Viaggio nella Liverpool del calcio: parte prima, Everton

Everton Football Club
Anno di fondazione: 1878
Nickname: the Toffees (the People’s club, the School of Science)
Stadio: Goodison Park, Liverpool L4
Capacità: 40.569

109 campionati di massima serie (questo è il 110), sia essa First Division o, come è diventata in seguito, Premier League, un record del calcio inglese (nessun’altra squadra raggiunge i 100). No, non lo detiene il Manchester United, l’Arsenal (che invece detiene il record di campionati consecutivi nell’elite del calcio inglese) e nemmeno il Liverpool. La città è quella, ma siamo sulla sponda blu, siamo dalle parti di Goodison Park, casa dell’Everton Football Club. L’Everton è, secondo noi, la classica squadra sottovalutata: la percezione che ne ha il semplice appassionato di calcio è quella di una squadra mediocre, che negli ultimi anni è risorta, passando dalla parte destra a quella sinistra della classifica (abbiamo a supporto di ciò fatto una sorta di test con amici non assudui frequentatori della Premier, è il risultato è sempre quello). In realtà l’Everton è una squadra tra le più nobili del calcio inglese, per il fatto di essere una delle dodici fondatrici della Football League, per il record già citato, per il fatto comunque di essere la settima squadra in Inghilterra come numero di trofei vinti, per la squadra fantastica che ha spadroneggiato negli anni ’80, etc. etc. Con queste premesse ci accingiamo dunque a partire per Goodison Park, the Grand Old Lady di cui vi parlerà Cristian, dove ci accoglie la scritta enorme “Welcome to Everton FC” e la chiesa di St Luke, posta nell’angolo tra la Goodison Road Stand e la Gwladys Street Stand, particolare unico nel panorama del calcio pro inglese.

Il distretto di Everton divenne parte della città di Liverpool nel 1835; fu proprio in quel distretto che, nel 1871, venne inaugurata la St. Domingo Methodist Church (che prendeva il nome dalla St. Domingo Road in cui era ubicata), precedentemente situata in un’altra zona della città. Nel 1878 il reverendo Ben Swift Chambers venne nominato ministro delle chiesa, e tra le sue prime idee vi fu quella di creare una squadra di cricket che potesse servire da svago per i giovani fedeli, metodisti ma non necessariamente pigri. Il cricket era uno sport estivo, per cui per i mesi invernali bisognava pensare a qualcos’altro: quel qualcosa era il football, che stava dilagando per il Paese come una benevola influenza che avrebbe cambiato la cultura inglese, europea e mondiale. Le richieste per unirsi alla squadra di calcio furono subito ben oltre le aspettative, e il nostro rev.Chambers, tra un vangelo e un Padre Nostro non avrebbe mai potuto immaginare a cosa stava per dare il là la sua idea: infatti appena un anno dopo, nel 1879, fu convocato un meeting al Queen’s Head Hotel che sancì il cambio di nome da St Domingo F.C. a Everton Football Club, con la benedizione del nostro reverendo. Il nome scelto fu un evidente tentativo di legare la squadra, fondata da una comunità ristretta (quella metodista), a una più allargata (il quartiere), e dunque di allargare ma non disperdere questo sentimento di legame. La prima partita (20 Dicembre 1879) fu giocata sullo stesso suolo dove giocava il St Domingo, Stanley Park: maglie a strisce verticali bianco-blu, eredità del team voluto dal nostro ormai famoso reverendo, e vittoria per 5-0 contro il St Peter’s

