Non league football (e non-league day): Northamptonshire

Sabato 6 settembre si celebra il non-league day. La pausa del calcio di alto livello causa Nazionali lascia spazio alle squadre della porta accanto, e invece di farsi miglia in treno per andare a vedere il Tottenham o il Manchester United gli appassionati sono invitati a svoltare l’angolo e recarsi al campo vicino a casa per sostenere il proprio local team. A nostro modo celebriamo il non-league day con una rassegna sulle quattro squadre principali di non-league aventi sede nel Northamptonshire (contea scelta assolutamente a caso, per chi se lo chiedesse): Brackley Town, Corby Town, Kettering Town e Daventry Town (nel Northamptonshire devono avere una particolare predilezione per il suffisso “Town”, basti pensare alla squadra di Northampton).

Brackley Town Football Club
Anno di fondazione: 1890
Nickname: the Saints
Stadio: St. James ParkCapacità: 3.500

Il Brackley Town si sta godendo le stagioni migliori della sua storia, essendo giunto in Conference North e rimanendovi per la terza stagione consecutiva. The Saints, i santi, vennero fondati nel 1890 e tra l’indifferenza generale passarono la stragrande maggioranza della propria storia in leghe minori: Oxfordshire Senior Football League, e poi dopo la Seconda Guerra Mondiale North Bucks & District League. Brackley, 13mila abitanti nel sud della contea, se siete appassionati di Formula 1 potreste già conoscerla: qui ha sede la scuderia Mercedes. E qui aveva sede una di quelle manifatture di Stato (workhouses) introdotte con le Poor Laws del 1834, così, per fare un po’ di storia socio-economica del Regno, che non guasta mai. Torniamo al Town. Nel 1977, trasferiti armi e bagagli al St James Park (l’impianto attuale), i Saints approdarono in Hellenic League, passando poi alla United Counties League nel 1983. Vinsero la Division One al primo tentantivo, ottenendo così la promozione in Premier, dove tuttavia faticarono ad ambientarsi, usando un eufemismo. Nel 1994, dopo tre ultimi posti consecutivi, il ritorno in Hellenic League. Finalmente nel 1997 l’esordio in Southern League, dopo aver vinto la Hellenic. A guastare i festeggiamenti giunsero i soliti problemi economici, che ciclicamente affliggono il 90% delle squadre di non-league: il Brackley Town venne salvato per un soffio dall’estinzione, dovendo però rinunciare alla Southern League, e facendo ritorno in Hellenic. La data di svolta è il 2004, quando i Saints rivinsero l’Hellenic, conquistando la promozione in Southern League Division One. Da quel momento è stato un susseguirsi di promozioni: 2007 in Southern Premier, 2012 in Conference, il tutto intervallato da ottime stagioni, spesso finite ad un istante dalla gloria (nel 2006 persero all’ultimo minuto la finale playoff contro l’Hemel Hempestead, ad esempio).

Corby Town Football Club
Anno di fondazione: 1948
Nickname: the Steelmen
Stadio: Steel Park, Corby
Capacità: 3.893

Corby, cittadina di 60mila abitanti, la città inglese con il più elevato tasso di crescita demografica degli ultimi anni. Conosciuta anche come “Little Scotland”, perchè qui arrivavano gli immigrati scozzesi a lavorare nell’industria dell’acciaio, che fino agli anni ’70 era l’anima stessa della città. Lo si capisce da tanti piccoli particolari, ma per quel che interessa a noi lo si capisce dal nickname della squadra cittadina, il Corby Town Football Club, per gli affezionati “the Steelmen”. Appunto. E lo stadio in cui giocano? Ovviamente Steel Park, ma non poteva essere altrimenti. Fondato tardi, nel 1948, il Corby Town raccolse l’eredità che gli lasciò lo Stewarts & Lloyds FC, squadra dell’omonima azienda di…indovinate un po’? Acciaio, naturalmente. Di base a Occupation Road (rimarrà fino al 1985 la casa degli Steelmen), il Corby Town iniziò la sua vita in United Counties League, di cui vinse il titolo due volte nel giro di pochi anni. L’exploit gli valse, in un’epoca di promozioni bloccate, l’ammissione alla Midland League, passando poi dopo cinque stagioni in Southern League. Essendo una delle leghe principali di non-league, il Corby provò in diverse occasioni a chiedere l’ammissione alla Football League, vedendo tuttavia i propri tentativi sempre respinti. E così la Southern League rimarrà per decenni la casa del Corby, in un’altalena tra Premier Division e Division One; nel frattempo un nuovo impianto, chiamato The Triangle, venne inaugurato nel 1985. L’epopea in Southern terminò, finalmente, nel 2009, quando fu archiviata una storica promozione in Conference (North), anche se dall’anno scorso la Southern League è tornata a essere la dimora prediletta degli Steelmen, retrocessi dopo quattro stagioni. E’ cambiato anche lo stadio, che adesso è appunto Steel Park, un impianto da quasi 4mila spettatori tra posti in piedi e posti a sedere. Una curiosità, per finire: nello stemma è rappresentata, dal 2008, una statua ammirabile nel centro di Corby. A chi è dedicata la statua? Non scherziamo…ovviamente ai lavoratori dell’acciaio. Welcome to Corby.

Kettering Town Football Club
Anno di fondazione: 1872
Nickname: the Poppies
Stadio: Latimer Park, Burton Latimer
Capacità: 2.100

La squadra che ha segnato più goal nella storia della FA Cup? La prima squadra ad aver messo uno sponsor sulle proprie maglie? La risposta a queste domande è una sola: il Kettering Town. In effetti parlare dei Poppies qui è quasi riduttivo: sono una squadra di non-league dalla grande storia. Fondato nel 1872, il Kettering Town è stato recentemente agli onori della cronaca per aver rischiato il fallimento dopo 141 anni di storia, salvato solo grazie all’intervento dei tifosi, dei Poppies ma non solo loro. Gioca in Southern League Division One, in uno stadio che non è il suo e in una città che non è Kettering (51mila abitanti), ma la vicina Burton Latimer. Nella speranza di un veloce ritorno a casa, la storia del Kettering Town racconta ben altro. Passati al professionismo nel 1891, i rossi di Kettering fecero della Midland League, come si conviene ad ogni club della zona, il palcoscenico principale su cui cominciare la propria avventura, vincendola nel 1896 e nel 1900. Da qui, dopo un passaggio in United Counties League (o, all’epoca, Northants League), l’ingresso in Southern League, in cui rimarranno per anni salvo una parentesi in Birmingham League nel secondo dopoguerra. E proprio in Southern League i Poppies scrissero pagine della loro storia. Innanzitutto la vinsero tre volte, due delle quali guidati in panchina da Tommy Lawton (sì, la star di Chelsea e Notts County), nel 1957, e da Ron Atkinson (sì, quello che allenò il Manchester United, il WBA, l’Aston Villa etc..) nel 1973. Poi, nel 1976, per la precisione il 24 gennaio, divennero in una partita contro il Bath City la prima squadra inglese con uno sponsor sulle maglie, la Kettering Tyres. L’idea? Del manager (e chief executive) Derek Dougan (sì, quello coi baffoni e con la maglia dei Wolves). Piccolo problema: la trovata non piacque alla Football Association, che multò di 1.000 sterline il club salvo, un anno più tardi, legalizzare gli sponsor sulle maglie. Ah! Nel 1979, non dopo aver cercato l’ammissione alla Football League (fallita, nel 1974, per soli cinque voti) i Poppies divennero membri fondatori della Alliance Premier League, che si trasformerà poi in Football Conference: fino al 2000/01, il regno del Kettering, che giungerà secondo ben quattro volte. Ma il nuovo millennio è stato avaro di fortune in campionato, tra retrocessioni, brevi ritorni (vennero anche ripescati nella neonata Conference North) fino al disastro economico e sportivo attuale, l’abbandono del secolare impianto di Rockingham Road e l’adattamento alla Southern League Division One, punto più basso dopo decenni.
La FA Cup, oltre al record di goal, ha regalato qualche altra soddisfazione al club, che ha raggiunto gli ottavi nel 1901, ma in epoca moderna il quarto turno nel 1988/89 e il terzo turno nel 1991/92. Meno soddisfazioni ha regalato, invece, Wembley, sul cui leggendario prato il Kettering ha perso due volte la finale di FA Trophy, nel 1979 (contro lo Stafford Rangers) e nel 2000 contro il Kingstonian.

Daventry Town Football Club
Anno di fondazione: 1886
Nickname: the Purple Army
Stadio: Communications Ground, Daventry
Capacità: 3.000

Il Daventry Town è club antico, ma dal recente successo. Fondato nel 1886, gran parte della storia della Purple Army si perde nelle tenebre della Northampton League. Nel 1987 fa capolino in Northants Combination, di cui vince la Division One e la Premier in back-to-back, tant’è che nel 1990 il club è ammesso alla United Counties League. Qui comincia un’altalena tra le due divisioni che compongono la lega, tra promozioni, retrocessioni, promozioni rese vane dalle condizioni dello stadio (The Hollow, lo stadio, non raggiungeva i requisiti richiesti, e il nuovo Elderstubbs non era ancora pronto). Nel 2005/06 a complicare le cose sopraggiunse un improvviso quanto catastrofico incendio della clubhouse e degli spogliatoi del nuovo impianto, e solo l’intervento di uno sponsor, la Go Mobile, salvò il club e le relative finanze (l’impianto è stato ora ribattezzato Communications Ground). L’intervento della Go Mobile coincise, nemmeno troppo casualmente, con la rapida ascesa del club, che vinse, anzì stravinse la UCL Division One nel 2008, e vincendo la Premier (con relativa promozione in Southern League) nel 2010. Qui ha allenato anche Mark Kinsella, senza grosse fortune, nel 2011; e qui, nella stagione appena conclusa, hanno potuto celebrare il raggiungimento, prima volta nella storia, del primo turno di FA Cup.
Piccola curiosità, infine. A Daventry aveva sede anche un altro club, il Daventry United, fallito nel 2012. Il manager dello United, Darran Foster, venne dapprima assunto al Town come assistente di Kinsella, divenendone poi il successore, attualmente in carica.

