Viaggio nella Londra del calcio: Tottenham Hotspur

Tottenham Hotspur Football Club
Anno di fondazione: 1882
Nickname: Spurs, Lilywhites
Stadio: White Hart Lane, Bill Nicholson Way, High Road, London N17
Capacità: 36.274

A Tottenham ci si arriva generalmente dal centro di Londra, visto che prendere alberghi in zona, sempre che ne esistano ma immaginiamo di sì, non è usanza tipica del turista, quale noi, nostro malgrado, siamo. Per cui, che si salga direttamente sul treno a Liverpool Street o lo si prenda a Seven Sisters dopo viaggio con il Tube – Victoria Line – la stazione di Bruce Grove rappresenta sempre la penultima tappa rispetto a quella, dal nome inconfondibile, di White Hart Lane. I lampioni delle stazioni dipinti di bianco e blu, d’altronde, fanno capire che in zona non c’è posto per nessun’altra alternativa: siamo a casa del Tottenham Hotspur. White Hart Lane tra l’altro è effettivamente il nome della strada in cui sorge la stazione, per cui chi l’ha preso in prestito è lo stadio che sorge a 5 minuti a piedi dalla stazione stessa. Il quartiere non è bellissimo, nell’ottocento era periferia estrema immersa nel Middlesex, destinata ad accogliere il proletariato della capitale; pian piano però il quartiere si è accresciuto con l’afflusso di lavoratori, è stato negli anni inglobato nella Greater London ed ora, seppur non sia esattamente il centro di Londra e il Big Ben lo si trovi altrove, fa parte a tutti gli effetti della città. Lo stadio sorge lì, l’ampio piazzale in High Road antistante dirada per un attimo le case di mattoni rossi segnati dal tempo, salvo la Red House che svetta all’inizio della breve via intitolata a Bill Nicholson e che costituisce l’ingresso ufficiale allo stadio. Il cancello metallico posto in fondo alla via ci apre metaforicamente le porte della storia del Tottenham Hotspur, di cui andiamo subito a occuparci.

L’Hotspur Football Club nasce il 5 Settembre 1882, o almeno a quella data si ha la certezza data dal primo documento ufficiale. Capitale sociale? 5 scellini, che venne investito nel materiale necessario, a cominciare dalle porte. Passo indietro doveroso. Come in altri casi già visti, anche qui parliamo di una squadra di calcio originata da una di cricket (Hotspur Cricket Club) i cui membri necessitavano di un diversivo per i lunghi mesi invernali. Entrambe erano espressione di una scuola, la presbiteriana St.John’s Middle Class School, situata guardacaso davanti a quella che oggi è diventata Bill Nicholson Way, in High Road. Altro passo indietro, sempre doveroso: perchè Hotspur? Nome strano, non c’è che dire, essendo abituati a Rovers, Athletic, o Wanderers etc.. Pare derivi da “Harry Hotspur“, soprannome di Sir Henry Percy, personaggio vissuto a cavallo tra XIV e XV secolo e immortalato anche nell’Enrico IV di tal William Shakespeare; trattandosi di guerriero, la scelta del nome per una squadra di cricket può andare a inserirsi nel sempre fecondo campo delle sovrapposizioni tra ambito militare e ambito sportivo, per quanto il cricket sia uno degli sport meno bellicosi che si possano avere in mente. La spinta decisiva potrebbe essere arrivata da tal Ham Casey, unico giocatore dell’Hotspur ad aver giocato a calcio in precedenza e, insieme a Edward Beaven e Fred Dexter uno dei tre ad aver contribuito finanziariamente alla fondazione della squadra, insieme ovviamente al club di cricket.

