Viaggio nella Londra del calcio: Chelsea

Chelsea Football Club
Anno di fondazione: 1905
Nickname: Blues
Stadio: Stamford Bridge, Fulham Road, London SW6
Capacità: 41.837

“Blue is the colour, football is the game / We’re all together and winning is our aim / So cheer us on through the sun and rain / ‘Cos Chelsea, Chelsea is our name”. Chelsea è il loro nome, blu il loro colore, vincere il loro obbiettivo, e quest’anno hanno vinto la coppa più importante, quella che nessuna squadra londinese era riuscita a vincere prima. Per questo motivo gli concediamo l’onore dell’ultimo post dedicato a una squadra (ce ne sarà un altro, ma che raggrupperà tre squadre) del nostro viaggio londinese. Chelsea è un quartiere in di Londra, uno dei più belli, di quelli che appaiono nei film, e anche se lo stadio è geograficamente posto a Fulham, nel borough di Hammersmith & Fulham, è in realtà sul confine tra questo e il borough di Kensington & Chelsea dove ha appunto sede il quartiere da cui prende il nome la squadra. Ci si arriva comodamente via Tube, scendendo alla fermata di Fulham Broadway sulla District Line, appena fuori dalla stazione si svolta a sinistra e in pochi istanti compare Stamford Bridge nella sua bellezza color crema. Nei giorni delle partite l’ingresso in metropolitana per il ritorno è particolarmente difficoltoso, e bisogna stare attenti perchè spesso la polizia divide la fila in due, a seconda della direzione che si intende prendere; per chi va verso il centro, generalmente la fila è quella di destra, meglio saperlo prima per poi non dover rifare tutto come capitato a noi. L’atmosfera è comunque molto bella, ma questo è inutile dirlo visto che si parla di english football.

Il Chelsea Football Club nasce nel 1905, ma è necessario un piccolo passo indietro. Nel 1896 infatti Henry “Gus” Mears, uomo d’affari e appassionato di calcio, comprò insieme al fratello Joseph Mears il terreno dello Stamford Bridge Athletics Ground: l’intento, come visto nel pezzo dedicato al Fulham, era quello di convincere i Cottagers a trasferirsi lì, a giocare in quell’impianto. Il Fulham rifiutò, gettando nello sconforto Mears, che fu sul punto di cedere il terreno alla Great Western Railway Company, la quale necessitava di un deposito di carbone. Solo l’insistenza di un collega di Mears, Frederick Parker, fece sì che “Gus” cambiò idea e, invece di accogliere il Fulham o vendere il terreno, fondò la propria squadra di calcio, che avrebbe appunto giocato a Stamford Bridge. Abituati come ormai siamo a squadre che cambiano innumerevoli impianti, siamo qui invece di fronte a un club che nasce addirittura dopo lo stadio, in funzione di esso. Il 10 Marzo 1905 al Rising Sun pub in Fulham Broadway (ora “The Butcher’s Hook”, per chi fosse interessato) venne così fondato il…e bisognava dare un nome a questa squadra; Fulham, il nome del quartiere, venne eliminato per ovvi motivi (esisteva già una squadra con quel nome), così come London FC, Kensington FC e Stamford Bridge FC. Si optò alla fine per il nome del quartiere adiacente, Chelsea appunto, da cui derivò anche il colore delle maglie, il blu del Visconte di Chelsea, Henry Cardogan. Stadio, squadra, maglie, in quest’ordine: tutto era stato sistemato, e tutto come lo conosciamo oggi (certo, lo stadio ha subito le ovvie modifiche).