La storia dei club: Fleetwood Town

0,,10794~10971571,00Fleetwood Town Football Club
Anno di fondazione: 1908
Nickname: the Fishermen
Stadio: Highbury, Fleetwood
Capacità: 5.327

Risvegliarsi un giorno e ritrovarsi, quasi senza rendersene conto, in League 1. Certo, alle promozioni ultimamente, da queste parti, si erano abituati, ma per un club che ha attraversato diverse ri-fondazioni e che giocò in passato anche in North West Counties Football League ritrovarsi di fronte Coventry City, Bristol City e compagnia deve essere una sensazione piacevole.

Fleetwood, Lancashire. 25 abitanti nel distretto del Wyre, universalmente famosa (ok ok, il sottoscritto le adora) per le caramelle Fisherman’s Friends da quando un giorno del 1865 James Lofthouse, farmacista della città, alla richiesta di aiuto fattagli da un gruppo di pescatori dalla gola arrossata rispose con uno sciroppo di sua invenzione, poi tramutato in caramelle che su un peschereccio risultavano essere più comode di uno sciroppo. Già, pescatori. Il soprannome della squadra è Fishermen, i pescatori appunto, e questo già dice tutto. Fino al declino recente, qui tutto ruotava intorno alla pesca, con il paesaggio caratteristico fatto di fari e pescherecci, moli e gabbiani. In questo contesto nel 1908 venne fondato il Fleetwood FC, progenitore della squadra attuale. Una piccola realtà di provincia, che tuttavia seppe farsi notare vincendo la Lancashire Combination nel 1929 e la relativa coppa di lega nel 1932, 1933 e 1934, lanciando nel grande calcio un giovane portiere di nome Frank Swift, il quale diventerà titolare della porta dei Leoni d’Inghilterra nel periodo bellico e nel triennio immediatamente successivo.

areial-viewGli highlights della storia del Fleetwood originario finiscono sostanzialmente qui. Nel 1968, dopo sessanta lunghi anni come membro della Lancashire Combination, il club diventa co-fondatore della Northern Premier League, una delle tante leghe al di sotto della Division Four della Football League. I successi, però, stentano ad arrivare, e dopo due ultimi posti il club dichiarò infine fallimento nel 1976. Venne rifondato con il nome Fleetwood Town Football Club l’anno seguente, e contestualmente iscritto alla Cheshire League, dove rimase fino al 1982 quando la creazione della North West Counties League aprì una porticina ai pescatori di Fleetwood, i quali trovarono posto nella division two della lega. Gli anni ’80 videro il Fleetwood conquistare la promozione nella division one della NWCL (1984), giungere in finale dell’FA Vase nel 1985 (sconfitti a Wembley dall’Halesowen Town), divenire membri fondatori della division two della Northern Premier League nel 1987 e conquistare la promozione al primo tentativo, nel 1988. L’esperienza nella massima serie della Northern Premier League durò otto stagioni, fino a quando, nel 1996, il club fu nuovamente costretto a dichiarare il fallimento.

Nuovamente ri-fondato come Fleetwood Wanderers, venne ovviamente retrocesso di diverse categorie, fino alla Division One della North West Counties. Cambio del nome quasi immediato in Fleetwood Freeport a causa di uno sponsor, fortuna vuole che dopo tre anni si tornò alla denominazione di Town. Nel mezzo, la promozione nella massima serie della NWC nel 1999: l’inizio di una lunga scalata. Le tappe principali. Vittoria della NWC Premier, 2005; promozione Northern Premier League First Division, 2006; vittoria della NPL Challenge Cup, 2007; vittoria della NPL Premier, 2008. Nel giro di pochissimi anni fu Conference North, e poi Conference Premier perchè nel 2010, tramite playoffs, arrivò anche la conquista del quinto livello della piramide. Un’annata particolare, perchè l’esclusione del Fairsley Celtic causò l’assegnazione della vittoria automatica a chiunque avesse giocato contro di loro. Tre punti per tutti, anche per il Southport che si trovò così a condurre il campionato di un punto sul Fleetwood. Respinto il ricorso dei Fishermen, rimanevano i playoff, che ebbero però esito positivo, con il 2-1 all’Alfreton Town in finale.

The-sun-sets-at-Highbury--007Il 2011/2012, con i goal di Jamie Vardy e una striscia di 39 partite da imbattuti, fu l’annata della promozione in Football League, conquistata con due giornate di anticipo. Un sogno per i pescatori del Lancashire, che ad Highbury (un bel nome per uno stadio, non c’è che dire: è la casa dei rossi del Lancs dal 1934) avrebbero iniziato ad ospitare club di un certo prestigio. Ma potevano fermarsi lì? Ovviamente no. Dopo una stagione di assestamento, il 2013/2014 si è concluso con la promozione, tramite playoffs, in League One, a due passi dal massimo livello possibile. Senza più Micky Mellon in panchina (l’artefice della conquista della Football League), ma con Graham Alexander, i Fishermen daranno nuovamente battaglia, anche in League One. Quel che è certo è che quando si assiste a queste improvvise scalate, qualcosa c’è. Nell’organizzazione societaria, nell’ambiente, forse nell’aria che si respira. Aria di mare, che ha forgiato miti e pescatori. Gente dalla scorza dura. Comunque vada, il Fleetwood Town lotterà, potete starne certi.

Around the football grounds – A trip to Manchester (blue side)

Riprendiamo il nostro pellegrinaggio nelle terre inglesi cambiando completamente zona rispetto all’ultima puntata. Il nostro obiettivo sta nel nord-ovest inglese ed è una delle città più popolose e globalizzate dell’intera nazione. Facile intuire che si tratti di Manchester con tutto il suo enorme conglomerato urbano, la Greater Manchester, che già parzialmente avevamo toccato parlando di Springfield Park e del JJB Stadium, le case più famose del Wigan Athletic. Stavolta rimaniamo in città, dove gli oltre 500mila abitanti si dividono, per quanto riguarda il tifo, tra i rossi e i blu, tra lo United ed il City. E la prima tappa si focalizzerà sul club più “giovane” tra i due, fondato nel 1880: il Manchester City, salito alla ribalta delle cronache negli ultimi anni per l’arrivo di una presidenza multimilionaria, per le campagne acquisti faraoniche e per aver vinto uno dei campionati più incredibili della storia inglese, il più bello dal famoso gol di Thomas che diede il titolo ai Gunners nel leggendario Liverpool-Arsenal tramandato in tutto il mondo grazie a Nick Hornby ed al suo libro (un must per gli appassionati di calcio inglese).

Panoramica di Manchester

LA STORIA

Come per molte altre squadre inglesi, lungo la sua storia il City ha avuto uno stadio che è diventato leggenda, che immediatamente veniva associato al nome della squadra, come capitava per il Sunderland con Roker Park o il Southampton con il “The Dell” o l’Arsenal con Highbury. Tuttavia l’impianto che nel linguaggio comune viene definito “storico”, non è stato l’unico, anzi.

Ai tempi della fondazione, nel lontanissimo 1880, il club non si chiamava nemmeno Manchester City, bensì St. Mark’s (West Gorton), dal nome della chiesa e del quartiere, nel sud-est della città dove nacque la squadra. Inizialmente il motivo della fondazione era quello di costituire un centro di aggregazione giovanile con il fiorente calcio come pretesto, salvo poi evolvere in un vero e proprio club sportivo. La prima partita registrata negli annali (anche se non con certezza) fu giocata il 13 novembre 1880 e il campo scelto era nei pressi di Clowes Street, dintorni della chiesa di St. Mark’s. L’ubicazione esatta non la si conosce a tutt’oggi, di certo si sa che si trattava di un’area abbandonata, utilizzata anche dall’omonima squadra di Cricket; le più accurate ricerche fanno presumere che ci si trovasse a nord della chiesa, in quella che attualmente è Wenlock Way. L’esordio, disputato contro i rappresentanti della Chiesa Battista di Macclesfield, vide il West Gorton soccombere 2-1 e, purtroppo, non abbiamo alcun dato in merito al pubblico presente, ma solo qualche curiosità sul match. Ad esempio il numero di calciatori in campo, 12 per parte, con un tredicesimo giocatore a far da arbitro (1 rappresentante per team ed ognuno occupava 1 metacampo alzando una bandierina qualora vedesse un’irregolarità o si trovasse d’accordo con le proteste dei giocatori. Stava poi al capoarbitro sulla linea laterale la decisione di fischiare o meno) oppure le porte, realizzate con pali di legno e nastro adesivo tra gli estremi a fare da traversa. La prima stagione andò in archivio con altre otto partite disputate a Clowes Street e di queste, solo l’ultima fu vinta contro lo Stalybridge Clarence. Anche qui non poteva esserci qualche particolarità: gli avversari infatti arrivarono al match con solo 8 uomini a disposizione, gli altri tre…furono reclutati direttamente tra gli spettatori. La magia del football…altri tempi.