La prima partita di questa squadra di ragazzini (tra i 13 e i 14 anni almeno nei primi due anni) venne disputata contro i Radicals, una sconfitta 0-2, che insieme a un’altra sconfitta, per 1-8 contro la scuola di Latymer rimane l’unico risultato conosciuto di quella prima stagione. Il cricket, nel frattempo, venne abbandonato: non si hanno infatti notizie di attività riguardanti tale sport dopo il 1883, segno che il calcio assorbì tutte le energie e le attenzioni. La divisa utilizzata nelle prime due stagioni era totalmente blu scuro, con un'”H” in campo rosso posizionata sul cuore durante la prima annata, con la scritta “HFC” al centro nella seconda; il campo di gioco invece si trovava nelle Tottenham Marshes (paludi), ancora oggi angolo di natura più o meno incontaminata nel mezzo del quartiere, e lo rimase fino al 1888. Ma nel frattempo, nel 1884, venne deciso il cambio del nome: poichè esisteva un altro club chiamato London Hotspur, per non creare confusione si aggiunse, davanti a Hotspur Football Club il nome del quartiere. Tottenham Hotspur Football Club. La divisa venne invece cambiata per rendere omaggio al Blackburn Rovers, che sconfisse il Queen’s Park nella finale di FA Cup in quell’anno, partita a cui assistettero i giocatori, i quali evidentemente rimasero incantati dalla squadra del Lancashire. Nel frattempo sempre più gente accorreva alle paludi per vedere giocare gli Spurs, che fu in sostanza il motivo del cambio di campo avvenuto nel 1888 (Northumberland Park). Infatti, essendo le paludi luogo pubblico, nulla poteva essere fatto dalla società per limitare l’afflusso di un pubblico non sempre tranquillo, tanto che i club avversari protestarono e minacciarono il boicottaggio.

La divisa venne cambiata altre tre volte: si passò dapprima a un blu scuro con pantaloni bianchi (sostanzialmente, il contrario della divisa attuale e storica), poi a un rosso con pantaloni blu scuro e infine a una maglia, particolarmente inguardabile, a righe verticali marroni-arancioni (chocolate & gold), sempre con pantaloni blu. Con questa maglia non esattamente splendida il Tottenham fece il suo esordio in Southern League nella stagione 1896/97, dopo essere passato al professionismo intorno al Natale 1895 e essersi visto rifiutato l’ingresso in Football League (e in precedenza, nel 1892, nella stessa Southern League). Vennero se non altro accolti direttamente nella First Division della Southern League. Nel frattempo, coinvolto sempre maggiormente all’interno dell’organizzazione societaria, Charles Roberts iniziò a pian piano prenderne le redini, fino a diventarne proprietario nel 1898 e rimanendolo fino al 1943. Fu la premessa (insieme al cambio di maglia, che divenne definitivamente bianca con pantaloncini blu scuro) per il trienno magico degli Spurs, che iniziò nel 1899 con l’acquisto di una porzione di terreno in High Road, la sede di un “market garden” (in sostanza, si comprava direttamente la frutta dall’orto) e che venne trasformata nel nuovo campo da gioco del Tottenham, visto che Northumberland Park aveva evidenziato problemi sia nelle strutture già esistenti sia nell’eventuale sviluppo di tribune più capienti. Diventerà, quella porzione di terreno, White Hart Lane. Nel 1900 arrivò invece il titolo di Southern League, mentre, a coronamento del triennio, nel 1901 venne messa in bacheca la F.A. Cup (3-1 al replay contro lo Sheffield Utd al Burnden Park di Bolton, dopo che la prima partita – 2-2 – al Crystal Palace attirò 110.000 persone), prima e unica volta nella storia di una squadra non appartenente alla Football League. Manager in entrambi i successi, John Cameron.

Finalmente arrivò anche l’ammissione alla Football League (stagione 1908/09), con gli Spurs collocati in seconda divisione, da dove tuttavia ottenero immediatamente la promozione in Division One. La vita al massimo livello non fu semplicissima, con campionati vissuti lontano dalle zone nobili che culminarono con l’ultimo posto della stagione 1914/15, l’ultima prima della sospensione dei campionati a causa della Grande Guerra. Alla ripresa delle competizioni ufficiali (1919/20) la Division One venne allargata a 22 squadre, il che rendeva quasi scontato il ripescaggio delle ultime due classificate: venne infatti ripescato il Chelsea, posizionatosi al 19esimo posto nel 1915, ma incredibilmente venne ignorato il Tottenham, a cui si preferì un Arsenal classificatosi sesto in Division Two. Inutile dire che questo fatto contribuì a dare il via a una rivalità che, alimentata anche dallla vicinanza (l’Arsenal giocava a Woolwich precedentemente) diventerà una delle maggiormente sentite all’interno del panorama calcistico d’Oltremanica. Il Tottenham vinse agevolmente la Division Two, tornando immediatamente in Division One e sullo slancio andando a vincere (1921) la seconda FA Cup della sua storia, 1-0 al Wolverhampton Wanderers a Stamford Bridge, e giungendo secondo la stagione successiva (1921/22) dietro al Liverpool. Ma non cominciò un ciclo il manager Peter McWilliam, fautore della vittoria in coppa, che lasciò nella stagione 1926/27 a Billy Minter, sotto la cui guida arrivò la stagione seguente la retrocessione. Minter venne sostituito da Percy Smith, che nel 1932/33 riuscì nuovamente a condurre il club nella massima serie, salvo, due stagioni dopo, retrocedere e essere sostituito da Jack Tresadern, il quale a sua volta venne rimpiazzato nuovamente da McWilliam, tornato al club dopo l’esperienza al Middlesbrough. Fattostà che, alllo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, gli Spurs erano impaludati in seconda serie.