La casa naturale per le squadre londinesi era, come abbiamo visto e ad eccezione dell’Arsenal, la Southern League, alla quale il Chelsea chiese l’ammissione. Il parere negativo di Tottenham e Fulham fu però decisivo nel rifiuto da parte della Southern League dell’iscrizione al Chelsea; Mears e Parker si rivolsero così alla Football League che, a sorpresa, accettò il Chelsea tra le sue fila, anche grazie a un enfatico discorso di Parker in occasione del meeting annuale della lega (durante il quale venne esaminata la candidatura dei Pensioners, all’epoca nickname del club e vedremo in seguito perchè), discorso che pose l’accento sulla solidità economica del club e sulle strutture all’avanguardia di Stamford Bridge. Il Chelsea venne dunque iscritto alla Division Two della Football League, terminando la sua prima stagione al terzo posto. Manager (e allo stesso tempo giocatore) era lo scozzese John Robertson, il quale disponeva di una squadra composta da giocatori già “professionisti”, particolare che specifichiamo per rimarcare un’altra distanza tra l’esperienza del Chelsea rispetto a quelle già viste di squadre nate da scuole, club di cricket, fabbriche etc. Robertson lasciò il Chelsea nel 1907, per andare al Glossop: incomprensioni con la dirigenza, soprattutto l’interferenza di questa negli affari di campo portarono il manager lontano da Stamford Bridge. William Lewis, segretario del club, lo sostituì, guidando il Chelsea alla promozione in Division One; tra gli artefici del successo anche George “Gatling Gun” Hilsdon, primo di una lunga serie di grandi attaccanti in casa Blues (99 goal in campionato con la maglia del Chelsea per lui).

Lewis, portato a termine il compito, da buon soldato si fece da parte (d’altronde era stato fin da subito chiaro che il suo sarebbe stato un incarico a tempo), e venne sostituito da David Calderhead, ex allenatore del Lincoln il quale, proprio con il club del Lincolnshire aveva eliminato il Chelsea dall’FA nella stagione precedente, impressionando i dirigenti londinesi. Calderhead rimarrà in sella a Stamford Bridge per i ventisei anni successivi. Le prime stagioni non furono eccezionali, con il club che tornò anche in seconda divisione, salvo poi risalire e retrocedere nuovamente nell’ultimo campionato prima della guerra, dopo la quale tuttavia (come abbiamo già visto nei due viaggi precedenti) venne ripescato. Nonostante in campionato le cose non andassero a meraviglia, arrivò la prima finale di FA Cup nella storia del club: 1915, una sconfitta 0-3 contro lo Sheffield United passata alla storia come “Khaki final“, nome che deriva dalla larga presenza di soldati sulle tribune, dovuto ai venti di guerra che attraversavano l’Europa e il Regno Unito (“khaki” era il colore delle uniformi, e per estensione i “khakis” erano i soldati dell’esercito di sua Maestà). Alla sconfitta in finale, alle prestazioni altalenanti in campionato faceva da contraltare la media spettatori del Chelsea, che rimase la più alta nell’intero panorama calcistico inglese dal 1907/08 al 1913/14: non era inusuale vedere 60.000-70.000 spettatori a Stamford Bridge (il primo derby di massima serie tra due squadre londinesi, Chelsea-Woolwich Arsenal, attirò 55.000 spettatori, mentre una sfida contro il Manchester United ne portò 67.000). il Chelsea attirava un gran numero di spettattori sia per il suo gioco offensivo, sia per l’abitudine nel firmare giocatori famosi (oggi si direbbe “top-player”, termine che leggerete su questo sito per la prima e ultima volta), sia per le strutture all’avanguardia di Stamford Bridge, che infatti fu sede di diverse finali di FA Cup.

