis, autore di una prestazione sontuosa quel giorno, e Michael “Mick” Leach firmarono il 2-0 per la gioia dei 27.113 che quel giorno affollavano l’impianto di South Africa Road e che videro per la prima volta trionfare i loro beniamini sui Reds, i Reds di cui Shankly aveva cominciato a plasmarne il mito prima di tramandare il verbo al prediletto Paisley, che completò magistralmente l’opera (come vedremo a breve nella puntata del nostro viaggio dedicata al Liverpool).  Dopo un pareggio casalingo contro l’Aston Villa, i Rangers nella terza giornata erano di scena al (bellissimo) Baseball Ground di Derby, che oltre alla bellezza in quella stagione aveva anche l’onore di ospitare le partite casalinghe dei campioni d’Inghilterra in carica. Il Queens Park Rangers, dopo la vittoria sul Liverpool che aveva iniziato a far mormorare di loro, balzò alle cronache sportive quel giorno, quando una tripletta di Bowles e le reti di Thomas e Clement diedero ai ragazzi di Sexton un 5-1 che aveva del clamoroso. Anche se fu tutto sommato regolare durante l’arco della stagione, con un unico brutto periodo di forma tra Dicembre e Gennaio, quella squadra esprimerà però il meglio di se stessa nel già citato rush finale, 11 vittorie e 1 pareggio prima di quella trasferta, maledetta, a Norwich. Aston Villa (A) 2-0, Wolves (H) 4-2, Tottenham (A) 3-0, Ipswich Town (H) 3-1, Leicester City (A) 1-0, il già menzionato pareggio contro lo Sheffield United, Coventry City (H) 4-1, Everton (A) 2-0, Stoke City (A) 1-0, Manchester City (H) 1-0, Newcastle United (A) 2-1, Middlesbrough (H) 4-2. Le magnifiche 11 (+1).

Due giorni dopo Carrow Road, il QPR ospitava a Loftus Road una versione piuttosto mediocre dell’Arsenal, con però addosso ancora le scorie della sconfitta nel Norfolk. Davanti a 30.362 west londoners, un rigore di Francis e una rete del veterano (ed ex Gunner) McLintock scacciarono i brutti pensieri, tenendo ancora accesa la fiammella della speranza, flebile dato che il Liverpool spazzò via il Manchester City per 3-0 mantenendo la vetta. Era tutto rimandato all’ultima giornata, in cui il QPR avrebbe ospitato il Leeds a Loftus Road, mentre il Liverpool sarebbe andato a Wolverhampton, con i Wolves ancora in gioco per una salvezza che tuttavia dipendeva anche dal Birmingham City: una vittoria/pareggio dei Brummies avrebbe condannato i Wolves indipendentemente dal loro risultato. Il 24 Aprile 1976, davanti a 31.002 spettatori (record stagionale), il Leeds scese in campo a Loftus; dopo un primo tempo teso e difficile Thomas e Bowles segnarono le due reti che proiettarono virtualmente in testa il QPR. Virtualmente, perchè a causa degli impegni europei i Reds sarebbero andati in scena al Molineux solo il 4 Maggio, ben dieci giorni dopo l’ultima partita del QPR; lo stesso giorno, il Birmingham City sarebbe sceso in campo a Bramall Lane, contro i Blades già retrocessi.

Genio ribelle. Stan Bowles

A questo punto la storia si fa ancor più crudele, triste, romantica, degna della penna di uno scrittore ottocentesco e di un posto d’onore nella letteratura di the Beautiful Game, rigorosamente maiuscolo perchè onestamente qualcosa di più bello dell’english football dobbiamo ancora trovarlo, e ci perdoneranno gli amanti di altri sport. Il QPR rimase infatti per dieci giorni campione virtuale d’Inghilterra, i dieci giorni più lunghi nella storia di questa tranquilla zona di Londra, la cui squadra è motivo di un orgoglio mai celato e l’attaccamento verso essa fantastico come solo a Londra può essere. Dieci giorni e 77 minuti, per l’esattezza. Finalmente quel 4 Maggio arrivò; i giocatori del QPR furono invitati dalla BBC a seguire la partita del Liverpool nei loro studi (chi è stato a Loftus Road saprà bene che la BBC ha sede in zona) e nel primo tempo, tra lo stupore di tutti, i Wolves passarono in vantaggio: il sogno si stava, incredibilmente, materializzando. Ma prima ancora che Shepsherd’s Bush potesse essere trasformata in una grande esplosione di gioia del popolo Hoops, una gioia attesa da anni e destinata a rimanere tale, arrivò la notizia, anche all’orecchio giocatori dei Wolves, che per il Birmingham City era mission accomplished, erano matematicamente salvi: il Molineux si ammutolì, il morale dei giocatori in black&gold scese sotto il livello del terreno di gioco e il Liverpool, negli ultimi 20 minuti, segnò tre volte: King Keegan e Toshack ribaltarono il risultato, ma un eventuale 2-2 avrebbe sancito la vittoria del titolo da parte del QPR; a spegnere del tutto le speranze ci pensò Kennedy. 3-1 Reds, e un mare di lacrime nel west London.

La storia cambiò quel giorno, e chissà cosa sarebbe successo se il titolo fosse finito a Loftus Road. Perchè il Liverpool, dopo quel titolo vinto di un soffio si avviò verso la massima gloria Europea, che sarebbe giunta l’anno dopo a Roma contro il Borussia Moenchengladbach, mentre il QPR verso l’etichetta di bella incompiuta che da lì in avanti segnerà per sempre quella stagione maledettamente irripetibile. Phil Parkes, Dave Clement, Ian Gillard, Frank McLintock, Dave Webb, John Hollins, Gerry Francis, Dave Thomas, Don Masson, Mick Leach, Stan Bowles, Don Givens, i nomi di quegli eroi, che in qualche modo, però, vinsero. Nessun albo d’oro li celebrerà mai, ma l’appassionato di calcio non potrà mai dimenticare quella squadra, dannatamente affascinante come solo le cose che profumano di Londra anni ’70 sanno essere. E pazienza se un destino avverso volle che il Norwich City si intromise tra il QPR e il titolo, quella squadra, imbattuta in casa, che sconfisse tutte le squadre di First Division (a parte il West Ham), che giocava con la spensieratezza che solo chi sa di volare troppo in alto e se ne frega può permettersi, è indelebile nella memoria del calcio inglese. E nei cuori dei tifosi del Queens Park Rangers, perchè per un anno grazie a quella squadra hanno potuto guardare dall’alto tutte gli altri club, perchè il sempre vivo orgoglio di tifare QPR in quel 1975/76 raggiunse il massimo storico. Se andate in South Africa Road, o a Loftus Road, e incrociate lo sguardo di chi quella stagione l’ha vissuta sugli spalti, noterete dai suoi occhi che per lui, per loro, quell’irripetibile squadra ha vinto. E se vi rimanessero dei dubbi, provate a chiederglielo direttamente. La risposta sarà una e una sola soltanto.

Un contributo decisivo, soprattutto per i particolari, è stato fornito dall’ottimo “Queen’s Park Rangers: the complete record”, di Gordon Macey

10 thoughts on “Campioni per dieci giorni. L’irripetibile stagione 1975/76 del QPR

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