Campioni del Mondo! L’epopea Wolves anni ’50 e la nascita della Coppa dei Campioni

Nel Luglio di qualche anno fa sono andato a Wolverhampton. Treno da Londra (stazione di Euston), nel bel mezzo delle due settimane londinesi, premio per una maturità conseguita da poco, penso di essere uno dei pochi, se non l’unico, italiano andato nella città del Black Country (già il nome dice tutto, ma la città in se non è bruttissima) per motivi di turismo calcistico. Tanto è vero che, quando nel negozio ufficiale della squadra, sito in un angolo del Molineux (lo stadio dei Wolves), ho detto “sì, sono italiano. Sa, son venuto qui per vedere lo stadio” questi mi hanno aperto, con un gesto che il sottoscritto non dimenticherà mai nella sua vita, le porte dello stadio stesso, e in un minuto ero lì, sul prato del Molineux, una sensazione bellissima, ancor più bella pensando che l’accesso era dovuto non al pagamento di un biglietto ma alla gentilezza di due addetti dell’official team shop.

Direte: sì, bello, ma è il Wolverhampton…(che all’epoca era in Championship, nome assurdo dell’ex Second Division). Venite con me. Lo stadio (dopo la ristrutturazione un gioiello, uno degli stadi più belli d’Inghilterra a parer mio) è situato in Waterloo Road, una lunga via che dal centro della città porta verso nord. Il cammino stazione-stadio l’ho fatto a piedi, 10 minuti circa, in modo da poter respirare a pieni polmoni l’aria della città, una cosa per me essenziale perchè oltre che conoscere le squadre e gli stadi è necessario conoscere il più possibile tutto ciò che c’è intorno, la città, la comunità, la gente. Dunque, si scende Waterloo Road verso nord e a un certo punto, sulla destra, dopo un muretto di mattoni che profuma d’Inghilterra, compare il Molineux; davanti alla tribuna posta sulla via c’è una statua, cosa comune a molti impianti inglesi, una statua non qualunque: rappresenta infatti William “Billy” Ambrose Wright, da cui la tribuna suddetta prende il nome (in un post futuro Cristian ve ne parlerà, all’interno della sua rubrica sugli stadi). Chi era Billy Wright? Billy Wright è stato solamente il capitano, oltre che dell’Inghilterra, di una delle più forti squadre inglesi di tutti i tempi: i Wolverhampton Wanderers del decennio 1950-1960.

Il Molineux visto dall'alto

3 campionati (1953/1954, 1957/1958, 1958/1959), 2 F.A. Cup (simbolicamente poste a inizio e fine ciclo, 1948/1949 e 1959/1960) sulle 4 totali della squadra (a cui vanno aggiunte 2 Coppe di Lega successive), fanno della squadra di Stan Cullis, l’allenatore a cui è dedicato un altro settore dello stadio con relativa statua, una delle grandi di sempre. Una squadra che non presentava il solo Wright come giocatore di livello internazione: Peter Broadbent, centrocampista, giocò 7 volte con i Leoni; Ron Flowers, stesso ruolo, collezionò 49 caps; Bill Slater 2, Bert Williams, il portiere, 30, e così via. Come mi ricorda un articolo di Christian Giordano sul Guerin Sportivo di qualche anno fa, è però soprattutto una partita ad aver reso immortali nella memoria dei loro tifosi e degli appassionati di calcio quei Wolves: la vittoria sulla temibile Honved di Puskas. E allora, prima di qualche parola doverosa da spendere per Wright, simbolo di quella squadra, mi sembra giusto incentrare il post sula sfida contro gli ungheresi e da quello che essa generò, di un’importanza decisiva per il calcio europeo in generale. Partiamo dal contesto in cui si giocò.