La prima squadra del Chelsea

Proprio uno dei giocatori firmati dal club per la prima stagione del dopoguerra, Jack Cock, fu uno dei fautori del terzo posto nella stagione 1919/20, con i suoi 24 goal che aiutarono il Chelsea a raggiungere quello che era il massimo all’epoca non solo per il club ma per qualsiasi altra squadra londinese; quella stessa stagione in FA Cup i Pensioners si piegarono solo all’Aston Villa in semifinale. Fu però un caso isolato: nel 1923/24 la retrocessione riportò il Chelsea nella palude della seconda divisione, palude nella quale rimase invischiato fino al 1929/30. In occasione del ritorno nella massima serie venne messa in piedi una sontuosa campagna di rafforzamento (una caratteristica che connoterà sempre il Chelsea) che portò a Stamford Bridge Hughie Gallacher, Alec Cheyne, Alex Jackson per la cifra complessiva di 25.000 sterline. Gallacher in particolare era un nome non altisonante, di più: aveva guidato il Newcastle al titolo, segnando per i Magpies 133 goals in 160 partite; era sceso in campo (con Jackson) a Wembley, nella vittoria della Scozia (i Wembley Wizards) contro l’Inghilterra per 5-1; era insomma una vera e propria star (terminerà la carriera con 554 partite e 406 reti). Nonostante le 72 reti di Gallacher (fu il miglior marcatore della squadra in ognuna delle quattro stagioni trascorse a The Bridge), Jackson e Cheyne non offrirono le prestazioni attese, e la stessa star scozzese incappò in una serie di problemi, personali (che culminarono in un costoso divorzio) e sul campo (numerose sospensioni, la più lunga di due mesi per offese a un arbitro). Il trio scozzese non ripagò dunque le – elevate – attese.

Calderhead lasciò il club nel 1933 senza aver vinto nulla, nonostante l’aggressiva politica sul mercato; il suo posto venne preso da Leslie Knighton, che abbiamo già incontrato nella storia dell’Arsenal. I risultati, tuttavia, non mutarono, e nonostante la lunga serie di giocatori talentuosi che vestirono in quegli anni la maglia blu del club (oltre i tre citati scozzesi, i nazionali Tommy Law, Sam Weaver, Syd Bishop, Harry Burgess, Dick Spence, Joe Bambrick), il massimo ottenuto in campionato fu un misero ottavo posto. Ironia della sorte, il miglior giocatore di quel periodo fu George Mills: l’ironia risiede nel fatto che Mills costò al club…zero sterline (firmò a 21 anni, proveniente dal Bromley), mentre invece aiutò la causa Chelsea con 118 goals in campionato, a differenza di pagate star. Come già negli anni 10, anche nei 30 a risultati non spettacolari corrisposero invece medie spettatori eccellenti: gli 82.905 della sfida contro l’Arsenal del 12 Ottobre 1935 rimangono, oltre a un record per il Chelsea, il secondo numero di spettatori di sempre per una partita del campionato. Il periodo tra le due Guerre terminò con la fine del regno di Knighton, sostituito da Billy Birrell, il quale dovette aspettare la ripresa delle competizioni per entrare veramente in carica (durante la guerra si giocavano tornei locali e non ufficiali, di cui infatti parliamo raramente). Da segnalare, prima del 1946 (l’anno della ripresa ufficiale dei tornei calcistici), l’amichevole con la Dynamo Mosca (in tour celebrativo) che portò a Stamford Bridge circa 100.000 spettatori. Era il 1945.

Hughie Gallacher

Come i predecessori, anche Birrell legò i costosi trasferimenti agli insuccessi. Arrivarono Tommy Lawton, Len Goulden e Tommy Walker per 22.000 sterline, e nonostante a differenza del precedente trio segnarono e rispettarono le attese, il Chelsea non terminò mai nelle prime dieci squadre del campionato. Non solo: alla data del 1948, i tre avevano già lasciato Stamford Bridge (e il calcio, nel caso di Goulden). A differenza dei predecessori, però, Birrell lasciò il segno, e nonostante non sarà lui a cogliere i frutti del suo lavoro, il suo impegno nella costruzione di un settore giovanile all’avanguardia fu decisivo per le sorti del club. Consapevole dell’importanza di formare “in casa” i giocatori per abbattere i costi dei trasferimenti e forse memore dei fallimenti nell’ambito calciomercato del Chelsea, Birrell affidò a tre ex-giocatori, Dickie Foss, Dick Spence e Jimmy Thompson, un programma di Academy e di scouting che, nel giro di qualche anno, porterà al club alcuni tra i maggiori talenti del periodo (i nomi li faremo dopo…). Birrell lasciò nel 1952 il posto al primo manager vincente della storia del Chelsea, l’ex attaccante dell’Arsenal Ted Drake. La prima novità introdotta da Drake fu in ambito extra-campo: insistette per rimuovere il “Pensioner” dalla simbologia del club (il Chelsea pensioner è un ospizio militare, svelato l’arcano), e conseguentemente dal nickname, che diventò da allora “Blues”. Il simbolo passò quindi dal vecchio militare bonaccione a, dapprima, le lettere “CFC”, in seguito al leone rampante ispirato dallo stemma del Metropolitan borough of Chelsea e da quello del Conte Cadogan, Visconte di Chelsea e presidente del club.