A Stanley Park l’Everton rimase fino al 1882, quando le regole sul professionismo imposero al club un impianto cintato, chiuso, qualità che non apparteneva certo a Stanley Park, suolo pubblico. E qui entra in gioco John Houlding, nella prima delle sue triplici vesti di personaggio chiave nella storia dell’Everton, del Liverpool (ne è il fondatore) e di Liverpool in quanto città (ne sarà Lord Mayor dal 1897). Con calma, vediamo di trattare il tutto. Houlding entra in gioco come proprietario dell’Anfield Hotel, in cui venne discusso il trasferimento da Stanley Park a Priory Road, terreno messo a disposizione da Mr Cruit. Qui l’Everton giocherà per due stagioni, fino al 1884 quando Cruit rescisse il contratto d’affitto a causa delle folle sempre più numerose e rumorose. Probabilmente se ne sarà pentito amaramente, comunque a noi interessa che l’Everton rimase senza casa. E qui rientra in gioco Houlding, a cui quelle folle numerose facevano gola eccome, il quale mise la cosiddetta “buona parola” con un suo amico, tal John Orrell, proprietario di un terreno che venne affittato al club per farne la sua nuova casa. Quel terreno era situato in Anfield Road e diventerà la sede di uno dei più famosi stadi del Mondo. Siccome Houlding da buon businessman fiutò immediatamente le potenzialità di quel club così in rapida ascesa dal punto di vista del seguito di tifosi, l’anno successivo comprò Anfield Road (che venne subito trasformato in stadio moderno per l’epoca, con stand coperte e capienza di 20.000 spettatori), divenendo così egli stesso l’affittuario dell’Everton, circostanza che risulterà decisiva nel trasferimento a Goodison Park e nella fondazione del Liverpool FC.

Goodison Park nel 1892

Sul campo, dopo l’esperienza del 1887 in FA Cup con un’avvincente sfida legale contro il Bolton (vittoria del Bolton 1-0, ricorso dell’Everton per uso di un giocatore non schierabile, vittoria del ricorso, tre replay e infine vittoria sul campo dell’Everton, ricorso del Bolton perchè l’Everton avrebbe pagato alcuni giocatori amatoriali e definitivo successo dei Trotters, con conseguente squalifica di un mese del club di Liverpool), nel 1888 l’Everton scrisse parte della storia del football inglese divenendo una delle magnifiche dodici, le dodici squadre fondatrici della Football League. Il primo campionato lo concluse all’ottavo posto, il secondo al secondo posto (scusate il gioco di parole). Era il 1889/1890, e stava per accadere qualcosa di importante, sul campo e fuori. La stagione 1891/92 vide infatti l’Everton trionfare per la prima volta in campionato, seconda squadra di sempre ad aggiudicarsi il titolo (i primi due erano stati vinti dal Preston North End), con Fred Geary in campo, prima vera stella ad indossare la maglia del club (sul cui colore torneremo in chiusura di post, perchè ad esempio in quella stagione era di un colore sul rosa salmone). Fu anche l’ultima stagione ad Anfield Road, che ironia della sorte fu scenario del primo trofeo…dell’Everton. Houlding come detto divenne proprietario di Anfield Road, affittandolo egli stesso al club di cui faceva parte; l’affitto però venne costantemente aumentato, fino a diventare motivo di discussione tra i membri del club, che accusavano Houlding di voler solamente lucrare sulle fortune dell’Everton. A ciò va aggiunta un’altra disputa: il già citato Orrell rimase proprietario dei terreni adiacenti, e quando questi volle costruire una strada che avrebbe tagliato in due una stand, l’Everton si trovò di fronte al ricatto di dover affittare anche i terreni di Orrell per garantire la sopravvivenza del proprio impianto. E non ultimo, Houlding era un tory, mentre l’orientamento prevalente all’interno del club, specialmente in George Mahon, fautore del trasferimento, era whig: l’antico contrasto tra conservatori e liberali (i due furono anche rivali alle elezioni), una questione di natura politica, giocò un ruolo decisivo. Ad un certo punto l’accordo fu però vicino; ma una nuova rottura avvenne riguardo alle azioni della nuova LCC (limited liability company) in cui sarebbe dovuto essere trasformato il club per acquistare i due terreni, quello di Orrell e quello di Houlding, azioni che Mahon voleva più distribuite, anche tra tifosi, mentre Houlding voleva concentrare nella board of directors per dirla con termine attuale. Mahon a quel punto opzionò l’affitto di una porzione di terreno nella parte opposta di Stanley Park, Walton all’epoca nel Lancashire, e premette perchè il club si trasferisse lì; Houlding rispose creando la Everton (poi Liverpool) FC and Athletic Grounds, tentando di scalzare l’Everton dalla sua posizione in Football League, tuttavia non riuscendoci. La linea di Mahon prevalse, e l’Everton salutò Anfield Road: vi sarebbe tornato, ma da avversario.

