Marsh, Bowles e la maglia numero 10 del QPR

“Hey, Jim, dici che quel ragazzo che abbiamo preso dal Carlisle saprà rimpiazzare Rod? Insomma, Rod è Rod….” “prendi la sciarpa e andiamo Brian, e prega che gli altri tifosi non la pensino come te, se no questo Stanley lo bruciamo prima ancora che metta il piede in campo. E ‘un’ottima promessa, come on”. Un dialogo, inventato, del Settembre 1971. Uno era partito, l’altro era appena arrivato…

Stan & Rod, e la loro maglia

Ci sono tre livelli che rendono bella una maglia da calcio: il primo livello vale per quasi tutte le maglie, ed è la storia che esse rappresentano: a meno di squadre recentissime, una maglia è un’onorevole portatrice di storia. Il secondo livello è la bellezza estetica nel vero senso della parola, perchè è inutile nasconderlo ci sono maglie più belle delle altre. Il terzo livello, l’ultimo, è dato da chi la indossa, perchè una maglia in se rimane un capo d’abbigliamento se non la si contestualizza col campo da gioco, e quindi con il calciatore che la indossa. La maglia numero 10 del Queens Park Rangers riteniamo soddisfi tutti e tre i requisiti: una maglia con la sua storia (e la storia del QPR l’abbiamo vista), una maglia stupenda esteticamente, unica; e nella sua variante col numero 10 sul retro, indossata da due grandi giocatori, che se la passarono come il testimone di una staffetta, e che pertanto fan sì che la nostra superi l’esame dei tre livelli. I due giocatori sono ovviamente Rod e Stanley, Rodney Marsh e Stanley Bowles, per ogni tifosi del QPR i due sacri portatori del verbo del football a Loftus Road, sul cui manto erboso spiegarono calcio e non solo.

Il primo in ordine cronologico a indossare quella maglia così affascinante a strisce orrizzontali blu e bianche fu Marsh. Marsh, ribattezzato dal padre Rodney in onore della HMS Rodney su cui babbo Marsh prestò servizio, è nato ad Hatfield, 30 mila anime nel cuore dell’Hertfordshire, l’11 Ottobre 1944. La carriera calcistica di Marsh comincia a Londra, nel Fulham, non esattamente una delle 10 cose più gradite al tifoso QPR; e la carriera di Marsh a Craven Cottage è riassumibile così: iniziata come grande promessa, conclusa tra le riserve. Nel mezzo, i sintomi di quel genio calcistico unito a sregolatezza che rendono tuttora Marsh difficilmente classificabile con una parola; e l’infortunio – gravissimo – all’orecchio sinistro, che da quel momento…smise di funzionare, provocando la parziale sordità di Rodney. Fattostà che, nel Marzo 1966, Alec Stock, che all’epoca dirigeva le operazioni dalla panchina per il QPR (che era in Third Division), con un guizzo degno del grande manager che fu lo portò a giocare nel vicino Loftus Road per 15.000 sterline. Bum. Stock intuì benissimo che quel ragazzo di 22 anni sarebbe stata la chiave per il successo, e gli concedette la libertà di giocare il suo calcio, fedele alla linea che un genio ingabbiato in schemi e assurdità varie è più dannoso che utile alla causa. E che calcio, giocava Rod: tocchi eleganti e spettacolari, genialità allo stato puro, tanto da far sembrare ai festanti spettatori (che, diciamoci la verità, fino a quel momento non è che avessero avuto molte cose per cui strabuzzare gli occhi) di poter risolvere la partita in ogni momento, anche quando la palla non era tra i suoi piedi.