Se i cambiamenti nella simbologia sono importanti, duraturi e connotano un club, altrettanto decisivi per la storia sono i successi sul campo, e nei suoi primi 50 anni il Chelsea aveva raccolto zero trofei. Drake fu decisivo anche in quest’ambito. Nel 1954/55, a sorpresa, il Chelsea vinse il titolo, con una squadra, nuovamente ironia della sorte, priva di grandi stelle, fatta eccezione forse per il nazionale Ron Bentley. E sebbene quest’aspetto, l’aver vinto senza grandissime stelle in campo, sia decisamente romantico, fu anche la ragione per quale quel successo fu isolato: l’anno dopo il Chelsea concluse al sedicesimo posto la sua stagione da campione in carica, aggravata dal non aver potuto partecipare alla prima edizione della Coppa dei Campioni su parere negativo della Football Association, forse turbata ancora dalla vicenda-Wolves (anche se ufficialmente venne detto al Chelsea di concentrarsi sulle competizioni nazionali, e lo snobbare il Continente è tipico dei britannici). Drake venne licenziato a Settembre del 1961, dopo aver lanciato in prima squadra quattro anni prima un giovane, prodotto di quell’academy voluta da Birrell, rispondente al nome di Jimmy Greaves (124 i suoi goals in campionato con la maglia del Chelsea), che tuttavia in quella stessa estate del ’61 venne ceduto al Milan. Il posto di manager venne preso da Tommy Docherty.

Il Pensioner, primo simbolo del club

Gli anni ’60 erano gli anni della ribellione giovanile, dei Beatles e, ed è la cosa che ci riguarda, della Swingin’ London. E la Swingin’ London era, nel calcio, il Chelsea, non tanto per i risultati sul campo, nuovamente deludenti o quantomeno lontani dalle ambizione, quanto per l’attrazione che esercitava su alcune star di quel momento, che facevano la fila per presenziare alle partite a Stamford Bridge e che resero il Chelsea la squadra più glamour del periodo, anche per il suo gioco attraente. Partite con 80.000 spettatori, calcio divertente, il marchio fashion appiccicatogli addosso e due soli trofei in bacheca (la squadra del ’55 vinse anche la Charity Shield): i paradossi del calcio. Docherty subentrò in una situazione disperata, con la squadra destinata a una retrocessione che infatti non venne evitata, ma che servì al manager per costruire le basi per il futuro; l’immediata promozione in Division One fu la prima pietra su cui costruire. Docherty lavorò soprattutto sul ringiovanimento della squadra, cedendo i giocatori più attempati e attingendo a larghe mani al vivaio. Ron “Chopper” Harris (recordman di presenze), il portiere Peter Bonetti, l’ala Bobby Tambling (202 goals totali, record), John Hollins, Ken Shellito, Barry Bridges, Bert Murray il capitano Terry Venables erano tutti prodotti dell’academy e tutti membri di quel Chelsea “of the sixities” che sfiorò nel decennio solamente i trofei più importanti (diverse volte coinvolti nella title race, due semifinali di FA Cup e una finale, semifinale di Coppa delle Fiere), mettendo in bacheca solamente la Coppa di Lega del 1965.