George Mahon

Abbiamo dedicato qualche parola in più alla questione perchè gioca un ruolo chiave nel calcio nella città di Liverpool. Le versioni comunque sono ancora oggi differenti, a seconda che si chieda a uno storico dell’Everton o del Liverpool, ma è giusto sia così (la parte Red afferma che Houlding fosse disponibile a un contratto a breve termine, mentre l’Everton si ostinasse a chiedere accordi di lunga portata). Dunque, per motivi politici, di costi, di accuse più o meno velate di voler far profitti a spese del club, l’Everton si trovò con una nuova casa, non distante in linea d’aria da Anfield Road ma dalla parte opposta di quello Stanley Park che segnerà sempre il confine tra parte Blue e Red della città. Una casa da costruire dal nulla, proprio come era stato fatto per Anfield; tuttavia ci mise poco il club a trasformare quella porzione di terreno in uno del primi stadi specificamente costruito per il calcio al Mondo. Gli venne dato il nome di Goodison Park per via della strada adiacente, Goodison Road, e lo stadio aprì ufficialmente i battenti il 2 Settembre 1892, per un’amichevole contro il Bolton Wanderers, anche se il sito ufficiale riporta come data di apertura il 24 Agosto. Spettatori? 12.000. Goodison Park fu teatro delle gesta del già citato Geary, implacabile bomber di quella squadra che raggiunse la prima finale di FA Cup nella sua storia: il 26 Marzo 1893, con Geary assente, il Wolverhampton Wanderers alzò il trofeo, sconfiggendo per 1-0 i Toffees. E qui apriamo la parentesi sul nickname. Toffee è una caramella, e un dolciume era l’Everton Mints lanciato nel 1878 dalla Barker & Dobson, un’azienda che decise di onorare in quel modo la fondazione del club. Gli Everton Mints e i toffees erano venduti da un locale negozio di dolciumi (“Mother Noblett’s toffee shop“) ai tifosi che si incamminavano verso lo stadio; secondo altre versioni, il negozio in questione era Ye Anciente Everton Toffee House. Comunque da lì nacque la tradizione dei “toffees”, con la Toffee Lady che faceva il giro di campo nel prepartita lanciando le Everton Mints ai tifosi.

La Toffee Lady che distribuisce caramelle prima della partita, un’usanza particolare e molto carina

Tornando al campo, l’Everton perse nuovamente la finale di coppa nel 1897, 2-3 contro l’Aston Villa al Crystal Palace. E bisognerà aspettare il nuovo secolo perchè si ricominciassero a mettere trofei in quella bacheca che fino a quel punto ospitava, tra i titoli importanti, solamente un titolo di campionato. Fu proprio l’FA Cup a rappresentare l’occasione di rivincita, in tutti i sensi, quando nel 1906, sempre al Crystal Palace, l’Everton alzò il trofeo sconfiggendo per 1-0 il Newcastle United; l’anno dopo la possibilità di fare il bis venne però ostacolata dallo Sheffield Wednesday, che vinse la finale per 2-1, infliggendo così ai Toffees la terza sconfitta in quattro finali disputate. Il periodo che precedette lo scoppio della guerra si concluse, tuttavia, in modo trionfale: nel 1914/15, l’ultima stagione prima della sospensione delle competizioni ufficiali, l’Everton vinse il secondo campionato della sua storia, un punto davanti all’Oldham Athletic e con 36 goal (in 35 partite) di Bobby Parker, sicura stella del club se non fosse per la Grande Guerra, che gli lasciò come ricordo un proiettile conficcato in una gamba, con effetti sulla carriera che potete ben immaginare. Ma la stella stava per apparire nel cielo blu dell’Everton. Giocava per il suo local team, il Tranmere Rovers, lui, nativo di Birkenhead (sostanzialmente di fronte a Liverpool), quando nel 1925 segnò 27 reti in 27 partite: l’Everton si rese conto di avere un asso dietro casa (e per di più fin da bambino tifoso dei Toffees) e strappò l’assegno di 3.000 sterline in direzione Prenton Park. Lui altri non è che William Ralph “Dixie” Dean, 349 goal in 399 partite con la maglia dell’Everton, una statua fuori da Goodison Park e un posto nel cuore di tutti i tifosi Toffees.