Il football riprese il suo cammino regolare nel 1946/47, e il Tottenham era ovviamente in Division Two, dalla quale fallì la promozione in quella stagione e nelle due successive; si optò quindi per affidare la squadra (precedentemente guidata da John Hulme) a Arthur Rowe, ex giocatore degli Spurs negli anni ’30 e nativo proprio di Tottenham, la cui precedente esperienza era al Chelmsford City, non esattamente uno squadrone ma che con il suo gioco, passato alla storia col nome push-and-run riuscì a far comparire sulle mappe degli appassionati di calcio. Push and run: passare la palla (push the ball) a un compagno e quindi correre (run) nello spazio per ricevere il passaggio di ritorno. Semplice, immediato (sulla carta, da attuare immaginiamo un po’ meno), fluido. La squadra (due nomi su tutti tra i componenti, Alf Ramsey e Bill Nicholson, che da allenatori – e uno lo vedremo – passeranno alla storia) ottenne così la promozione vincendo la Division Two nel 1949/50. Ma il bello doveva ancora venire, perchè a Rowe e al Tottenham riuscì niente meno che la vittoria del titolo da neopromossi: era il 1950/51 (le date che finiscono in 1 ricorrono spesso nella storia Spurs, come visto e come vedremo), e gli Spurs si aggiudicarono anche il Charity Shield. Purtroppo la salute di Rowe peggiorò, a tal punto da costringerlo alle dimissioni nel 1955, quando la squadra del “push-and-run” era ormai agli sgoccioli della sua forma (tornerà poi al Crystal Palace, nel 1960); venne sostituito da Jimmy Anderson, che nel 1956/57 e nel 1957/58 ottenne un secondo (dietro ai Busby Babes) e un terzo posto. Quando anche Anderson manifestò problemi di salute, venne sostituito da un ex giocatore di Rowe, il già citato Bill Nicholson, che iniziò con un diciottesimo posto un’avventura destinata a grandi successi.

Jimmy Greaves segna uno dei tanti goal della sua carriera

Nicholson, per 68 lunghi anni fedele servitore della causa Spurs (in qualsiasi ruolo, da giocatore a manager a osservatore a presidente), iniziò la sua carriera con una vittoria 10-4 sull’Everton. Era il 1958, ovvero tre anni prima la grande impresa, forse la più grande nei 130 anni di storia del club: il double della stagione 1960/61, di cui abbiamo parlato approfonditamente qui. Danny Blanchflower, Dave Mackay, Terry Dyson, Les Allen alcuni dei componenti di quella squadra, a cui nella stagione successiva si aggiunse, acquistato dal Milan, uno dei più grandi giocatori inglesi di sempre, James Peter Greaves, per gli amici Jimmy, per i difensori avversari un incubo. Se quello del 1961 fu il secondo e ultimo titolo di campioni d’Inghilterra per gli Spurs, la squadra di Nicholson collezionò altre vittorie. Innanzitutto, dopo il Charity Shield 1961, il bis in FA Cup la stagione seguente (3-1 al Burnely) – con annessa altra vittoria del Charity Shield -, seguito dalla prima vittoria di una squadra inglese in una competizione europea, la Coppa delle Coppe del 1963 vinta distruggendo 5-1 l’Atletico Madrid a Rotterdam. Ringiovanita e rinnovata la squadra (arrivarono tra gli altri i futuri allenatori Terry Venables e Joe Kinnear, e poco dopo cominciò la sua esperienza al Tottenham anche Steve Perryman), il Tottenham vinse nuovamente la FA Cup nel 1967 battendo il Chelsea 2-1, giunse terzo in campionato, si aggiudicò due Coppe di Lega (1971 e 1973) e mise in bacheca il secondo trofeo continentale della propria storia, la Coppa UEFA 1972 vinta nella doppia finale tutta inglese contro il Wolverhampton Wanderers. Questi, tutti d’un fiato, i successi di Bill Nicholson alla guida del Tottenham, il quale si dimise al’inizio della 1974/75, dopo la finale di UEFA persa contro il Feyenoord e dopo un brutto avvio in campionato, anche a causa della personale insofferenza verso il mondo del calcio inglese che stava cambiando. La figura di Nicholson è entrata in quel momento nella leggenda del club.