La St. Mark’s Church, dove nacque tutto

Nonostante gli scarsi risultati sul campo, le intenzioni del club si fecero serie a metà del 1881, quando i dirigenti si resero conto che il terreno di Clowes Street, oltre ad essere pericoloso per l’incolumità dei calciatori, non avrebbe permesso un serio sviluppo come stadio di calcio. La ricerca non fu lunga e ad essere scelto fu il campo da gioco del Kirkmanshulme Cricket Club, situato a sud della Hyde Road (una delle principali arterie della città) nei pressi della Redgate Lane, dei giardini zoologici Belle Vue e dell’abitazione di Edward Kitchen, giocatore chiave del club nonchè membro della dirigenza. Anche qui le informazioni sono frammentarie, soprattutto per quanto riguarda le infrastrutture, minime, ma presenti (si parla soprattutto di un tendone ad uno degli angoli del campo; sicuramente non vi erano stands). La partita più importante dell’anno fu disputata contro il Newton Heath, in una rivalità che successivamente diverrà storia: il Newton Heath altro non è che l’originario Manchester United e quindi questo fu il primo derby casalingo per il City, che si concluse la vittoria del St. Mark’s per 2-1 davanti a ben 5mila spettatori, un numero incredibile per l’epoca a Manchester. Durante l’annata furono disputati qui cinque dei dodici match stagionali, ma furono sufficienti per far sì che il club di cricket, proprietario del terreno, chiedesse al football team di traslocare. Il motivo? Quello di aver rovinato il campo, non più consono ai perfetti standard dei gentlemen del cricket (un termine utilizzato dal club di cricket per sottolineare la differenza tra loro ed il calcio): i documenti riportano che fu soprattutto il derby, nonchè ultima partita stagionale, ad aver contribuito all’aut-aut, dato che gli spettatori si assieparono in ogni dove possibile. Le voci “fuori dal coro” trovarono nella sempre crescente popolarità del football a discapito del cricket il vero motivo dell’ultimatum; voci che sembrano trovare conferma guardando all’immediato futuro dei due club, con la sparizione del team di cricket non molto tempo dopo la separazione. L’area del terreno di gioco è ancora a tutt’oggi abbandonata.

Mappa disegnata dell’allora zona di Kirkmanshulme

Con l’inizio della stagione 1882-1883 arriva dunque la necessità di una nuova casa, che viene trovata nei dintorni di Clowes Street, a Queen’s Road, area che oggi dovrebbe (utilizziamo il condizionale perchè non vi è l’assoluta certezza) corrispondere al Gorton Park. All’epoca, comunque, l’area dove il St. Mark’s giocò era nota come Clemington Park o Clemington Downs e lo stato del terreno non era molto diverso da quello di Clowes Street, sostanzialmente un campo di patate. Anche qui la storia è abbastanza nebulosa, si sa che la prima partita ufficiale fu giocata il 28 ottobre 1882 contro Bentfield, che, quasi da tradizione, si chiuse con una sconfitta dei padroni di casa. E, come capitava spesso in quegli anni, entrambe le squadre non raggiunsero gli 11 uomini in campo. Furono giocate circa 10 partite nella prima stagione ed altrettante nella seconda, che fu un momento particolare perchè solo per quell’anno il club si fuse con il Belle Vue Rangers F.C. assumendo la denominazione di West Gorton Association Football Club. A fine anno, nonostante una buona serie di successi, non solo avvenne lo split dei due club, ma anche l’ennesimo trasloco con il Gorton Association Football Club (la nuova denominazione assunta dai vecchi giocatori del St. Mark) costretto ad andar via dal campo, che rimase al neonato West Gorton Athletic F.C; fu una corsa contro il tempo, in quanto lo split arrivò improvvisamente, e grazie a Lawrence Furniss, giocatore del club, fu trovata la soluzione. Egli infatti trovò un terreno utilizzabile a Pink Bank Lane ed il club riuscì a negoziarne l’affitto per 6 sterline l’anno (grazie soprattutto al segretario Edward Kitchen). Per quanto non attrezzato, Pink Bank Lane era comunque nella media rispetto agli “stadi” delle squadre avversarie; inoltre si trovava nelle vicinanze del vecchio campo da cricket utilizzato dalla squadra, non uscendo quindi dalla zona dove il club stava facendo presa sulla gente. Praticamente nulle le testimonianze sulle caratteristiche del campo, si sa solamente che la prima partita fu disputata dalle riserve, il cosiddetto 2nd team, mentre la prima squadra lo inaugurò la settimana successiva contro i rivali del Gorton Villa FC, vincendo 3-0. Anche qui la permanenza durò pochissimo, solamente una stagione visto che per la stagione 1885-1886 Pink Bank Lane fu dichiarato non disponibile per il football, lasciando ancora una volta il club a piedi. A risarcimento furono date indietro 2 delle 6 sterline depositate, senza tuttavia cambiare la sostanza. Sulle ceneri di Pink Bank Lane oggi abbiamo da una parte il Belle Vue Athletic Centre utilizzato per i giochi del Commonwealth, dall’altro un piccolo stadio polifunzionale.

Mappa della zona di Bellevue nel 1931

La ricerca, quasi rassegnata, di una nuova base portò il club fuori dalla zona di origine, a Reddish Lane, più di 2 miglia da Clowes Street. Questa volta però il terreno offriva del potenziale: i proprietari infatti erano i gestori del Bull’s Head Hotel adiacente, che per una cifra di poco superiore alle 6 sterline annue diedero in affitto sia il terreno, sia i locali dell’albergo come spogliatoi al club. In più venne messo in piedi un rudimentale bar, aumentando le rendite per entrambi. La prima partita venne giocata il 3 ottobre 1885 contro Earlstown e terminò con un pareggio 1-1; su questo campo il West Gorton mosse i primi passi nel football che contava ma dopo soli 2 anni arrivò un nuovo divorzio. Alla base, come spesso capita, motivi economici: nonostante la “lontananza” dalla sede di nascita, gli spettatori erano in forte aumento e i proprietari del Reddish Lane Ground tentarono di aumentare il costo dell’affitto per aumentare i profitti. Di fronte al rifiuto del West Gorton, le trattative si interruppero e il club fu nuovamente costretto ad emigrare, trovando finalmente una soluzione stabile: Hyde Road.

Scorcio dell’attuale zona dove sorgeva Reddish Lane

Fu il capitano della squadra, Kenneth McKenzie, a dare il là per il trasferimento segnalando l’esistenza di un’area “abbandonata” adiacente ad un viadotto ferroviario sulla linea Manchester-Crewe, nei pressi di Hyde Road ad Ardwick, un miglio ad est dal centro città. Il suggerimento piacque molto ai vertici del club, soprattutto perchè si trovava molto vicino alla zona di nascita spirituale del club, la St. Mark’s Church: si mosse quindi Lawrence Furniss, che nel frattempo da giocatore era diventato segretario del club, per andare a scoprire chi fossero i proprietari del terreno. Appurato che il padrone di casa era la Compagnia Ferroviaria di Manchester, Sheffield e Lancashire, partirono le trattative che si chiusero rapidamente con esito positivo grazie anche all’apporto del giocatore Walter Chew: fu raggiunto un accordo di 7 mesi per 10 sterline, con la clausola che il club cambiasse nome in Ardwick F.C. Passo successivo fu quello di rendere l’area adatta al calcio. Le premesse non erano certo delle migliori: le condizioni generali del terreno erano pessime, senza contare le ridotte dimensioni dovute non solo alla presenza del viadotto ferroviario, ma anche di un quartiere residenziale all’estremo sud su Bennett Street e della Galloway’s Boiler Works sul lato est; lo spazio per gli spogliatoi non esisteva e per questa funzione fu scelto il vicino Hyde Road Hotel, anche se per arrivarci bisognava attraversare un umido sottopasso. Tuttavia la caratteristica più incredibile era la presenza di un distaccamento della linea ferroviaria che andava a lambire direttamente il terreno per entrare nello stabilimento Galloway.

Parte del contratto per Hyde Road, con la planimetria della zona

I primi lavori furono i più complessi, dedicati al livellamento del suolo per riuscire a realizzare un campo dove si potesse giocare a calcio: in poche settimane si raggiunse il traguardo e per l’agosto del 1887 il club ebbe la sua nuova casa. Il cambio nome fu ratificato il 23 agosto mentre la prima riunione ufficiale avvenne all’Hyde Road Hotel, che divenne anche la nuova sede, 7 giorni più tardi. Lo stadio era decisamente basilare in quanto a facilities, ma questo non fermò i dirigenti dell’Ardwick che si impegnarono tanto quanto i giocatori in campo per migliorare le cose. Nell’anno successivo, il 1888, fu costruita la prima vera stand dell’impianto, capace di contenere 1000 persone sedute e realizzata grazie al contributo del birrificio Chesters, in cambio dei diritti esclusivi di vendita degli alcolici durante le partite. Questa opera fu seguita poco dopo dalla costruzione di una seconda stand, sempre grazie ai medesimi benefattori e ogni anno vennero fatti piccoli miglioramenti per cercare non solo di rendere confortevole la visione del match agli spettatori, ma anche di dare credibilità e visibilità al club.

Sulla sinistra, l’ingresso al campo

Il 1892 fu un anno fondamentale nella storia non solo del City, ma anche del calcio inglese: fu formata la Second Division, a cui l’allora City fu ammesso (salvo poi scoprire che i rivali cittadini del Newton Heath, a.k.a. Manchester United, erano stati ammessi di diritto alla First Division). Dopo due anni l’Ardwick cadde in disgrazia, ma i dirigenti strinsero i denti e determinati iniziarono a ristrutturare il club, creando il Manchester City e proseguendo nell’intento di trasformare Hyde Road in uno stadio di prim’ordine. A supportarli nel loro lavoro l’entusiasmo enorme attorno al football nella città di Manchester, con un pubblico sempre calorosissimo e numerosissimo. Nel 1896 furono realizzati gli spogliatoi e due anni più tardi fu aggiunta una terza stand (in precedenza la main stand, originaria del 1888, era stata ristrutturata ed ampliata); ulteriori lavori furono fatti nel 1904, portando la capienza totale a 40.000 spettatori. Siamo nel periodo di massimo splendore dell’impianto, che l’anno successivo ospitò alcuni importanti match di inter-league tra i migliori del campionato inglese ed i migliori di quello irlandese nonchè una semifinale di FA Cup, quella tra il Newcastle ed il The Wednesday (l’allora Sheffield Wednesday).