Dixie Dean nella sua prima stagione

Dean terminò la stagione 1924/25 all’Everton, segnando 2 goal in 7 presenze, dopo i già citati 27 in 27 partite con la maglia del Tranmere; seguirono due stagioni da 32 reti in 38 partite e 21 in 27. E si arrivò così alla stagione 1927/28, leggendaria e non si tratta di un abuso di terminologia in verità spesso abusata: Dean segnò in quell’anno 60 goals in 39 partite, un record ineguagliato e ineguagliabile che regalò all’Everton il titolo. Dean continuava a segnare a raffica, ed è un delitto non poter narrarne qui le gesta in modo esaustivo, eppure al termine della stagione 1929/30 l’Everton si trovò sul fondo della classifica, per una retrocessione che aveva del clamoroso, in quanto fu la prima del club. Nemmeno da dirlo, il buon “Dixie” fece fuoco e fiamme nella seconda serie, e con 39 realizzazioni riportò immediatamente i Toffees in First Division; e non fu tutto, visto che l’Everton l’anno successivo vinse nuovamente il titolo, con il nostro che bucò i portieri avversari 45 volte. Mancava al palmares di Dean l’FA Cup (il Charity Shield era stato vinto nel 1928 e nel 1932), che prontamente vinse nella finale del 1933 contro il Manchester City, la prima partita in cui i giocatori indossarono maglie con i numeri sulla schiena, il che fece di Dixie Dean il primo numero 9 nella storia dei Toffees (la curiosità sta nel fatto che l’Everton indossò i numeri dall’1 all’11, il Manchester City dal 12 al 22). Le stagioni seguenti furono stagioni di metà classifica, Dean continuò però a segnare (12-9, 38-26, 29-17, 36-24, dove il primo numero son le presenze e il secondo i goal) fino al 1937, quando lasciò i Toffees per trasferirsi al Notts County, dove non ebbe altrettanta fortuna (giocò solo 9 partite in due stagioni per i Magpies) prima di ritirarsi definitivamente. La leggenda di Dixie Dean rimarrà però per sempre parte dell’essenza dell’essere Evertonian, leggenda che acquisì quel tocco di romantica tristezza quando Dean morì, il 1 Marzo 1980, d’infarto a Goodison Park, mentre assisteva alla partita contro il Liverpool. “People ask me if that 60-goal record will ever be beaten. I think it will. But there’s only one man who’ll do it. That’s the fellow that walks on the water. I think he’s about the only one“. Unico, imbattibile, Dean.

FA Cup del 1933, quando il tour lo si faceva in carrozza

Dixie Dean è uno di quei personaggi che nello sport portano ad applicare la regola che nella cristianità vale per the fellow that walks on the water di cui sopra: c’è un before-Dean e un after-Dean nella storia dell’Everton, almeno nel periodo appena successivo al trasferimento al Notts County. E il dopo Dean fu, per l’Everton, nuovamente vittorioso, almeno nell’immediato: ancora una volta, appena prima dello scoppio di una Guerra Mondiale, l’Everton vinse il titolo (1938/39) con una squadra che tra gli altri vedeva in campo Joe Mercer, poi star nell’Arsenal, e il diciannovenne Tommy Lawton, a cui la guerra tolse i sei anni potenzialmente migliori della carriera (riprese nel dopoguerra a far faville nel Chelsea e poi nel Notts County, alle volte il destino…) altrimenti parleremmo di lui ancor più di quanto si possa fare oggi. Dicevamo che il dopo-Dean fu vittorioso nell’immediato, perchè le cose nel primo dopoguerra non andarono esattamente bene: la cessione di Mercer e Lawton, il budget sempre più risicato trascinarono l’Everton nell’inferno della seconda serie per la seconda volta nella sua storia (1950/51), e questa volta prima della promozione in First Division passarono tre lunghe stagioni. Gli anni ’50 non furono il decennio migliore nella storia dei Toffees, con la retrocessione che li segna irrimediabilmente in negativo, mentre tra le note positive non possono bastare due semifinali di FA Cup per pareggiare il conto. Ma la svolta era dietro l’angolo, e prese forma quando nel 1961 l’ex giocatore Harry Catterick venne nominato allenatore.