Quasi non fosse problematico sostituire una tal figura, un tale allenatore, la dirigenza prese una decisione controversa e individuò il sostituto in un ex membro dell’Arsenal, Terry Neill, ignorando i consigli di Nicholson il quale indicò Blanchflower e Johnny Giles come suoi favoriti; Neill, mai amato dai tifosi Spurs, evitò la retrocessione nella stagione in cui sostituì Nicholson, si piazzò a metà classifica nella successiva ma si dimise al termine della stessa, rimpiazzato dal suo assistente, Keith Burkinshaw. Burkinshaw fece peggio, e gli Spurs retrocedettero al termine della stagione 1976/77, piazzandosi tristemente ultimi. Ora, la trama porterebbe a un finale che implicherebbe il licenziamento quasi scontato, tuttavia Burkinshaw, che evidentemente disponeva di santi potenti in Paradiso, lo evitò abbastanza clamorosamente, e seppur a fatica (finì terzo a pari merito con il Brighton) ottenne la promozione immediata in Division One. Altrettanto clamorosamente l’allenatore di Barnsley firmò due contratti caldissimi in quell’Estate da neopromossi: Ricardo Villa e Osvaldo Ardiles, ovvero due campioni del Mondo in carica da qualche settimana. Questi si unirono al già citato Perryman, a Graham Roberts e soprattutto a Glenn Hoddle nel formare il primo nucleo della squadra che, negli anni ’80, costruirà il suo secondo periodo d’oro dopo l’era Nicholson. Il primo trofeo per gli uomini di Burkinshaw fu, manco a dirlo, l’FA Cup 1981, vinta 3-2 al replay contro il Manchester City, seguita dal Charity Shield (condiviso come usanza in quegli anni dopo un pareggio 2-2 con l’Aston Villa). L’FA Cup venne bissata l’anno seguente in finale contro il QPR, sconfitto nuovamente dopo un replay, senza dimenticare un quarto posto in campionato e una semifinale di Coppa delle Coppe.

Steve Perryman

La scelta di non licenziare Burkinshaw si era rivelata, dunque, vincente. Al palmares del manager mancava l’alloro europeo, che arrivò nel 1984 con la vittoria della Coppa UEFA, ai rigori contro l’Anderlecht dopo un doppio 1-1, quello del ritorno ottenuto a White Hart Lane grazie a un goal negli ultimi minuti di Roberts. Nel frattempo un’altra pedina era stata aggiunta allo scacchiere del Tottenham, Gary Mabbutt, a cui fece seguito Clive Allen, tutti giocatori entrati nel cuore dei tifosi Spurs. Burkinshaw si dimise dopo la vittoria europea, ma avendo già annunciato le sue intenzioni in largo anticipo, e venne sostituito da Peter Shreeves, il quale ottenne subito un terzo posto alla prima stagione, inutile ai fini europei a causa del post-Heysel. Shreeves rimase in carica ancora una stagione (durante la quale acquistò Chris Waddle dal Newcastle, che si aggiunse a Clive Allen e Paul Allen) prima di cedere il posto a David Pleat. Pleat ottenne un terzo posto e perse una finale di FA Cup (1987, 2-3 contro il Coventry City) con una delle squadre più apprezzate nella storia degli Spurs, che vedeva in campo Ardiles, Hoddle, Waddle, i due Allen, Mabbutt, il portiere Ray Clemence (che si ritirò proprio nel 1987, anno nel quale venne ceduto anche Glenn Hoddle). Anche Pleat lasciò, all’inizio della stagione 1987 a causa di problemi legati alla sua vita personale, e venne sostituito dall’ex giocatore Terry Venables, che aveva fatto miracoli al Crystal Palace e al Queens Park Rangers; El Tel terminò il campionato “ereditato” da Pleat al tredicesimo posto.