Il 25 Novembre 1953 è una data da non pronunciare mai davanti a un inglese; se lo fate, non dite che non vi avevo avvertito. Amichevole Inghilterra-Ungheria a Wembley, successe quel che nessuno si sarebbe mai aspettato, o almeno non in quelle proporzioni: vittoria magiara per 6-3, prima vittoria di una squadra non-britannica sul sacro suolo dell’Empire Stadium. Nonostante la batosta, paragonabile a una legnata nei denti come urto e dolore (virtuale), non tutto era perduto: era infatti in programma anche un ritorno, da giocarsi a Budapest il 23 Maggio 1954. Ecco, se quel 6-3 sembrò (ed era) umiliante per gli inventori del football, il 7-1 del ritorno suonò più o meno come il de profundis per il movimento calcistico inglese, fatto non da poco se pensate che gli stessi inglesi si rifiutarono di partecipare ai primi Mondiali in quanto ritenuti non alla loro altezza e blasone: potete quindi immaginare quanto ci tenessero a mantenere lo status quo delle cose, che diceva, fino a quel momento, che come loro non c’era nessuno. Crollava invece con quella sconfitta tale convinzione, insita nell’animo profondo dei discendenti di William il Conquistatore, l’orgoglio era ferito e bisognava rialzare la testa, prima che questa sprofondasse col resto del corpo sottoterra. E qui entrano in gioco i Wolves.

Il programma ufficiale di Wolves-Honved

Il Wolverhampton era fresco campione d’Inghilterra nel 1954, l’anno del “fattaccio di Budapest”. L’estate venne dedicata dalla squadra all’organizzazione di una serie di amichevoli da disputarsi fino ad autunno inoltrato al Molineux, amichevoli che avevano un doppio scopo: far conoscere all’Europa la squadra e allo stesso tempo presentare con orgoglio al Mondo l’impianto d’illuminazione dello stadio (le partite in notturna, infatti, non erano consuetudine diffusa, tutt’altro), uno dei primi impianti funzionanti per quanto riguarda il calcio. Calcarono così il prato del Molineux, dopo la Nazionale del Sudafrica l’anno precedente (30 Settembre 1953), squadre di club provenienti da tutto il Mondo: Celtic Glasgow, Racing Club de Avellaneda, First Vienna, Maccabi Tel Aviv, Spartak Mosca e, infine, l’Honved, la squadra più forte d’Ungheria e zeppa di giocatori della Nazionale, attesa in Inghilterra il 13 Dicembre 1954. L’occasione era ghiotta, una vittoria avrebbe restituito orgoglio al movimento del football, ferito dalle 13 pugnalate magiare nel corso della stagione precedente. I Wolves arrivarono alla partita vincendo sempre, fatta eccezione che contro gli austriaci del First Vienna che uscirono con un pareggio dal Molineux. A questo punto la trama, per filare, dovrebbe veder realizzata una vittoria degli inglesi: beh, la trama la accontentiamo, perchè i Wolves vinsero quella partita per 3-2, non dopo essere passati in svantaggio per 0-2 (goal di Kocsis e Machos) nel primo tempo, ma ribaltando il risultato nella ripresa con le reti di Hancocks e la doppietta di Swinbourne, il che contribuisce a dare all’impresa quel tocco di eroicità che le si addice. A questo punto, prima di andare oltre, elenchiamo la squadra che scese in campo quella sera e ridiede orgoglio al movimento calcistico inglese: schierati con il solito 2-3-5 dell’epoca (ricorderete il mio post precedente sul Tottenham Hotspur), in panchina Stan Cullis a dirigere le operazioni, scendevano in campo Williams; Stuart Shorthouse; Slater Wright Flowers; Hancocks Broadbent Swinbourne Wilshaw Smith, quasi tutti protagonisti di quel decennio fantastico per i gold & black.

Lo scontato slancio d’orgoglio per il movimento calcistico d’Albione che ne seguì, la rivendicazione della superiorità albionica nel campo del football fu, però, un tantino esagerato: i giornali il giorno dopo la partita titolarono, tra gli altri, “Hail Wolves, Champions of the World now” (Daily Mail), una celebrazione vista dall’esterno forse un tantino esagerata per una squadra sì forte ma vittoriosa in amichevole e sul proprio campo. Quel Campioni del Mondo però stava a significare che la ferita era ricucita, la testa era di nuovo alta, quella spocchiosità discreta tipicamente inglese riguardo al calcio ristabilita (un inglese non ti dirà mai esplicitamente “siamo meglio di voi”, ma te lo fa capire con stile). Quel che non sapeva il Daily Mail era che si trattava solo dell’inizio, perchè il bello doveva ancora arrivare. L’editore dell’Equipe, celeberrimo quotidiano sportivo francese, Gabriel Hanot, non digerì la celebrazione esagerata della vittoria del Wolverhampton, oltre ai ragionamenti che vedremo forse per quella secolare rivalità che divide i due popoli: secondo il giornalista francese i Wolves non solo avevano affrontato un numero ristretto di squadre, ma le avevano affrontate tutte in casa; e inoltre, se si sentivano così fiduciosi della loro forza, perchè non partecipare a un torneo europeo per club?