Nella sua prima stagione al QPR, gli Hoops vinsero Third Division e Coppa di Lega, la finale della quale fu la lectio magistralis di Marsh; prestazione sontuosa con goal da tramandare ai nipotini. L’anno successivo la promozione in First Division riaprì le porte della massima serie a Rod (in cui aveva già giocato col Fulham), dove tuttavia non riuscì a impressionare, vuoi per gli infortuni vuoi per l’inadeguatezza del resto della squadra. Ed ecco che l’etichetta di “gran giocatore, ma da divisioni inferiori” gli venne appiccicata: un clown, un intrattenitore di folle buono forse per giocare contro il Carlisle, cosa che per l’appunto prontamente avvenne l’anno successivo. Nonostante militasse in Division Two, Alf Ramsey gli diede – finalmente – una chance con la Nazionale, per la quale Rod giocherà 9 partite in totale segnando un goal. Troppo poco, per uno col suo talento. Qualcuno che credeva ancora che Marsh potesse far la differenza anche in First Division era Malcolm Allison, manager di un Manchester City in piena corsa per il titolo quando acquistò Marsh nel Marzo del 1972: l’arrivo di Rod però coincise con un quarto posto finale, e molti si chiedono se quello stile difficile da inserire in uno schema pre-esistente non abbia influito negativamente sulle sorti di quella stagione dei Citiziens. Ma questa è altra storia, perchè dopo 211 partite e 106 goal Marsh aveva lasciato Loftus Road (concluderà la carriera nei Tampa Bay Rowdies, dopo un breve ritorno al Fulham).

Marsh (centro) decide la finale di Coppa di Lega

Si trattava, a questo punto, di sostituirlo. E sostituire un genio è sempre difficile, specie poi se ti chiami Queens Park Rangers e giochi in Second Division, non esattamente il Real Club de Madrid. Facciamo un passo indietro. Collyhurst, guarda caso Manchester, 24 Dicembre 1948. Mamma Bowles dava alla luce Stanley. Il pargolo crebbe con la passione per il beautiful game e la palla tra i piedi, entrando a far parte delle giovanili del Manchester City. Guarda caso, parte seconda. Con i Citiziens esordì anche, 1967, Coppa di Lega: due reti rifilate al Leicester e lampi di talento cristallino. Era una versione del Manchester City (che in quella stagione vinse il titolo) che poteva contare su gente del calibro di Colin Bell e Mike Summerbee, per cui come facilmente intuibile lo spazio era quel che era per il giovane Stanley, il quale dal canto suo manifestava già preoccupanti segni di sregolatezza che lo portarono presto a scontrarsi col manager, quel Malcolm Allison di cui sopra. Goodbye Manchester. Venne ceduto al Bury, squadra peraltro non lontana dalla natia Collyhurst, dove fece la miseria di cinque-partite-cinque prima di venir ceduto al Crewe Alexandra, Fourth Division. Quando le cose sembravano precipitare, ecco che Stanley iniziò a palesarsi per quello che era: un giocatore spettacolare. Le buone prestazioni all’Alexandra Stadium attirarono sul giocatore l’interesse di numerosi club: alla fine della fiera finì nel nord-ovest, in Cumbria, al Carlisle United.

Era il 1970/71, quell’anno i Cumbrians finiranno quarti e Bowles (33 partite e 12 reti) divenne nuovamente un uomo mercato. Quello stile di gioco geniale e a tratti irriverente, che a Carlisle era stato ulteriormente sviluppato lasciando ampia libertà al giocatore, quell’atteggiamento ribelle si incastravano perfettamente in una realtà: il QPR. La necessità di sostituire Marsh, unita all’innamoramento calcistico che colpì il presidente, Gregory, portarono Bowles a Loftus Road per 112.000 sterline. Per Marsh gli Hoops ne avevano incassati 200.000 di pounds, solo che Rod andava a giocarsi il titolo a Manchester, Bowles arrivava da Carlisle. Era il Settembre 1971, e la gente si ricorderà più facilmente di George Best per via di Matt Busby, Bobby Charlton e Denis Law, ma c’era anche Stan the Man in quella categoria, eccome se c’era. Primo aneddoto divertente: la maglia numero 10 del QPR era piuttosto temuta dai giocatori, che non volevano indossarla visto i trascorsi sulle spalle di Marsh: la classica maglia “pesante”. Bowles dal canto suo arrivò e la indossò senza problemi tra lo stupore dei compagni, stupore che accrebbe quando, dopo avergli fatto notare a chi appartenne, si sentirono rispondere un “Marsh who? Vengo dal nord, non l’ho mai sentito nominare”. Geniale, no? Londra poi non era proprio la quieta Carlisle, dove la distrazione più grande era il pub dietro casa; ma nella città Bowles si ambientò alla perfezione, scommesse (vizio che si radicò in Stan, portandolo spesso a problemi economici ripianati da anticipi di stipendi e premi vari concessi da Gregory, il cui amore non svanì) e vita mondana che ne fecero uno dei preferiti dai tabloid (dal suo sito ufficiale “Away from football, Stan was increasingly finding himself occupying the front pages of the tabloids“). Poi al Sabato a dipingere calcio sul campo, come se nulla fosse.