Venables iniziò la ricostruzione della squadra, che passò per Paul Gascoigne (acquistato dal Newcastle per 2 milioni di sterline), Paul Stewart, arrivato dal Manchester City per 1.7 milioni, entrambi acquistati nell’estate del 1988, e Gary Lineker, arrivato a Luglio 1989 dal Barcellona per 1.1 milioni. In campionato le cose andarono bene nel 1989/90, con un terzo posto finale che nuovamente non significò Europa, perchè le porte vennero sì aperte alle squadre inglesi per la prima volta dopo l’Heysel, ma si decise di farne partecipare solo una in UEFA (e dunque la seconda classificata) con la conseguente esclusione degli Spurs. La rivincita arrivò, dolce, l’anno successivo, con la vittoria dell’FA Cup contro il Nottingham Forest 2-1, certo, ma soprattutto per la semifinale, un 3-1 contro i rivali dell’Arsenal entrato nella storia del Tottenham come la Partita, il St. Hotspur Day (a cui come vedremo nel viaggio all’Emirates i tifosi Arsenal risponderanno…) con la doppietta di Lineker e il meraviglioso goal su punizione di Gazza Gascoigne. Intanto vennero alla luce problemi finanziari, che portarono alla cessione del club a Alan Sugar (con la partecipazione dello stesso Venables) e del trasferimento, rimandato e poi perfezionato a nel 1992, di Gascoigne alla Lazio. Venables assunse un ruolo dirigenziale, lasciando la panchina a Shreeves che dunque tornò così in sella a White Hart Lane. Il gallese raggiunse i quarti di finale di Coppa delle Coppe (eliminato dal Feyenoord) ma concluse il campionato con un deludentissimo quindicesimo posto, in quella che fu l’ultima stagione prima dell’era Premiership.

Gascoigne e Lineker celebrano la vittoria in semifinale sull’Arsenal (1991)

Shreeves venne sostituito da Doung Livermore e Ray Clemence; dal Nottingham Forest arrivò Teddy Sheringham, mentre dal Portsmouth venne acquistata la giovane stella Darren Anderton. La squadra terminò all’ottavo posto, e raggiunse la semifinale di FA Cup, stavolta persa (0-1) contro i rivali del Nord di Londra. I problemi però erano all’orizzonte; dapprima, la lite tra Venables e Sugar, il burrascoso divorzio, le cause che ne seguirono; in seguito, con la squadra, affidata a Osvaldo Ardiles, che terminava la stagione al quindicesimo posto, l’investigazione della Football Association su irregolarità finanziarie avvenute negli anni ’80, che portarono in un primo momento alla deduzione di 12 punti, una salatissima multa e il divieto di partecipare alla FA Cup, decisione poi annullata (salvo la multa, che salì a 1.5 milioni di sterline). In tutto ciò, Ardiles firmò Jurgen Klinsmann e Illie Dumitrescu, che si unirono a Darren Anderton, a Teddy Sheringham, a Nick Barmby nel formare un gruppo di giocatori offensivi di tutto rispetto, che tuttavia non contribuirono a portare il Tottenham oltre il settimo posto finale, prima del quale Ardiles venne licenziato per far posto a Gerry Francis (prima dell’arrivo del quale lo spettro retrocessione non era lontano). Arrivarono anche in semifinale di FA Cup, sconfitti 1-4 dall’Everton. Klinsmann tornò in patria (al Bayern), Sheringham partì, ma continuarono ad arrivare a White Hart Lane giocatori di classe assoluta come David Ginola e Les Ferdinand, ma nonostante ciò i risultati scarseggiavano e Gerry Francis venne sollevato dall’incarico prima del termine della stagione 1996/97, sostituito dallo svizzero Christian Gross che raggiunse la salvezza (tornò anche Klinsmann, in prestito).