Before we declare that Wolverhampton Wanderers are invincible, let them go to Moscow and Budapest. And there are other internationally renowned clubs: A.C. Milan and Real Madrid to name but two. A club world championship, or at least a European one – larger, more meaningful and more prestigious than the Mitropa Cup and more original than a competition for national teams – should be launched

Nasceva, in quell’istante preciso, quella che oggi conosciamo come Champions League. L’Equipe si affrettò infatti ad organizzare per l’anno successivo, ottenendo l’appoggio decisivo dei club europei tra cui il Real Madrid di un signore chiamato Santiago Bernabeu, la “Coppa d’Europa”, poi denominata Coppa dei Campioni d’Europa su intervento di FIFA e UEFA, in un primo momento non coinvolte nell’organizzazione ma che fiutarono presto l’importanza di quel che si stava creando. La storia del calcio cambiava quel giorno, cambiava in qualche modo per merito dei Wolves.

Una leggenda, una statua: Billy Wright

Il Wolverhampton partecipò a due edizioni della nuova coppa, senza mai tuttavia vincerle, né arrivare in finale: nel 1958/1959 venne eliminato negli ottavi di finale dallo Schalke 04 campione di Germania, l’anno successivo dovette arrendersi ai catalani del Barcelona, tra i futuri dominatori della competizione. Da lì a qualche tempo la squadra perse i pezzi (Wright si ritirò nel 1959, Stan Cullis venne licenziato nel 1964), e il ciclo finì: gli ultimi due squilli, le Coppe di Lega 1974 e 1980, aggiunti alla finale di UEFA del 1972, furono il canto del cigno per la squadra, che attraversò un periodo nero sportivo ed economico (si provò a ingaggiare un rampante manager scozzese di nome AlexFerguson, ma mancavano i soldi per convincerlo) giungendo alle soglie del dilettantismo. Non venne quindi mai riconosciuta a livello europeo la forza di quella meravigliosa compagine, ma non solo la squadra stessa oggi è considerata quasi una cenerentola da coloro che si approcciano alla Premier League saltuariamente o comunque distrattamente, mentre invece si ha a che fare con una formazione in qualche modo mitica. Una squadra che aveva in Billy Wright il suo simbolo, un eroe d’altri tempi, un centrocampista/difensore che in tutta la carriera non subì nemmeno un’ammonizione, un gentiluomo di un calcio che scomparve pian piano, sepolto dalle star dei decenni successivi. 105 partite con la maglia della Nazionale inglese, di cui è stato capitano per un record di 90 volte, Wright giocò l’intera carriera con la maglia arancione (splendida) del Wolverhampton, per un totale di 490 partite. Provò anche l’avventura da manager in seguito al ritiro, 4 anni all’Arsenal dal 1962 al 1966, per poi spegnersi nel 1994, lasciando nei tifosi dei Wolves e del calcio d’altri tempi un vuoto nel cuore. Quella statua fuori dal Molineux (consiglio: se potete, andateci, perchè merita) è posta a ricordo di Wright, ma anche a ricordo di quell’avventura irripetibile, un’avventura che cambiò la storia del calcio europeo e di cui spesso ci si dimentica, magari avendo davanti agli occhi i Wolves attuali che lottano ogni anno per sopravvivere in Premier. E se penso, in quel grigio pomeriggio d’estate e grazie a quei due addetti del negozio, di aver calcato quel prato, di un Molineux rinnovato, certo, ma pur sempre tale, la scenografia che fece da sfondo a una leggenda, beh, mi perdonerete ma ripenso a Wright, Flowers e gli altri, e mi emoziono.