Lo stemma, dagli anni ’50 a metà anni ’80

Nel frattempo nel 1966 un altro prodotto del vivaio venne aggregato alla prima squadra: Peter Osgood. Con il “re di Stamford Bridge” al centro dell’attacco, il Chelsea centrò nuovamente, dopo anni, la finale di FA Cup (1967), la prima tutta londinese (Cockney Cup Final), contro il Tottenham, persa però dagli uomini di Docherty. La stagione precedente Osgood rimase invece gravemente infortunato con il Chelsea primo in classifica, costringendo il manager all’acquisto di Tony Hateley per 100.000 sterline, l’ennesimo buco nell’acqua costosissimo visto che l’attaccante non si adattò mai al gioco Blues. Digressione doverosa. Docherty venne licenziato all’inizio della stagione 1967/68, e, dopo la breve parentesi di Ron Stuart, fu sostituito dall’ex manager dell’Orient Dave Sexton. Sexton mantenne il nucleo creato da Docherty, aggiungendovi l’attaccante Ian Hutchinson e affidando le chiavi del centrocampo al ragazzo di casa Alan Hudson (nato a Chelsea). E finalmente, sebbene non arriverà nessun titolo in campionato, venne messa in bacheca la FA Cup, vinta nella finale del 1970 contro il Leeds United, a cui fece seguito la Coppa delle Coppe del 1971 vinta contro il Real Madrid (e dopo aver eliminato i detentori del Manchester City). Gli anni ’70 cominciarono dunque alla grande, con un bis di successi a cui fece seguito, nel 1972, la canzone “Blue is the colour“, con cui abbiamo aperto questo post e uno degli inni più famosi del calcio inglese, cantata dagli stessi membri della squadra. Tutto sembrava mettersi per il verso giusto, e tutto faceva presagire un decennio di successi.

Invece, la Coppa delle Coppe fu l’ultimo trofeo vinto dal Chelsea, che per vincerne un altro dovrà aspettare la metà degli anni ’90. La squadra cominciò a disgregarsi, anche per problemi fuori dal campo che portarono Sexton a escludere, tra gli altri, lo stesso Osgood, che nel 1974 lasciò il club in direzione Southampton; lo stesso anno anche Sexton venne esonerato dal Chelsea, che al termine della stagione, con nuovamente alla guida Ron Stuart, retrocedette in seconda divisione. I guai non riguardavano solamente l’aspetto calcistico, ma anche quello economico, con le casse del club svuotate dalla costruzione dell’East Stand (nell’ambito di un ambizioso progetto che avrebbe dovuto portare la capienza a 60.000), situazione che peggiorerà negli anni successivi. Sul campo, Eddie McCreadie, ex giocatore, subentrò a Stuart e, alla seconda stagione in Division Two, riuscì a ottenere la promozione, salvo litigare con il proprietario Brian Mears e lasciare il club sbattendo la porta. Iniziò un periodo convulso della storia del Chelsea anche sotto il profilo dei manager, con continui avvicendamenti in panchina. A McCreadie fece seguito Ken Shellito, anch’egli ex giocatore del club, che mantenne il Chelsea in First Division nel 1977/78, salvo essere allontanato la stagione seguente e sostituito dalla leggenda Spurs Danny Blanchflower, che non riuscì a evitare la retrocessione. Le stagioni 1979/80 e 1980/81 videro alla guida della squadra Geoff Hurst, l’eroe dei Mondiali del 1966, che tuttavia non riuscì a riportare il Chelsea in Division One. Nel 1981 Mears mise in vendita la squadra “di famiglia”, che nel 1982 passò a Ken Bates, ex proprietario dell’Oldham.