Boxing day, 1898

Non era tutto ora quel che luccicava: con la diffusione della stampa, iniziarono a circolare anche le opinioni della gente, che non erano del tutto soddisfatte dello stadio: stretto, disagevole, piccolo, un incubo quando piove erano solo alcune delle espressioni usate per descriverlo, senza contare la difficoltà di accesso, dovuta alla scarsa presenza dei turnstiles, quando c’era il pubblico delle grandi occasioni. Questo tuttavia non fermò il club, che nel 1910 (in risposta alla crescita dei rivali cittadini) diede il tocco finale ad Hyde Road, realizzando la copertura di tutte e 3 le stand non coperte (allora era coperta solo la main stand), garantendo di restare protetti dalle intemperie a ben 35mila spettatori e, soprattutto, realizzando uno stadio coperto sui 4 lati nel 1910, un cosa impensabile addirittura nel 2014 per altri paesi (chi ha detto Italia?).

La Main Stand nel 1905

Ecco allora che possiamo avere un’idea più completa dell’impianto nella sua interezza: sul lato nord si trovava la main Stand, costituita da un upper-tier completamente formato da posti a sedere e da un paddock inferiore, dedicato ai posti in piedi. Non esistono dati precisi sulla capacità reale della stand, quello che sappiamo è che fu costruita secondo gli standard dell’epoca, con i classici pali a sostenere la copertura e la relativa visione limitata; la end adiacente sul lato nord-est fu chiamata Galloway’s End, divisa in due dalla linea ferroviaria per la fabbrica prima citata con la struttura più piccola, situata dietro i binari, conosciuta come la “Boys Stand”. La End opposta era la Stone Yard Stand (formata da un mix tra posti in piedi ed a sedere), interamente coperta con una struttura particolare, formata da numerosi tetti triangolari quasi a delimitare delle case, in maniera molto simile al quartiere residenziale retrostante.

La Stoneyard Stand, 1910

L’ultima stand, opposta alla main, era il “The Popular Side”, dotata solamente di posti in piedi e coperta per 3/4 in maniera molto simile alla Stone Yard Stand; nell’angolo che questa formava con la Galloway End vi erano dietro le case di Bennett Street e, onde evitare spettatori “abusivi”, il club fece erigere delle barriere di legno per oscurare la vista diretta sul campo. L’avanguardia rispetto ai tempi tuttavia non servì a mascherare le falle ed i limiti di Hyde Road: nel 1913 una gara di coppa con il Sunderland dovette essere sospesa per l’eccessivo numero di spettatori che ebbe accesso all’impianto, tanto che fino al momento dell’interruzione vi erano persone almeno 3-4 yard all’interno del terreno di gioco (senza contare i numerosi problemi su Bennett Street, unica via di ingresso). Questo fruttò al City una multa salata e si iniziò a parlare di come controllare gli afflussi allo stadio per evitare ulteriori problemi di questo tipo (tra le proposte vi fu quella di utilizzare la polizia a cavallo sulle linee laterali, proposta accantonata di fronte al pericolo di una pallonata sul cavallo con successiva arrabbiatura di quest’ultimo); ad Hyde Road però non vi erano soluzioni perchè tutto lo spazio disponibile era ormai stato sfruttato. L’arrivo della Grande Guerra non diede il tempo per pensare a come risolvere il dilemma e a quel tempo lo stadio divenne una sorta di enorme stalla con ben 300 cavalli al suo interno; prima della ripresa dello sport il club divenne inoltre unico proprietario del terreno, senza quindi il supporto del birrificio Chester.

Popular side, 1913

Il 1920 fu un anno fondamentale nella storia di Hyde Road: a marzo fu il primo stadio extra-Londra ad essere visitato dal Re, Giorgio V, che fu fatto accomodare nella Main Stand per assistere a Manchester City-Liverpool ed a novembre, quando iniziavano a circolare i primi rumors di un possibile spostamento del club, la stessa Main Stand andò a fuoco per colpa di un mozzicone di sigaretta, portando con sè tutta la documentazione del club e la vita del povero cane da guardia Nell. L’episodio fece esplodere del tutto i rumors riguardanti il cambio di casa, una soluzione che pareva ormai imminente: l’idea più realistica era quella di una condivisione di Old Trafford, l’impianto dei rivali cittadini del Manchester United, ma non se ne fece nulla perchè le condizioni poste dallo United furono giudicate eccessive. L’altro club di Manchester pretendeva che il City mantenesse in ogni partita l’incasso realizzato la stagione precedente nel medesimo match, mettendo a bilancio tutta la quota che eccedeva tale cifra: questa mancanza di signorilità pose ulteriormente le basi per la rivalità cittadina e spinse il City a sistemare in qualche modo Hyde Road, per poter continuare ad utilizzarlo.

Le tristi immagini del post-incendio

Definire “in qualche modo” comunque è difficile perchè il City fece un gran lavoro, realizzando una nuova main stand di 25 file, sistemando i terrace e realizzando addirittura nuovi spogliatoi per le squadre. Era comunque chiaro che i giorni dello stadio stavano giungendo al termine: scartata l’ipotesi di Belle Vue, l’interesse del club si spostò nella zona di Moss Side e il 9 maggio 1922 fu fatto l’annunciò che lì sarebbe nato il nuovo impianto, con l’apertura fissata per la stagione 1923-24. L’addio ad Hyde Road fu dato con un’amichevole il 18 agosto 1923, dopodichè venne pian piano smantellato fino a non far rimanere nessuna traccia della sua esistenza. Tuttavia la nuova Main Stand, con la copertura ed alcuni tornelli, venne venduta all’Halifax Town, dove, seppur risistemata, fa ancora bella mostra di sè al The Shay; inoltre furono ritrovate negli anni 90, ad una svendita di tetti, le coperture originali delle stand di Hyde Road. La terra comunque non fu abbandonata: fino agli anni 50 fu usata come deposito per la società di tram della città, successivamente come deposito di pullman e zona per imparare a guidarli; dal 2000 l’area è diventata la zona di raccolta delle merci per i Commonwealth Games. E un cenno merita anche lo storico Hyde Road Hotel, mantenuto in attività sino al 1989 prima di essere abbandonato e demolito circa 10 anni più tardi; tuttavia la sua memoria resta in vita grazie a due chiavi di volta inserite nel memorial garden dell’attuale impianto del City.

Sullo sfondo si intravede Hyde Road prima dell’abbandono

Come detto, l’annuncio dello spostamento ufficiale arrivò il 9 maggio 1922 dopo l’accantonamento dell’ipotesi Bellevue principalmente per 2 motivi: in primo luogo la presenza di un terreno non troppo spazioso, che di conseguenza avrebbe impedito al grande progetto del City di prendere forma; in secondo luogo la durata per 50 anni della concessione del terreno, giudicata troppo breve dal club. La scelta non fece tutti felici: John Ayron, membro del Board, si dimise per andare a formare il Manchester Central F.C. proprio a Bellevue ed anche i tifosi storsero il naso giudicando lo spostamento troppo a sud all’interno della città (siamo a sole 3 miglia da Old Trafford), peraltro in una zona già densamente popolata. Questo tuttavia non fu altro che un vantaggio, in più la zona era di facilissimo accesso da tutte le parti della città ed il costo era irrisorio date le notevoli dimensioni (16.25 acri) dell’area, solamente 5.550 sterline. La progettazione e la costruzione furono affidate alla ditta di Sir Robert McAlpine, che a quel tempo si stava anche occupando di erigere Wembley. L’idea alla base fu quella di realizzare un Hampden Park (lo stadio dei Glasgow Rangers) inglese in due fasi: la prima consistente nel costruire un impianto da 85mila persone, con una enorme Main Stand ed il resto dedicato ai terrace; la seconda nell’ampliamento della capienza a 120 mila posti tutti coperti. Dalla posa della prima pietra ci vollero 300 giorni prima di dichiarare finiti i lavori, che procedettero senza intoppi se non col dubbio che il sito fosse maledetto perchè anni prima da lì erano stati espulsi dei “Gipsy”, viaggiatori itineranti di origine irlandese (la maledizione fu tolta con una cerimonia ufficiale il 28 dicembre 1998!). Al momento dell’inaugurazione quindi avevamo una single-tier stand coperta capace di ospitare 10mila spettatori con terrace sugli altri 3 lati; tutti le sezioni erano connesse tra loro, non vi erano quindi angoli aperti. L’aspetto globale ricordava molto il vicino Old Trafford, anche se qui la capacità potenziale era molto più elevata, stimata in 80-90mila persone e le facilities per gli spettatori, soprattutto per quanto riguardava l’accesso all’impianto, erano, per l’epoca, seconde solo a quelle di Wembley, con dei tunnel sui 4 corner ed anche sul Kippax Street Terrace (lato est dello stadio).