9 thoughts on “Campioni del Mondo! L’epopea Wolves anni ’50 e la nascita della Coppa dei Campioni

  1. Beh, sulla partita fra Wolves e Honved dovremmo aggiungere che Cullis fece allagare il campo, che si trasformò gradualmente in un pantano, anche in virtù delle pesanti piogge dei giorni precedenti. Finché gli ungheresi riuscirono a giocare, la partita fu a senso unico (anche a livello logico: la squadra ungherese era per 6/11 la nazionale, mentre i Wolves per quanto forti non erano analogamente rappresentativi del massimo livello inglese), poi nel fango sempre più profondo ed allentato, gli inglesi rimontarono, grazie ad uno stile che andava bene per il campo (il classico lancio lungo e calcio fisico) al contrario delle trame eleganti degli ungheresi. Proprio per quello Hanot si lamentò delle partite giocate solo in casa: perché i Wolves avevano portato all’estremo il concetto di “fattore campo”, sbilanciando volontariamente l’equilibrio del terreno e facendo giocare la partita su tutto tranne che un campo da calcio, ammettendo di fatto la propria inferiorità già in partenza. E per questo Hanot citò l’eventuale ritorno a Budapest, dove realisticamente i Wolves sarebbero stati smantellati, e non è un caso che le squadre inglesi non abbiano ottenuto grandi risultati nelle prime edizioni della Coppa dei Campioni. Gli inglesi in quegli anni se la credevano davvero troppo e purtroppo l’attenzione data al calcio inglese degli anni ’50 (rispetto a quello ungherese, o spagnolo, o italiano, o persino l’emergente calcio russo dove Boris Arkadiev metteva le prime pietre di un calcio futurista), è sproporzionata rispetto alla qualità effettiva espressa.

    • Per il sito sei considerato un pericoloso spammer. Perchè?🙂 vabbè, commento approvato!
      Sì, innanzittutto grazie per il contributo. Ho cercato di comprimere più possibile il post, tralasciando particolari come appunto quello del campo allagato, per evitare post troppo lunghi (e lasciar spazio in futuro a eventuali nuovi post). In effetti però è una doverosa aggiunta, perchè spiega ancora meglio le tesi che Hanot sosteneva, sul fattore campo in particolar modo. E’ chiaro che gli inglesi, feriti nel morale da quella sconfitta della Nazionale (più che altro feriti nell’orgoglio: erano vulnerabili anche loro!) portarono all’esasperazione la vittoria dei Wolves. Che erano una squadra indubbiamente forte, fortissima, ma che si avvantaggiò nell’occasione proprio del fattore campo. Non a caso, come ho detto, quella squadra fece poca strada nelle successive edizioni della Coppa dei Campioni a cui partecipò; ed era altrettanto chiaro che il calcio inglese non era il migliore al Mondo, come invece pensavano loro stessi, tanto è vero che bisognerà aspettare il Tottenham 1962/1963 per portare sul suolo d’Albione il primo trofeo europeo, un po’ troppo per coloro che si reputavano Maestri del football.

  2. Inoltre l’isolazionismo inglese li aveva lasciati molto indietro come tattica, non a caso loro continuavano a giocare col 2-5-3 fondamentalmente da 60 anni (con la parentesi del WM di Chapman utilizzato dall’Arsenal, ma dagli altri solo a tratti), quindi erano senza armi davanti al Metodo italiano o allo schema usato dalle nazionali mitteleuropee, che era a tutti gli effetti un 3-2-1-4 con la mezzapunta (o centravanti arretrato) alla Hidegkuti o Palotas, anche se poi su quello schema ci sarebbe molto da dire e sicuramente non è stato inventato dagli ungheresi (che lo hanno però perfezionato e soprattutto ne hanno personalizzato lo stile), soprattutto per quanto riguarda la particolare invenzione del centravanti arretrato, tracciabile al Wunderteam austriaco di Meisl con Carta Velina Sindelar.

    PS: sono un pericoloso spammer, purtroppo sono stato beccato😀

  3. Tanto è vero che quel Tottenham del 1963 che portò in Inghilterra il primo trofeo continentale aveva abbandonato il 2-3-5, se non ricordo male (vado a memoria, non ne sono sicurissimo).
    Però vaglielo a dire che erano indietro rispetto al continente…capace che si offendono!

    • 4-2-4 alla sudamericana, quello generato circa 10 anni prima da un’evoluzione del WM col centrocampo trasformato inizialmente in un parallelogramma, poi in un rombo, e poi col successivo abbassamento ulteriore del centrale basso sulla linea dei difensori (per permettere agli esterni di spingere senza lasciare un solo uomo dietro, punto debole autentico del sistema ungherese, visto che il centrale basso di centrocampo non era sufficientemente basso e lasciava un solo uomo dietro esponendo la difesa a tanti gol subiti) ed avanzamento della mezzapunta come seconda punta centrale.

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