Se gli anni ’50 furono un periodo sostanzialmente da dimenticare, gli anni ’60 sono la golden era dell’Everton per eccellenza, insieme agli anni ’80 che vedremo tra breve. Catterick riorganizzò la squadra, specie in difesa, tanto che l’Everton nella sua prima stagione risultò la squadra meno battuta della First Division e giunse quarto, per poi la stagione successiva (1962/63) vincere nuovamente il titolo, a cui aggiunse, nel 1966, l’FA Cup, vinta in una memorabile finale contro lo Sheffield Wednesday ribaltando uno 0-2 iniziale (finì 3-2). Ma incancellabile nella memoria dei tifosi e degli appassionati fu soprattutto l’ultimo titolo vinto da Catterick, quello del 1969/70, indimenticabile perchè quella squadra (Joe Royle e la Santa Trinità versione blue, Howard Kendall – segnatevi questo nome – Alan Ball e Colin Harvey) giocava in modo spettacolare e immaginiamo senza paura di esagerare che avrebbe ricevuto applausi anche dai maestri olandesi del calcio totale, che peraltro proprio in quegli anni stava investendo senza possibilità di ritorno il mondo del football mondiale. Quel titolo esaurì però il periodo d’oro degli anni ’60, e gli anni ’70, con un altro ex giocatore in panchina, Billy Bingham, seguito poi da Gordon Lee, non furono altrettanto ricchi di successi, anche se l’Everton sfiorò in diverse occasioni il titolo, perse una finale di Coppa di Lega e perse la famosa semifinale di FA Cup del 1977 contro il Liverpool al replay, famosa perchè per il pareggio nella prima partita per 2-2 con il goal di Bryan Hamilton annullato ingiustamente e in modo clamoroso; il replay venne vinto agevolmente dai Reds per 3-0. Gordon Lee subentrò a Bingham, ma un diciannovesimo posto nel 1979/80 e un quindicesimo nel 1980/81 portarono la dirigenza a sostituirlo, con in più il Liverpool che stava offuscando in quanto a successi i Toffees. Al suo posto venne scelto Howard Kendall, ex giocatore del club e all’epoca allenatore-giocatore al Blackburn Rovers, che aveva condotto dalla Third alla Second Division; mai scelta fu più azzeccata, come si suol dire.

Colin Harvey affonda lo United

Kendall firmò i seguenti giocatori, tutti nella sua prima stagione in carica: Neville Southall, Gary Stevens, Derek Mountfield, Peter Reid, Kevin Sheedy, Trevor Steven. Più di mezza squadra, che andava ad unirsi a Kevin Ratcliffe e Graeme Sharp che già facevano parte del club. Arrivò, nel 1983, anche Andy Gray, giusto in tempo per segnare nella finale di FA Cup del 1984 (2-0 al Watford, l’altra rete fu di Sharp) e mettere fine a un’astinenza da trofei lunga quattordici anni; i Toffees disputarono anche la finale di Coppa di Lega, che però persero contro i cugini del Liverpool. In campionato l’Everton finì settimo, ma durante la stagione la scarsa forma della squadra portò qualche tifoso a chiedere la testa del manager, anche se dubitiamo che quegli stessi tifosi oggi dicano “sì, ero io”. Perchè? Perchè la stagione, 1984/85, l’Everton non solo tornò a sedersi sul trono d’Inghilterra, ma vinse la sua prima e ultima coppa europea, la Coppa delle Coppe, sconfiggendo per 3-1 in finale il Rapid Vienna, ma soprattutto dopo aver eliminato in semifinale il Bayern di Monaco con una vittoria (sempre per 3-1) a Goodison Park che è considerata una delle migliori performance di sempre da parte dei Toffees. L’Everton quella sera a Rotterdam, sede della finale, scese in campo con i seguenti undici: Southall; Stevens, Van den Hauwe, Ratcliffe, Mountfield; Steven, Reid, Bracewell, Sheedy; Sharp, Gray. Quest’ultimo, tuttavia, partì a fine stagione, per tornare all’Aston Villa: al suo posto era stato infatti acquistato un attaccante 24enne dal Leicester City, Gary Lineker.