Una delle primissime immagini di Maine Road

L’inaugurazione ufficiale, con match, taglio del nastro e discorso inaugurale (effettuati dal sindaco, Lord W. Cundiffe), avvenne solamente 1 settimana dopo l’ultima partita ad Hyde Road, il 25 agosto 1923; ospite lo Sheffield United, per una partita valida per la First Division. Per l’evento 60mila persone affollarono gli spalti e i commenti si focalizzarono non tanto sulla partita, vinta peraltro dal City 2-1, quanto sullo stadio stesso. Il Manchester Guardian, nell’edizione del giorno successivo, riassunse tutti i commenti del pubblico, giudicando in molto molto favorevole l’impianto in Moss Side, descrivendolo come imponente, intimidante, moderno e, soprattutto, comodo per gli spettatori, con visibilità e possibilità di sentire le loro urla in campo incredibili. Si racconta anche che dopo il fischio finale molti spettatori nella Main Stand rimasero lì solo per ammirare il lavoro fatto dai costruttori con gli accessi e le indicazioni per gli spettatori per arrivare facilmente al loro posto a sedere (sì, già nel 1923 i posti erano numerati!). Nel giorno dell’apertura fu inoltre deciso il nome dello stadio, che tutti voi conoscete, nonostante molti sentissero la necessità di dedicarlo a Mr. Furniss, il principale fautore dello spostamento del club che tuttavia decise che non era giusto intitolare il tutto ad un membro vivente del City e che il nome fosse proprio quello di Maine Road, dalla strada che costeggiava la tribuna sul lato ovest. Maine Road non ci mise molto a mostrare il suo potenziale: l’8 marzo 1924, nel corso della prima stagione, 76.166 persone lo affollarono per una partita di coppa contro il Cardiffl, allora record di ogni epoca per la città di Manchester; la media stagionale fu superiore ai 37mila spettatori. Nonostante il successo di pubblico, emersero le prime magagne sottoforma di problemi di sicurezza e di terreno di gioco. Per quanto riguarda la sicurezza, nel gennaio 1926 crollò una delle barriere protettive durante una partita di FA Cup (contro l’Huddersfield) causando diversi feriti, alcuni anche in maniera molto seria; il campo invece fu criticato a più riprese, soprattutto per i problemi di drenaggio che lo rendevano spesso assimilabile ad una palude. Questi problemi convinsero la FA a non scegliere Maine Road per le finali di coppa (solamente una semifinale fu giocata qui in questi anni); in più arrivarono anche critiche per la presenza della copertura solamente sulla Grand Stand. Il City non fu sordo alle critiche e studiò un piano in diverse fasi per ampliare le tre stand scoperte e coprirle. La prima fase consisteva nell’ampliamento e nella copertura di Platt Lane (una delle due end), la seconda l’estensione del tetto della Main Stand a coprire anche l’altra end (la Scoreboard End) e l’ultima l’estensione della Popular side, opposta alla tribuna principale.

La Main Stand nel 1930

La prima fase fu completata in due tempi: nel 1931 fu realizzato il Platt Lane corner grazie a nuovi posti a sedere realizzati tra la Main Stand e la end, che furono pure coperti; successivamente, nel 1935, tutta la End vide i suoi posti messi al riparo dalle intemperie. Nel mentre, il 3 marzo 1934, Maine Road raggiunse l’afflusso più alto in Inghilterra, escluse le finali di coppa, quando 84.569 persone riempirono le tribune almeno un’ora prima dell’inizio del match, costringendo il City a chiudere l’accesso allo stadio per capacità massima raggiunta (nonostante fosse dichiarato che l’impianto potesse ospitare 86mila spettatori). A complicare i piani di grandeur del club arrivarono la retrocessione nel 1938 e, come tutti saprete, lo scoppiare della seconda guerra mondiale nel 1939. I progetti di espansione e riqualificazione dell’impianto furono accantonati, ma Maine Road rimase sulle bocche di tutti, anche perchè nell’immediato dopoguerra anche lo United fu ospitato qui a causa dei danni subiti nei bombardamenti da Old Trafford. Grandi affluenze ricompensarono la scelta del City di “invitare” i cugini (che pagavano circa 5 mila sterline l’anno e una percentuale degli incassi), in più arrivò anche la nazionale con gli scontri contro Galles e Scozia (quest’ultimo un’amichevole di beneficenza per aiutare le vittime del disastro di Bolton, una delle grandi tragedie del calcio inglese che tratteremo quando arriveremo a parlare dei Wanderers) e proseguì la tradizione del Rugby, che disputò qui diverse finali a partire dal 1938. Da citare sicuramente le 83.260 persone che affollarono Maine Road nello scontro di campionato tra United e Arsenal.

Scorcio di Maine Road nel 1950

Nonostante i guadagni, il club chiese allo United di andarsene alla fine del 1948 (anno in cui lo stadio fu utilizzato nel film “Cup-tie Honeymoon”) e senza i proventi dell’altra squadra, precipitarono i guadagni; le cose andarono male anche sul campo, con la retrocessione nel 1950. Tuttavia qualche miglioramento all’impianto fu apportato, in particolare con l’aggiunta dei posti a sedere proprio al di sotto della copertura della Platt Lane, portando il totale dei posti seduti a 18.500, record in Inghilterra all’eoca. Sempre all’inizio degli anni 50 vennero installati i riflettori, inaugurati nel 1953 con un’amichevole contro gli Hearts. Con la nascita delle coppe Europee e Old Trafford non ancora pronto per le midweek in notturna, lo United chiese ancora asilo per la sua prima partecipazione alla Coppa Campioni. Furono 3 le gare giocate a Maine Road nella stagione 1956-57, e tra queste spicca il 10-0 contro l’Anderlecht nel turno preliminare. L’anno successivo, in seguito alla vittoria della FA Cup da parte del club, fu sistemata la Popular Side con la realizzazione della copertura, un aumento dei posti ed il campio nome in Kippax Street Stand: a questo punto Maine Road era composto da 3 stand coperte, con solo la Scoreboard End completamente scoperta, in maniera molto simile all’altro impianto cittadino. Negli anni ’60 continuarono i piccoli miglioramenti, con l’aggiunta di nuove file di posti a sedere sulla Platt Lane (1963), la sostituzione dei riflettori con delle vere e proprie torri visibili a miglia di distanza (1964, con i vecchi riflettori venduti al Leamington, team di non-league) e il parziale rinnovamento del tetto della Main Stand (1967, fu sostituita la parte centrale con una struttura in grado di non ostruire la vista dai posti migliori).

Altro meraviglioso scorcio di Maine Road negli anni 50

L’inizio dei seventies portò una prima rivoluzione a Maine Road: nel 1971 fu demolita la Scoreboard End per realizzare un nuovo terrace da 20.000 posti, la North Stand. Il terrace però durò solamente lo spazio di un anno, prontamente rimpiazzato da una classica single tier stand da 8.100 posti completamente a sedere. Il motivo di tale trasformazione non fu mai completamente reso noto ed anzi, un nuovo piano ancor più folle fu realizzato: la demolizione della Kippax Stand per rimpiazzarla con un’incredibile struttura che avrebbe permesso ai guidatori di salire sul suo tetto ed assistere da lì alla partita, come se ci si trovasse al drive-in. Per quanto pazzesco ed anti-calcistico, il progetto avrebbe risolto due annosi problemi dello stadio, cioè la mancanza di parcheggi e la mancanza di confort nella Kippax Street. Fortunatamente l’avvento di Peter Swales alla presidenza nel 1973 fermò tutto; purtroppo però questo avvicendamento stoppò anche qualsiasi ulteriore proposito di miglioramento: fino al 1981 infatti furono apportati solamente piccoli accorgimenti per favorire la sicurezza del pubblico e nulla più.

Maine Road, anni 60

Nel 1981 fu annunciato un nuovo progetto per migliorare l’impianto, partendo dal presupposto che il tetto della Main Stand stava letteralmente cadendo a pezzi. Fu realizzata una copertura unica nel suo genere, completamente avulsa dal contesto dello stadio e fatta per coprire solamente la parte centrale della Stand. Due enormi pilastri sostenevano una struttura simile ad una porta di calcio sopra alla quale trovavano posto 16 strutture in plastica e vetro lunghe 45 metri ciascuna. Funzionalità e bellezza non erano proprio le parole ideali per descriverla, ma sicuramente fu un segno distintivo. La seconda e terza fase della riqualificazione, che avrebbero visto il rifacimento della Kippax Stand e della Platt Lane Stand, furono ancora una volta fermati dalla retrocessione del 1983. Di conseguenza il resto degli anni ’80 vide solamente la sostituzione dei posti a sedere della Main Stand, l’ampliamento delle recinzioni che dividevano campo e spettatori e la realizzazione di un nuovo scoreboard all’angolo tra la Kippax Street e la Platt Lane Stand. Da citare però la finale di League Cup del 1984, ospitata proprio a Maine Road: in realtà si trattò del replay della finale e a contendersela in campo c’erano le due squadre di Liverpool, Liverpool ed Everton.

Anni 80, con gli inconfondibili riflettori

Tutti i lavori fatti nel corso degli anni ridussero la capacità di Maine Road a 51.993 spettatori, la quarta d’Inghilterra, all’alba del Taylor report, che portò gran parte dei club ad inventarsi piani di ristrutturazione completa dei propri stadi. Tutti…ma non il City che decise di non pensare a qualcosa a lungo termine ma di seguire attentamente gli eventi. Lo stallo durò fino al 1992 (se si eccetua, l’anno precedente, la sostituzione dei seggiolini della North Stand, costata 500 mila sterline), quando fu demolita l’antiquata Platt Lane Stand (ormai divenuta un’avventura per tutti i tifosi ospiti). Al suo posto fu costruita la Umbro Stand, che, a sopresa poteva ospitare solamente 5.000 persone: il motivo fu la presenza di ben 48 boxes che limitarono notevolmente la possibilità di mettere più posti a sedere. L’apertura fu fatta nel marzo del 1993 e creò subito enormi problemi quando, nella prima partita della sua esistenza, un centinaio di fans del City piombarono in campo (non vi erano recinzioni) per cercare di andare ad assaltare i tifosi avversari (gli Spurs), che a loro volta saltarono sul terreno di gioco a cercare il contatto. L’episodio, che non portò a serie conseguenze fisiche, creò molto scompiglio nell’opinione pubblica visto che si era nei primi anni del no-fence period. Tuttavia, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, l’opinione pubblica uscì con la convinzione che la strada intrapresa fosse giusta e che a pagare non dovessero essere gli altri spettatori, ma solo chi aveva creato i problemi. Fu così che tutti i responsabili furono arrestati e banditi dalle partite di calcio mentre il resto del paese proseguiva sulla via della rimozione delle barriere e nella fiducia ai tifosi.