The King of Stamford Bridge

Il cambio di proprietà non coincise con un miglioramento dei risultati, anzi, nella stagione 1982/83 il Chelsea rischiò addirittura la retrocessione in Division Three. Sul piano finanziario, i problemi continuavano, aggravati dal fatto che, dopo lo scorporamento avvenuto durante la crisi economica degli anni ’70, Stamford Bridge apparteneva a una holding diversa rispetto al club, e la società proprietaria dello stadio era rimasta in mano alla famiglia Mears. Comincerà una lunga battaglia, risolta solamente nel 1997, durante la quale lo spettro di un definitivo allontanamento da Stamford Bridge aleggiò sul Chelsea, visto che l’impianto, ceduto da Mears a una ditta edile, fu in procinto di essere abbattuto per costruirvi un complesso abitativo (si ventilò la possibilità per il Chelsea di andare a giocare a Selhurst Park). Sul campo, con John Neal alla guida, il Chelsea riuscì, nel 1983/84, a riconquistare la massima serie; in attacco primeggiava Kerry Dixon, che giocherà più di 300 partite con la squadra segnando 147 goals. Il ritorno in Division One coincise con alcune stagioni caratterizzate da ottimi risultati, addirittura il Chelsea si trovò in lotta per il titolo, salvo clamorosamente retrocedere nel 1987/88: il manager, John Hollins (che subentrò a Neal quando questi si ritirò), peggiorò i suoi rapporti con alcuni giocatori chiave (David Speedie e Nigel Spackman su tutti), che vennero ceduti, e il sostituto Bobby Campbell non riuscì a evitare l’inevitabile.

Apriamo una breve parentesi sul tifo. Abbiamo elogiato indirettamente le grandi folle che accorrevano a Stamford Bridge, rimarcando il fatto che il Chelsea è da sempre un club conn molto seguito. Tuttavia il “molto seguito” coincise negli anni ’70 con la larga presenza tra le fila dei tifosi Blues di elementi hooligan, tra i quali i famosi Chelsea Headhunters, una delle più temibili firm di quegli anni. Chiusa parentesi, ritorniamo al campo, con l’immediata promozione, trionfalisticamente ottenuta con 99 punti, ben 17 di vantaggio sulla seconda. Cominciarono così gli anni ’90, con il Chelsea di Campbell sorprendentemente quinto in First Division, il quale venne in seguito promosso general manager. Ian Porterfield e Glenn Hoddle furono i due manager che precedettero il nuovo periodo di gloria del Chelsea, che iniziò con l’FA Cup del 1997 (contro il Middlesbrough) vinta con Ruud Gullit in panchina. Gullit era arrivato al Chelsea come giocatore quando, con Stamford Bridge al sicuro, Bates (e Matthew Harding, ricco direttore delle finanze che morirà tragicamente poco dopo) mise a disposizione maggiori fondi per acquistare nuovi giocatori. Fondi che servirono all’olandese ad acquistare Gianluca Vialli, Frank Leboeuf, Roberto di Matteo e soprattutto “Magic Box“, Gianfranco Zola, insieme a Osgood uno dei giocatori più amati dai tifosi del Chelsea. Gullit venne licenziato nel corso della stagione 1997/98, sostituito da Gianluca Vialli nelle vesti anch’egli di player/manager: l’ex attaccante di Sampdoria e Juventus condusse il Chelsea a tre trofei nel giro di pochi mesi, con la Coppa di Lega (sempre 2-0, sempre contro il Middlesbrough), la Coppa delle Coppe (1-0 contro lo Stoccarda, goal di Zola) e la Supercoppa Europea (1-0 al Real Madrid). L’ultimo successo di Vialli fu l’FA Cup del 2000, contro l’Aston Villa; ma nel frattempo il Chelsea aveva anche fatto l’esordio in Coppa dei Campioni (ora Champions League), con l’eliminazione nei quarti contro il Barcellona.