La stagione 1985/86 sarebbe ricordata con maggior piacere dai tifosi dell’Everton se non fosse che sia il secondo posto in campionato sia la sconfitta in finale di FA Cup furono ad opera del Liverpool, lo stesso Liverpool che indirettamente (o meglio, per responsabilità dei propri hooligans) aveva causato l’esclusione di tutte le squadre inglesi dalle competizioni europee, Everton compreso. I Toffees però si rifecero nel 1987, vincendo il titolo (l’ultimo, ad oggi, della loro storia) dopo una lunga battaglia contro i rivali cittadini, ma perdendo tuttavia a fine stagione Kendall, che accettò l’offerta dei baschi dell’Athletic Club e lasciò il Merseyside direzione Bilbao. Venne sostituito dall’assistente, ed ex compagno di centrocampo, Colin Harvey, che tuttavia non replicò i successi del mentore, giungendo a una finale di FA Cup nel 1989 persa nuovamente contro il Liverpool, un Liverpool reduce peraltro dal disastro di Hillsborough in semifinale. Harvey venne licenziato nel 1990, rimpiazzato da…Kendall, che tornò così all’Everton (Harvey rimase in qualità di assistente), senza però riuscire a far rivivere quella decade magnifica che furono gli anni ’80, e lasciando mestamente nel Dicembre del 1993 con la squadra a metà classifica. Ecco, quel 1993/94: una stagione tribolata, che verrà ricordata per “the Great Escape“. Kendall venne sostituito da Mike Walker, autore del miracolo Norwich (terzo in campionato, brillante in Coppa UEFA), il cui ingaggio costò al club del Merseyside una multa di 75.000 sterline per trattative non esattamente correttissime nei confronti dei Canaries. Walker si trovò una squadra che pian piano sprofondò sull’orlo della retrocessione, fatto che sembrava inevitabile quando, nell’ultima partita della stagione, partita che l’Everton doveva vincere, il Wimbledon passò in vantaggio per 2-0 a Goodison; con i tifosi già in lacrime, i Toffees buttarono il cuore in campo e l’errore di Hans Segers, che ogni tifoso dell’Everton ringrazierà a vita, diede il 3-2 definitivo (goal di Stuart) e la matematica salvezza. Walker fu, però, licenziato, e sostituito dall’ex giocatore Joe Royle, che aveva precedentemente allenato l’Oldham Athletic.

La notte di Rotterdam: Coppa delle Coppe 1985

Joe Royle, il cui regno a Goodison durò dal 1994 al 1997, è l’ultimo manager ad aver portato un trofeo nella bacheca dei Toffees, l’FA Cup del 1995 (1-0 al Manchester United) a cui va aggiunta la Charity Shield dello stesso anno. Royle portò all’Everton anche un attaccante scozzese, Duncan Ferguson, che diventerà un vero idolo dei tifosi, sebbene non segnasse quanto Dean, non avesse la classe di Harvey o l’eleganza di Lineker, ma la cui tempra, la cui dedizione alla causa e l’amore per la maglia furono elementi sufficienti a far sì che sia ricordato con affetto dai fans, anche perchè la sua immagine è legata a un periodo non esattamente vincente, e in questi periodi avere uno come Duncan in squadra non poteva che essere manna dal cielo. Royle si dimise nel Marzo del 1997, e la stagione venne portata a termine dal capitano Dave Watson, che tuttavia rifiutò il lavoro quando gli venne offerto permanentemente; si optò allora per il redivivo Kendall, al suo terzo spell a Goodison Park. Un disastro. L’Everton si salvò all’ultima giornata e solo in virtù della differenza reti (a farne le spese, il Bolton), e Kendall venne licenziato. Venne nominato manager Walter Smith, ex allenatore dei Glasgow Rangers, ma le cose non migliorarono, sebbene il periodo di Smith alla guida del club durò quattro anni, fino al 2002 quando, con l’Everton in piena zona retrocessione il club, in difficoltà finanziarie, si rivolse a un giovane manager scozzese, in carica al Preston North End: David Moyes. Moyes, che come presentazione ebbe il colpo di genio di definire il club “the people’s club”, definizione che fu ben presto adottata come nickname non ufficiale dell’Everton, è a tutt’oggi il manager dei Toffees, che ha riportato a una posizione stabile in Premier League (tra cui il quarto posto nel 2005), ad una finale di FA Cup nel 2009 e nell’Europa che conta, tra cui la Champions League 2005/06 (sebbene la corsa si arrestò subito, ai preliminari contro il Villarreal). Non solo: nel 2002/03 Moyes lanciò anche in prima squadra uno dei talenti più cristallini del calcio inglese, quel Wayne Rooney, da sempre tifoso Toffees (e non sono solo parole di circostanza, basta vedere cos’ha regalato al figlio nel 2011), che nel 2002/03 incantò l’Inghilterra con un magnifico goal all’Arsenal, che peraltro inflisse ai Gunners la prima sconfitta in un anno prima di essere ceduto al Manchester United. Moyes ha recentemente dichiarato, a tal proposito, che a suo parere Rooney concluderà la carriera all’Everton. Vedremo se avrà ragione, nel frattempo i Toffees sono sicuramente in mani più che sicure, ed a parere nostro Moyes raccoglie meno consensi nel mondo del calcio di quanto dovrebbe.