Gross venne esonerato quasi subito, sostituito da una leggenda dell’Arsenal, George Graham che come facilmente intuibile non ebbe vita facile a White Hart Lane, nonostante una Coppa di Lega vinta nel 1999 e una semifinale di FA Cup persa lo stesso anno contro il Newcastle. Nel 2001 Sugar cedette il club all’attuale proprietario, Daniel Levy, mentre Sol Campbell, idolo dei tifosi, passò all’Arsenal in uno dei trasferimenti più criticati della storia Spurs (Campbell era svincolato). Gli anni 2000 sono stati segnati da alti e bassi, dall’esperienza deludente di Glenn Hoddle a quella dell’olandese Martin Jol che condusse gli Spurs a due quinti posti consecuitivi, fino allo spagnolo Juande Ramos, emblema di questa altalena di risultati culminati nella vittoria della Coppa di Lega del 2008 ma allo stesso tempo deludenti in campionato, che portarono all’esonero dell’ex Sevilla e alla nomina a manager di Harry Redknapp. Sotto la guida di Redknapp (2008 – ) il Tottenham è tornato a respirare aria di alta classifica, e nonostante nessun trofeo sia stato messo in bacheca (due semifinali di FA Cup perse) il cammino in Champions League (sconfitta ai quarti contro il Real Madrid) nel 2010/11 ha fatto riassaporare ai tifosi l’aria della massima competizione europea, giocata solamente in un’altra occasione, ovvero nel 1961/62 (sconfitta di misura in semifinale contro il Benfica poi campione). La squadra attuale può contare su giocatori del calibro di Gareth Bale, Luka Modric, Jermaine Defoe, Rafael Van der Vaart, Scott Parker, Aaron Lennon e altri che costituiscono un solido nucleo grazie a cui il Tottenham spera di tornare a vincere, a meno di cessioni che nel calcio odierno non sono mai da escludere.

Il cockerel che svetta sul tetto della Park Lane a White Hart Lane

Chiudiamo sfatando una leggenda che da sempre aleggia intorno al Tottenham: l’essere una squadra con una larga fanbase ebrea. Il Tottenham, come afferma tra gli altri pure un tifoso Arsenal come Nick Hornby nel suo libro, ha lo stesso numero di tifosi ebrei delle altre squadre; ma negli anni si è fatta largo questa leggenda (forse derivante dal fatto che alcuni dirigenti nei primi anni era di estrazione ebraica), che nel Mondo idiota come il nostro ha ovviamente portato a sentimenti antisemiti che han prodotto negli anni episodi e cori spiacevoli rivolti ai tifosi Spurs. Tifosi che han risposto, adottando, ebrei e non-ebrei, il nickname “Yids” (usato come dispregiativo dagli avversari) per parlare di loro stessi, dando vita così alla Yid Army e capovolgendo l’insulto originale. Girando intorno a White Hart Lane vi capiterà di vedere bancarelle che vendono magliette con la stella di David per esempio, o su Twitter noterete come molti tifosi Spurs nel nick utilizzino la parola yid (o il femminile yidette). La fanbase attuale è molto multietnica, come è logico che sia a Tottenham, una delle zone dove il noto melting pot della Capitale raggiunge vette incontrastate (qualsiasi etnia è rappresentata, ed è divertente come a pochi passi da White Hart Lane voi possiate trovare un bar turco dove i tifosi guardano giocare il Fenerbahce con tanto di maglietta addosso). Bene, è tempo di salutare il Tottenham, la prima delle tre “grandi” londinesi che incontriamo nel nostro viaggio. Cose da dire che ne sarebbero tantissime, e molto probabilmente in futuro riprenderemo alcuni argomenti per approfondirli (il discorso varrà anche, lo anticipiamo, per Arsenal e Chelsea), l’importante era fare un sunto della storia di una squadra che ha visto negli anni giocare nelle sue file giocatori di classe assoluta, che si è fatta un nome di squadra dal bel gioco proprio per questo e che ha raccolto forse meno di quanto avrebbe potuto fare. L’importante è che il cockerel continui a svettare, lassù, vigile su White Hart Lane, a osservare giocare, per usare le parole di Bill Nicholson, “in the Tottenham way“.

Prossima tappa poco più a sud, va a trovare l’Arsenal.

Bill Nicholson

Records

  • Vittoria più larga: 13-2 v Crewe Alexandra (FA Cup, 3 Febbraio 1960)
  • Sconfitta più larga: 0-7 v Liverpool (Division One, 2 Settembre 1978)
  • Maggior numero di spettatori: 75.038 v Sunderland (FA Cup, 5 Marzo 1938)
  • Maggior numero di presenze in campionato: Steve Perryman, 655
  • Maggior numero di goal in campionato: Jimmy Greaves, 220

Trofei

  • Division One: 1950/51, 1960/61
  • F.A. Cup: 1901, 1921, 1961, 1962, 1962, 1967, 1981, 1982, 1991
  • League Cup: 1971, 1973, 1999, 2008
  • F.A. Charity Shield: 1921, 1951, 1961, 1962, 1967, 1981, 1991
  • Coppa delle Coppe: 1962/63
  • Coppa U.E.F.A.: 1971/72, 1983/84

Rivali: Arsenal, Chelsea, West Ham

3 thoughts on “Viaggio nella Londra del calcio: Tottenham Hotspur

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