Lo strepitoso goal di Zola contro il Norwich City

Il Chelsea “italiano” continuò con Claudio Ranieri, sebbene il manager romano non riuscì a ripetere i successi del predecessore, con la macchia della semifinale di Champions persa contro il Monaco, squadra decisamente inferiore al Chelsea come forza e forse aiutata da alcune bizzarre decisioni tattiche di Ranieri. Nel frattempo, il milionario russo Roman Abramovich rilevò il club da Bates, aprendo con il suo avvento la nuova e tuttora in corso serie vincente del Chelsea. Licenziato Ranieri, le chiavi della squadra vennero affidate dal magnate russo a Josè Mourinho, fresco vincitore della Champions con il Porto; la storia del manager portoghese a Stamford Bridge la conosciamo: due titoli, due Coppa di Lega, una FA Cup, mentre la Champions, vero obbiettivo di Abramovich (che ha rinforzato negli anni una squadra che vedeva già tra le sue fila John Terry e Frank Lampard con numerosi fuoriclasse, tra tutti Didier Drogba, Arjen Robben, Petr Cech, Ashley Cole, Ricardo Carvalho, Hernan Crespo, Andriy Shevchenko, Fernando Torres etc.) continuò a sfuggire, anche quando la squadra orfana dello “Special One” portoghese raggiunse la finale (con Avram Grant in panchina) del 2008, persa ai rigori contro il Manchester United; o quando la stagione successiva una controversa semifinale contro il Barcellona sancì l’eliminazione degli uomini di Guus Hiddink (subentrato a Felipe Scolari e vincitore di una FA Cup). Dopo averci provato con un altro italiano, Ancelotti, vincitore di un campionato e una FA Cup, quest’anno è finalmente arrivato l’agognato successo europeo, piuttosto inaspettato e con una squadra che, con Villas-Boas in panchina, sembrava cotta. In panchina, neanche a dirlo, un italiano, l’ex Roberto di Matteo, che nella finale di Monaco di Baviera ha visto i suoi uomini trionfare ai rigori contro i padroni di casa (e va ricordata anche l’estenuante semifinale contro il Barcellona) e che ha messo in bacheca anche una FA Cup.

Concludiamo così la storia del Chelsea, i campioni d’Europa in carica, la prima squadra londinese ad aver alzato la coppa più prestigiosa. Una squadra caratterizzata da sempre da un’aurea di fascino, una squadra storicamente attraente per il suo gioco, per i suoi campioni, per le icone come Peter Osgood, per lo stadio, dopo la ristrutturazione un gioiello nel cuore chic della capitale, e il solo pensierio che il Chelsea possa abbandonarlo ci mette i brividi visto che la squadra stessa è nata in funzione dello stadio. Ma allo stesso tempo una squadra che ha raccolto, salvo gli ultimi anni, meno di quanto seminato; che ha attraversato momenti difficili, economicamente, sugli spalti, sul campo (è stata, tra le “grandi” attuali, l’ultima ad aver giocato in seconda divisione). E lasciando Chelsea, lasciando Fulham, ci dirigiamo verso…un po’ nord, un po’ est, un po’ sud, visto che dedicheremo l’ultimo post a Barnet, Dagenham & Redbridge e AFC Wimbledon. Il nostro viaggio è quasi terminato, ma prima ci fermiamo davanti alla West Stand, dove la statua di Peter Osgood sorveglia la sua casa; e, con tutto il rispetto per Mourinho, Drogba etc., il Chelsea per noi, amanti del calcio che fu, rimane lui. Born is the king of Stamford Bridge

Leggende: Terry e Lampard (e Cole) con la Champions League

Records

  • Vittoria più larga: 9-1 v Worksop Town (FA Cup, 11 Gennaio 1908)
  • Sconfitta più larga: 1-8 v Wolverhampton Wanderers (Division One, 26 Settembre 1953)
  • Maggior numero di spettatori: 82.905 v Arsenal (Division One, 12 Ottobre 1935)
  • Maggior numero di presenze in campionato: Ron Harris, 655
  • Maggior numero di reti in campionato: Bobby Tambling, 164

Trofei

  • Division One/Premier League: 1954/55, 2004/05, 2005/06, 2009/10
  • F.A. Cup: 1970, 1997, 2000, 2007, 2009, 2010, 2012
  • League Cup: 1965, 1998, 2005, 2007
  • Charity/Community Shield: 1955, 2000, 2005, 2009
  • Champions League: 2011/12
  • Coppa delle Coppe: 1970/71, 1997/98
  • Supercoppa Europea: 1998

Rivali: Fulham, Arsenal, Tottenham

Link: Chelsea Italia

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