L’ultimo di tanti talenti dell’Everton: il local boy Wayne Rooney

Cosa rimane in sospeso? Colori sociali e stemma, visto che del nickname abbiamo detto. La storia dei colori sociali, e quindi delle maglie, dell’Everton è piuttosto confusa. La prima divisa fu a righe verticali bianco-blu, a cui fece seguito una maglia nera con banda diagonale rossa che fu causa del nickname “black watch”, primo nick della squadra. Fu poi la volta di divisa rosa e bianca, a quadrati bianco-blu stile Bristol Rovers, nuovamente rosa, azzurra e bianca, salmone, rossa e, dal 1895 al 1901, totalmente azzurra. Finalmente, nel 1901, venne introdotto il blu che distinguerà da quel punto in poi l’Everton, associato a pantaloncini bianchi. La storia dello stemma della squadra, che raffigura la Prince Rupert’s Tower (situata nel cuore del distretto di Everton) parte invece dalla stagione 1937/38, quando il segretario Theo Kelly la riprodusse con l’intenzione di farne appunto il club crest. L’idea di Kelly vide incredibilmente la luce…40 anni dopo, quando nel 1978 venne introdotto sulla maglia lo stemma raffigurante la torre, le corone di alloro segno di vittoria e il motto latino “nil satis nis optimum” (lo stemma Kelly lo usava sulla cravatta, la sua e quella del proprietario). In precedenza, infatti, erano comparse, sporadicamente, solo le lettere “EFC”. Lo stemma ideato da Kelly, con poche modifiche, è ancora oggi utilizzato dalla squadra.

Salutiamo l’Everton con le parole di un suo giocatore, Alan Ball: “Once Everton has touched you, nothing will be the same”.

Trofei

  • First Division: 1890–91, 1914–15, 1927–28, 1931–32, 1938–39, 1962–63, 1969–70, 1984–85, 1986–87
  • F.A. Cup: 1906, 1933, 1966, 1984, 1995
  • Charity Shield: 1928, 1932, 1963, 1970, 1984, 1985, 1986 (shared), 1987, 1995
  • Coppa delle Coppe: 1984/85

Records

  • Maggior numero di spettatori: 78.299 v Liverpool (First Division, 18 September 1948)
  • Maggior numero di presenze in campionato: Neville Southall, 578
  • Maggior numero di goal in campionato: Dixie Dean, 349

7 thoughts on “Viaggio nella Liverpool del calcio: parte prima, Everton

  1. Siete grandi.grazie per darmi la possibilit di rimanere a stretto contatto con il calcio inglese.Ciao

  2. Ciao, grazie per questo splendido articolo sul “the people’s club” che tanto amo. E grazie anche per tutto il lavoro che fate, che per gli appassionati di premier è assolutamente fenomenale.
    Volevo segnalarvi solo un piccolo errore: nello spareggio con il Wimbledon, Hans Segers non è il realizzatore del gol salvezza. E’ stato Stuart a segnare il 3 a 2, Segers è quello che ha fatto la “papera”, in porta per il Wimbledon!
    Rimane vero invece, che ogni tifoso dell’Everton lo ringrazierà sempre!!!🙂

    Un saluto e…avanti così!!!

    • Ciao e grazie. Ho sempre sognato questo momento: essere corretto da un lettore. Vuol dire che si è letto con attenzione🙂 hai ragione, errore mio che non ho verificato come sempre faccio il tabellino e mi son fidato. Purtroppo i miei ricordi diretti di quella stagiome sono annebbiati. Provvederò a modificare al più presto🙂 grazie ancora

  3. Pingback: Footballshire: il calcio nelle contee inglesi. Settima puntata | English Football Station

  4. Vivissimi complimenti per l’ articolo. Trovi sempre interessanti questi lavoro di ricerca del calcio di una volta, monografie ecc. Tutto ben scritto e argomentato.

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