La Main Stand dall’esterno, metà anni 80

La nuova stand (che nel 1997 riprese il nome di Platt Lane Stand) costò al club circa 5-6 milioni di sterline, lasciando le finanze quasi al collasso. Fu la goccia che fece traboccare il vaso per gli oppositori del presidente Swales, che vinsero una battaglia lunga sei mesi al termine della quale fu designato presidente l’ex giocatore Francis Lee. L’insediamento avvenne nel gennaio 1994 e la deadline per l’all-seater era ad agosto dello stesso anno: tempi stretti, che il nuovo presidente prese di petto prendendo immediamente in mano i progetti elaborati sin’ora per il rifacimento della Kippax Stand.

Panoramica ad inizio anni 90

Il disegno di una two-tier stand non lo soddisfava, sia per la capienza, sia per la scarsa possibilità di avere aree hospitality e di conseguenza chiese una proroga alla deadline. Ricevuta risposta negativa, fu elaborato un nuovo progetto a tempo record e il 30 aprile 1994, nella partita contro il Chelsea, fu dato l’addio alla precedente Stand, un addio sentito, ma oscurato a livello nazionale dall’ultimo giorno della vecchia Kop. In realtà pochi ne sentiranno la mancanza data la sua anzianità e scomodità: i corridoi bui, l’assenza di luce nelle zone più alte e le barriere protettive invadenti erano solo alcune delle grandi magagne di tale stand. Fu realizzata, in 18 mesi, un’enorme three tier stand in grado di ospitare 11.010 posti a sedere, inaugurata da Bert Trautmann, leggenda del club, nell’ottobre 1995. Il costo totale fu di 16 milioni, 4 volte di più di quanto servì a Lee per comprare il club!

Il Kippax terrace…

 

E la monumentale Kippax Stand

Il risultato fu una stand distintiva, che avrebbe dovuto far parte di un progetto più ampio per ristrutturare completamente Maine Road; tale proposito non si realizzò perchè vennero a mancare i risultati sul campo, col City che nella seconda metà degli anni 90 scivolò nei meandri delle leghe inferiori. La svolta tuttavia era nell’aria, perchè la città di Manchester era in fermento sportivo sin dagli anni 80, con l’idea di ospitare le Olimpiadi: furono fatti diversi tentativi infruttuosi (vedi il capitolo successivo per i dettagli), ma ogni candidatura portò con sè il progetto di un nuovo grande stadio Olimpico da riutilizzare successivamente. E quando alla città furono assegnati i giochi del Commonwealth del 2002, ogni minima idea di sistemare Maine Road andò per sempre in fumo. Prima dell’abbandono, fu aggiunta, nella stagione 1997/98, una temporary stand tra la Kippax e la North Stand; in più diversi posti a sedere temporanei furono inseriti nell’impianto ad ogni stagione, per cercare di soddisfare la richiesta enorme di biglietti, soprattutto dopo il ritorno dall’inferno.

Maine Road prima della chiusura

All’inizio degli anni 2000, al tramonto della sua vita, Maine Road si presentava come uno stadio del tutto particolare, con quattro stand (più 1 temporanea) tutte di altezza e dimensioni diverse, completamente disomogenee tra loro sia all’interno, sia all’esterno. La Main Stand, inaugurata nel 1923, risultò sempre incompleta perchè la particolare struttura interna di sostegno alla copertura avrebbe dovuto essere la base per la costruzione di executive boxes che non vennero mai costruiti, lasciando non solo visibile questo scheletro, ma anche portando alla chiusura di circa 500 posti per la quasi impossibilità a vedere la partita. La struttura è a single tier, con 8.122 posti totali ed i seggiolini dipinti in variet tonalità di blu; a metà si trovava il tunnel d’ingresso al campo,mentre nella sua pancia trovavano sede un ristorante e la reception per gli sponsor. All’esterno il club fece un lavoro per cercare di modernizzare la facciata, utilizzando pannelli blu a coprire la classica struttura inglese in mattoncini rossi. Direttamente collegata alla Main Stand, a sinistra,vi era la North Stand, semplice struttura a single-tier con 8.208 posti con i seggiolini uniformi e la scritta MCFC nella parte centrale. All’esterno la sua facciata moderna contrastava decisamente con quella della Main Stand, così come la copertura, totalmente diversa e più bassa dell’altra. L’end opposta era quella della Platt Lane Stand, altra single-tier collegata alla tribuna principale tramite un corner (dall’altra parte lo spazio vuoto fu riempito con dei posti temporanei). La capienza, come detto, era molto ridotta a causa della doppia fila di executive boxes presente; le descrizioni parlano comunque di una stand decisamente comoda nella sua mid-level concourse e pessima invece al ground level. L’esterno, ancora una volta, è completamente diverso dagli altri, con la struttura sorretta da colonne di mattoncini gialli e strutture in acciaio blu. Ed infine eccoci alla Kippax Stand, quella che tutti ricordano essendo completamente fuori contesto all’interno di Maine Road. Si tratta di una three-tier stand in grado di ospitare più di 11mila persone, corta in lunghezza rispetto al campo, ma enorme in altezza rispetto non solo all’impianto, ma anche al contesto cittadino di Moss Side. La lower-tier poteva ospitare 6.678 spettatori, i più esposti alle intemperie considerando che la copertura stava circa 30 metri più in alto; sul fondo della tier c’erano 34 boxes ognuno dotato di balconcini privati ed ingressi separati. I seggiolini, nei colori sociali del club, componevano la scritta Manchester City. La mid-tier, decisamente più ridotta in dimensioni, ospitava 3.236 spettatori mentre l’upper-tier, ripidissima e piccola (solamente 4 file di seggiolini più poco meno di 300 posti nelle zone ristorante) consentiva una splendida visuale panoramica su tutta la città, fino ad Old Trafford. La copertura prevedeva un sostegno esterno in acciaio blu rinforzato ai lati da enormi pannelli trasparenti quasi a chiudere la stand, rendendola ancor più a sè stante nella panoramica dello stadio. L’esterno invece, rispetto alla struttura interna particolare, appariva normalissimo, con l’azzurro ed il blu a dominare (ancora una volta colori completamente diversi rispetto alle altre stand). Infine il terreno di gioco, che da sempre ha avuto la particolare di essere uno dei più larghi di tutta la nazione.

Scorcio interno degli ultimi anni

L’addio a Maine Road si consumò nella stagione 2002-2003: l’ultima partita giocata fu l’11 maggio contro il Southampton, persa per 1-0 davanti a 34.957 spettatori, 100 in più rispetto alla capacità dichiarata dell’impianto, con i biglietti che arrivarono a costare ben 250 sterline; l’ultimo gol del City fu invece realizzato il 21 aprile contro il Sunderland da Marc Vivien Foè, che diventerà tristemente noto 45 giorni dopo, quando, durante una partita di Confederations Cup con il suo Camerun, la sua giovane vita finirà stroncata da un attacco cardiaco. Nonostante i numerosi tentativi di conservare lo stadio (a trasferirsi qui ci provarono lo Stockport Country prima e la squadra di rugby dei Sale Sharks poi), nel dicembre 2003 iniziò la triste opera di demolizione, che dopo 10 mesi di lavori consegnò il terreno ad una ditta edilizia per la costruzione di 474 case a riqualificare l’area. Permangono, a tutt’oggi, molti cimeli conservati nel nuovo stadio e, in quell’area un memoriale ed un’area circolare a simboleggiare il centrocampo. Sono in discussione inoltre ulteriori idee per rendere ancor più vivo il ricordo dell’impianto (si parla di dipingere di blu la Blue Moon Way, una delle vie del nuovo complesso), che fortunatamente è stato immortalato, per i fan più accaniti, nel film Jimmy Grimble, una classica storia per ragazzi con il mito del Manchester City e di Maine Road sullo sfondo. Altro video a memoria storica è quello del concerto degli Oasis (i cui fondatori della band sono tifosissimi della squadra) tenutosi proprio a Maine Road nel 1996 e culmine di una lunghissima serie di eventi musicali ospitati in questo leggendario impianto.