A ognuno la propria passione: Bowles con la modella Jenny Clarke, 1976

L’episodio più famoso associato a Bowles è, senza ombra di dubbio, l’incidente di Roker Park. Qui la storia si confonde alla leggenda, come accade solo ai miti. Il Sunderland ospitava il QPR pochi giorni dopo aver trionfato in FA Cup; la coppa era lì, in bella mostra, con 43mila mackems (gli abitanti di Sunderland) festanti che la osservavano compiaciuti. Con un colpo da maestro e conscio di star scrivendo, a modo suo, la storia di questo sport, Bowles pensò bene di…colpirla con una pallonata! Fu l’apoteosi del personaggio Bowles, irriverente sul campo e fuori, solo che i mackems di cui sopra non la presero benissimo: la partita si risolse con un’invasione di campo dopo che Bowles, con la stessa precisione palesata nel colpire la coppa, infilò per due volte la porta dei padroni di casa. Sebbene le versioni siano contrastanti, Bowles sostiene che tra i giocatori del QPR, annoiati da quel pre-partita e dal dover veder festeggiare gli avversari, era nata una scommessa (toh, ma guarda) su chi avrebbe centrato per primo il trofeo. Segnate più 100 sterline per Bowles. Poi in campo, e qui ci sarebbe da far parlare le immagini: una classe sopraffina, inserita in un contesto favorevole, quel QPR di metà anni ’70 che sfiorò, nel 1976, il titolo, resero Stanley mito. Se ne accorse anche il buon Sir Alf, che lo convocò, nel 1974, in Nazionale, ma come si addice a un genio il rapporto con i tre leoni fu problematico, e si risolse in sole cinque partite disputate. Bowles non vinse nulla da protagonista, ma importa? Il nostro l’occasione l’avrebbe anche avuta. 1980, Bowles era passato al Nottingham Forest di Brian Clough che stava stupendo il Mondo. Vigilia della finale di Coppa dei Campioni, Bowles litiga col genio di Middlesbrough quando intuisce che finirà in panchina. Niente di che, solo che la finale si disputava a Madrid e a Madrid bisognava andarci, ed ecco la genialata: Bowles non si presenta all’aeroporto! Il Forest entrò nella leggenda per la seconda coppa di fila, Stan entrò nella leggenda per aver lasciato la squadra con sole quattro riserve (invece di cinque). La storia scritta a modo suo, dicevamo. Finirà la carriera a Londra, prima al Leyton Orient e poi al Brentford.

I giocatori come Marsh e Bowles in Inghilterra li chiamano mavericks. Geniali, una spanna sopra gli altri, fanno innamorare le folle, segnano spesso la storia e il costume di un’epoca. E nel nostro caso, finiscono dritti nella storia di una squadra. Il QPR non avrà più due giocatori come Marsh e Bowles, apparsi a Loftus Road come miraggi in rapida successione, prima uno, e subito dopo l’altro. Il rimpianto è forse uno solo: non averne sfruttato appieno il talento costruendo squadre vincenti attorno a loro, il cui periodo fruttò solo una Coppa di Lega (ma quel secondo posto del 1976 rimane, con tutto il rispetto per il Liverpool campione, la Favola incompiuta per eccellenza). E dal loro punto di vista, sicuramente i due non raggiunsero il livello che ci si aspetterebbe da giocatori dotati del loro talento. Ma forse è giusto così, perchè la storia di due vincenti si concilierebbe poco con quella del QPR: meglio la loro, di storia, belli da vedere come gli Hoops nelle loro splendide maglie, che attraggono le simpatie dei neutrali proprio come la loro squadra (nel solito Fever Pitch Hornby mostrerà ammirazione per il QPR di Bowles), ma che, proprio come la squadra, non verranno ricordati per gli allori. Pazienza, perchè i vecchi tifosi possono comunque raccontare con i lucciconi agli occhi alle nuove leve di quei due campioni in maglia Hoops, e tramandare il mito di Rod e Stan alle nuove generazioni. Stan the Man e Rod Marsh rimarranno per sempre lì, nella storia, e niente li cancellerà.

4 thoughts on “Marsh, Bowles e la maglia numero 10 del QPR

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