La triste immagine della demolizione di Maine Road

E uno scorcio di uno dei progetti per la zona dove sorgeva Maine Road: la Blue Moon way

L’IMPIANTO ATTUALE

Indipendentemente dal calcio, la città di Manchester già dalla fine degli anni 80 cercò salire alla ribalta nazionale ed internazionale progettando un nuovo stadio polifunzionale che avrebbe dovuto servire da traino per candidare la città ad ospitare i giochi Olimpici estivi. La prima idea fu quella di pensare a qualcosa per i Giochi Olimpici del 1992, ma la prima vera proposta concreta fu fatta per le Olimpiadi del 1996 con la costruzione di uno stadio da 80mila posti a Greenfield, area sottosviluppata ad ovest dal centro. Come sapete, fu Atlanta ad aggiudicarsi i Giochi, ma la cosa importante è l’idea che in caso di successo, il nuovo stadio sarebbe poi stato utilizzato dal Manchester City per non far andar sprecata l’opera. Il secondo tentativo fu fatto nel 1993, ad un anno dalla deadline per il Taylor Report, per le Olimpiadi del 2000: stavolta il piano cambiò e fu presentato un progetto di riqualificazione di un terreno poco distante dal centro (1.5 Km), in passato occupato dalla Bradford Colliery, una delle storiche miniere di carbone che tanto fecero da traino in passato allo sviluppo industriale di Manchester. Secondo tentativo e secondo fallimento, con l’organizzazione dei Giochi che prese la strada dell’Australia, ma il consiglio cittadino decise di non demordere e ci riprovò, stavolta abbassando l’asticella dell’obiettivo. Si puntò ai giochi del Commonwealth del 2002 con un progetto molto simile, differente principalmente per le dimensioni dell’impianto da costruire, sostanzialmente dimezzato in capienza. Finalmente la città vinse la sua battaglia ed ottenne di poter organizzare i giochi, che contribuirono alla rinascita della città dopo lo sventramento del suo centro cittadino nel tremendo attentato dell’IRA del 1996.

Il CoMS per i giochi del Commonwealth

Il City entrò in gioco sin dalle prime fasi del progetto, in quanto la città voleva a tutti i costi evitare di realizzare un “white elephant”, l’anglosassone per il nostro “cattedrale nel deserto” (come è invece successo per molti impianti realizzati in occasioni di manifestazioni sportive quali il San Nicola di Bari, il Delle Alpi, lo Stadio Olimpico di Pechino, alcune strutture di Torino 2006, etc…): la scelta fu motivata dal fatto che lo United aveva Old Trafford e non poteva essere decisamente interessato, mentre invece ben diversa era la situazione dei Citizens, alle prese con un Maine Road lontano dai giorni migliori nonostante il rinnovamento. Fu trovato l’accordo per la riqualificazione al termine dei giochi, con i costi divisi a metà tra città e club ed i lavori poterono così partire: la prima pietra fu posata simbolicamente nel dicembre 1999 dal premier Tony Blair ed i lavori veri e propri iniziarono a gennaio del 2000. A capo del progetto vi era l’Arup Associates (studio associato di architetti noto per diverse meraviglie mondiali, tra cui l’Opera House a Sidney e il Centre Pompidou a Parigi, con Renzo Piano tra i collaboratori; in campo sportivo dopo l’esperienza con Manchester troviamo la progettazione di alcuni tra gli impianti calcistici più belli degli ultimi anni quali l’Allianz Arena a Monaco e la Donbass Arena a Donetsk o, in campo Olimpico, il già citato Stadio Olimpico di Bejing, il Bird’s Nest) mentre dei lavori veri e propri se ne occupò la Laing Construction, già nota in campo sportivo per aver eretto il Millennium Stadium di Cardiff. 112 milioni di sterline fu il costo totale per la realizzazione, con 77 milioni forniti dalla nazione ed il resto dalla città di Manchester.

Altra panoramica dell’aspetto originale dell’impianto

L’inaugurazione dei giochi, il 25 luglio 2002, coincise con l’apertura ufficiale del City of Manchester Stadium (questo il nome scelto sin da subito dalla città, abbreviato in CoMS nei documenti ufficiali) che tuttavia non era completo: per permettere lo svolgimento dei Giochi gli architetti lasciarono sostanzialmente incompleta una End, la nord, che al posto di una tribuna regolare si vide occupata da stand provvisorie al fine di lasciare l’adeguato spazio per le gare di atletica. L’End opposta era costituita da una semplice single-tier stand mentre le due tribune opposte erano delle two-tier stand. Quello che rendeva particolare il tutto era la forma voluta dagli architetti, ispirata dal toroide, un anello ferromagnetico contenente un solenoide. L’obiettivo era quello di realizzare un ambiente raccolto, intimo, ma allo stesso tempo intimidatorio (sulla falsariga degli anfiteatri romani nacque l’idea di realizzare il terreno 6 metri sotto al livello base) ed ideale per il football, rendendo  l’impianto sostanzialmente prestato ai giochi. La copertura, vista dall’alto come un roller-coaster, era rivoluzionaria, sostenuta non dai canonici mezzi, ma da un sistema intricato di cavi ancorati sia al terreno, sia a 12 alberi in metallo di sostegno circondanti l’impianto. Sono inoltre presenti delle torrette molto simili a quelle di S. Siro per l’accesso ai posti più elevati.

I lavori di conversione della North Stand

Immediatamente dopo i giochi fu iniziato il processo di conversione, con la rimozione delle stand temporanee sulla North End e l’inizio della chiusura dell’anello. Al posto della pista di atletica alle stand sul lato lungo fu aggiunta un’ulteriore fila di posti ed il terreno fu ulteriormente abbassato. Sul lato nord i lavori furono resi più semplici dalla genialità degli architetti, che fecero già erigere tutte le strutture di sostegno ai tempi della prima costruzione in previsione della successiva conversione a football ground. La nuova stand permise di portare la capienza a circa 48 mila posti, per un costo totale della conversione che ammontò a circa 42 milioni di sterline, 20 dei quali messi dalla città e 22 dal club, con quest’ultimo che si occupò soprattutto delle facilities, lasciando la parte strutturale al concilio cittadino. L’impianto fu pronto per l’inizio della stagione 2003-2004 e l’inaugurazione avvenne il 10 agosto 2003 con l’amichevole tra Manchester City e Barcellona, vinta dai Citizens 2-1 con il primo storico goal realizzato da Anelka; la prima partita ufficiale fu disputata pochi giorni dopo, il 14 agosto, contro i New Saints (Galles) in una sfida valida per il torneo Intertoto (preliminare della vecchia Coppa Uefa) e vinta dai padroni di casa per 5-0: il primo gol ufficiale fu segnato da Trevor Sinclair. In Premier l’esordio avvenne invece il 23 agosto 2003 contro il Portsmouth, match terminato 1-1 con il primo gol in campionato siglato da Yakubu.

Visione d’insieme dell’area del CoMS

A guardarlo ora, completo, dall’alto l’impianto appare in tutta la sua bellezza con le linee sinuose della copertura a catturare l’attenzione così come spiccano gli alberti montati sulle torrette (e potete già ammirarlo dall’aereo scendendo su Manchester) mentre arrivandoci a piedi dal centro (dista circa 2.5 Km, una camminata di mezz’ora abbastanza segnalata che ora viene bypassata dalla recente inaugurazione della fermata del metrobus cittadino) lo si scorge piano piano stagliarsi con il suo profilo indistinguibile al di sopra delle tipiche case inglesi. La zona, conosciuta come Sportcity, racchiude nelle vicinanze tutte le strutture utilizzate per i giochi del Commonwealth, tra cui la Manchester Regional Arena subito in parte allo stadio, utilizzata per atletica e calcio. Tra i molti cambiamenti avvenuti al City in questi anni, vi è anche il nome: nel 2011 infatti il City ha denominato il CoMS “Etihad stadium” per ragioni monetarie, dopo aver ottenuto tuttavia il permesso dal consiglio cittadino in una ridiscussione del contratto di proprietà della durata di ben 250 anni. Come d’abitudine, andiamo ora alla scoperta di ogni singola stand.

Panoramica, in tutta la sua bellezza, dell’Etihad

THE COLIN BELL STAND

L’ingresso alla Colin Bell Stand

Si tratta della Main Stand dell’impianto dove nel 2012 ho avuto la fortuna di assistere, assieme a Pierpaolo, a Manchester City Fulham da uno dei punti più alti dell’intero impianto. Dopo la conversione dell’impianto la stand si è trasformata in una three-tier stand, con il lower level e l’upper level decisamente più grandi del middle-level. La pendenza della stand sale progressivamente, ma la visuale è splendida anche dalle ultime file, senza alcun ostacolo. Essendo la tribuna principale dell’impianto, nella sua pancia troviamo tutte le principali facilities per il confort, dalla cucina in grado di preparare pasti per 6mila persone, agli spogliatoi col relativo tunnel d’ingresso, alle suites, ai boxes, alla sala matrimoni, alla sala stampa ed a tutte le aree dedicate allo staff ed al deposito dei materiali. La parte interna dedicata ai comuni mortali invece è abbastanza semplice, dotata dei servizi essenziali senza tuttavia eccellere come visto in altri stadi; la sensazione è quella di respirare un impianto ancor privo di storia, poco vissuto. Dall’esterno invece si nota subito come questo sia l’ingresso principale allo stadio: si viene infatti accolti da un’enorme struttura in vetro situata tra due torrette, al di sopra della quale campeggia il nome del club. L’area antistante è ad ampio respiro, non c’è assolutamente la sensazione di essere “alle strette”, nonostante la presenza nei match days dei classici venditori ambulanti di cibo buonissimo ma che fa bene a tutto tranne che all’organismo e l’intero stadio è percorribile nel suo intero perimetro. L’accesso è rigorosamente elettronico ed anche salire le torrette è una piacevole esperienza (certo, se avete esperienza con le torrette di S. Siro sapete che alla lunga l’esperienza diventa traumatica e/o faticosa). Inoltre, appena a destra dell’area reception, si trova il Memorial Garden, un’area accessibile a tutti dedicata alla commemorazione dei personaggi importanti per il club; tra questi non possiamo non citare Marc Vivien Foè, di cui vi abbiamo parlato nel paragrafo precedente. Infine, dal febbraio 2004, dopo un sondaggio tra i tifosi, la West Stand è stata dedicata a Colin Bell, autentica leggenda vivente del club.

La stand dall’interno

THE SOUTH STAND

La South Stand attuale

E’ la End originaria dell’Etihad, già quindi presente durante i giochi del Commonwealth, quando era nota come Scoreboard’s End e costituita da un singolo anello. Dopo i giochi è stata trasformata in una two-tier stand che si unisce, senza soluzioni di continuità, alle due tribune principali dell’impianto. Ovviamente resta separato il terzo anello, in concomitanza del quale, negli angoli, trovano sede quelle particolari strutture regolabili che permettono la filtrazione dell’aria e della luce. Sul fondo della stand, ben visibile, c’è l’area dedicata alla Legends Lounge, altra area di lusso frequentata di solito dalle vecchie glorie del club e dotata, ovviamente, di ogni genere di confort per un’esperienza unica del match. Qui trovano posto solitamente i tifosi ospiti, posizionati di solito sul lato più lontano dalla Main Stand e distribuiti su entrambi gli anelli, per un totale di circa 3mila posti che possono salire sino a 4.500 in occasione delle gare di coppa. E vicino a loro, seppur in un angolo risicato della stand, al confine (e spesso si sfocia) con la East Stand, troviamo anche i fans più rumorosi del City, a costituire la maggior parte dell’atmosfera che si respira all’interno dell’impianto durante le partite. Tra il 2003 ed il 2006, inoltre, fu nota, nell’indifferenza generale dei tifosi, come Key 103 Stand, dal nome di una radio locale molto importante. Infine la South Stand sarà oggetto della prima fase di espansione dell’impianto, in programma a partire da questa estate che prevede l’aggiunta del terzo anello con posti a sedere per tutte le tasche, nonchè l’ampliamento delle facilities esistenti (termine di consegna dovrebbe essere l’inizio della stagione 2015-2016). Come conseguenza, saranno spostati i tifosi avversari, anche se al momento in cui scriviamo non è chiaro quale sarà la loro nuova destinazione.

Il progetto d’espansione

THE EAST STAND

La East Stand dall’interno

Opposta alla Main Stand, le è del tutto speculare, soprattutto nella splendida forma sinuosa determinata dalla copertura dell’impianto. Come la gemella, nella sua pancia contiene numerose facilitesi, tra cui quelle dedicate ai bambini ed alla promozione del club e della città. Tra i tifosi, in ricordo di Maine Road, è ufficiosamente nota anche come Kippax Stand, a ricordare l’iconica struttura caratterizzante il vecchio impianto. Non abbiamo ancora avuto modo di parlare del campo, tra i migliori dell’intera Inghilterra grazie non solo alla tecnologia che unisce l’erba naturale all’erba sintetica, ma anche ad un impianto drenante e di riscaldamento del terreno tra i più avanzati al mondo. Nell’occasione in cui ero allo stadio, la partita si disputò sotto una fittissima nevicata senza il minimo problema dal punto di vista della qualità dello spettacolo perchè il terreno tenne magnificamente. Andando all’esterno, qui vi è l’arrivo della Joe Mercer Way, la nuova via d’accesso pedonale all’impianto dedicata al leggendario allenatore del City negli anni 60 e dipinta con un accecante sky blue, il colore del club.

La Joe Mercer Way

THE NORTH STAND

La North Stand

L’ala “nuova” dello stadio è stata realizzata in maniera sostanzialmente uguale all’altra end, una semplice two-tier stand sormontata dagli executive boxes. Qui troviamo il settore dedicato alle famiglie e, all’esterno, il megastore ed il museo della squadra, realizzati su due piani. Non sono due strutture grandiose come possono esserlo il museo di Old Trafford o dell’Emirates, ma fanno comunque la loro figura. Una volta completata l’espansione della South Stand, l’aggiunta del terzo anello anche su questa End completerà il piano di espansione dell’Etihad Stadium, per permettere una capienza attorno alle 61mila persone (anche se il club sta considerando la possibilità di aggiungere ulteriori file di posti alle due stand sul lato lungo del campo tramite un avvicinamento al campo delle prime file, cosa che comunque sarà realizzata solo dopo il termine dei due grandi lavori).

Rendering dello stadio ad espansione completa

L’ATMOSFERA

Da sempre il City ha avuto un larghissimo seguito di pubblico e la fedeltà si è mantenuta sino ai giorni attuali. Infatti, anche negli anni 90, con il club in seria difficoltà, le medie di presenze stagionali erano decisamente elevate, per poi esplodere letteralmente negli ultimi anni con la rivoluzione araba e i successi sul campo. Inutile descrivervi, o provare a farlo, l’atmosfera che si respirava a Maine Road: non ne saremmo capaci perchè nonostante i risultati non eccelsi e nonostante non si trattasse di uno stadio all’avanguardia, i tifosi del City amavano entrambi profondamente ed ogni match era un’esperienza particolare. Il trasferimento all’Etihad ha parzialmente imborghesito la tifoseria, come purtroppo è successo in moltissime città d’Inghilterra, ma nonostante questo anche nel nuovo impianto vi sono momenti meravigliosi da vivere sugli spalti, sia nel pre-partita, sia durante il match. Nel pre-partita il momento clou è sicuramente rappresentato dal Blue Moon, l’inno del club: nasce dall’omonima canzone popolare scritta da Richard Rodgers e Lorenz Hart nel 1934. All’inizio ebbe grosse difficoltà nello sfondare, ma con il passare degli anni e le numerose cover, divenne una vera e propria hit immortale. I tifosi del City, da quanto si riesce a scovare in rete, iniziarono ad utilizzarla sul finire della stagione 1989-90, quasi per caso, in un periodo in cui canzoni famose vennero utilizzate sempre più spesso dai fans. Non furono i primi (merito che spetta ai tifosi del Crewe Alexandra), ma la canzone, catapultata all’interno del Maine Road prima, e dell’Etihad poi, assume tutt’altro fascino. La versione cantata è letteralmente spezzata in due: la prima parte rispecchia la canzone originale, lenta, malinconica, da atmosfera; la seconda rompe totalmente il ritmo cadenzato dell’inizio e si trasforma in versione pop-rock, come a simboleggiare la storica imprevedibilità di questa squadra, capace di grandi imprese e grandi cadute nell’arco di brevissimo tempo (ad esempio fu l’unica squadra campione in carica retrocessa nella stagione successiva). Nelle occasioni speciali, principalmente nei match serali, vengono abbassate le luci ed una grande luna blu compare nella East Stand, rendendo il momento ancor più magico.

Durante il match l’atmosfera è altalenante ed è molto influenzata, rispetto ad altre realtà, dalla partita in corso. Nella mia esperienza il livello dei decibel non era stato elevatissimo se non in un paio di occasioni, complice anche una nevicata incredibile, ma nei match importanti anche l’Etihad sa essere un discreto catino. I fans del City sanno inoltre essere parecchio creativi e in Inghilterra ricordano ancora quando, alla fine degli anni 80, introdussero la moda di portare oggetti gonfiabili all’interno degli stadi; negli ultimi anni invece ha fatto parecchia notizia, qui in Italia, il geniale coro inventato per Balotelli nei suoi anni da Citizen, un coro che una volta sentito, è impossibile non cantare. Tutti comunque abbiamo negli occhi e nella mente due episodi nella storia recente del City: l’incredibile esultanza nel gol scudetto all’ultimo respiro del 2012 e l’adozione del Poznan, il caratteristico modo di esultare con le spalle al campo emulato dai tifosi del Lech Poznan in visita all’Etihad qualche anno fa in Europa League. Chi vi scrive lo ha provato ed è stato decisamente divertente, come è spettacolare vederlo fare da tutto lo stadio in particolari occasioni. Seppur importata, l’esultanza è diventata simbolo dei tifosi Citizens. Tornando invece ai cori più in voga, non possono mancare le canzoni degli Oasis, i tifosi più illustri della squadra.

Generalmente la sponda City di Manchester è decisamente accogliente e friendly, la rivalità più accesa, tra l’altro anche l’unica, è quella cittadina, con il Manchester United. Una rivalità che nasce lontanissimo nella storia, ma che inizialmente si è accesa solamente a livello dirigenziale; solamente dopo la seconda guerra mondiale, col termine dell’abitudine dei cittadini di Manchester di andare a vedere entrambe le squadre, è nata la rivalità in campo e sugli spalti. Tra le moltissime gare memorabili spicca su tutte il famoso “Denis Law game”, disputato a Maine Road nel 1974 quando Denis Law (ex giocatore dello United) segnò un gol di tacco per il City nei minuti finali condannando lo United alla retrocessione: fu immediatamente sostituito, uscì a testa bassa dal campo e la partita non terminò nemmeno per l’invasione di campo dei tifosi United. Solo successivamente scoprirà che non fu lui a condannare lo United, che sarebbe retrocesso in ogni caso. Attualmente nel derby si respira comunque una grandissima atmosfera, con i tifosi City che lo vivono sicuramente in maniera più viscerale rispetto ai cugini (che da recenti sondaggi sembra che abbiano molti più tifosi fuori città che in città, in una situazione simile a quanto succede in Italia tra Juventus e Torino).

NUMERI E CURIOSITA’

Essendo stato progettato per i giochi del Commonwealth, l’Etihad è un impianto polifunzionale, in grado di ospitare numerosi eventi. Rimanendo in ambito calcistico, l’evento più importante sin’ora ospitato è la finale di Europa League del 2008, con lo Zenit vincente 2-0 sui Glasgow Rangers; importante anche l’evento del maggio 2011, con la finale playoff di Conference che ha visto il ritorno in Football League del Wimbledon. La partita fu giocata qui per l’indisponibilità, dovuta all’imminente finale di Champion’s League, di Wembley. A livello di nazionali, i leoni inglesi hanno giocato qui il 1° giugno 2004, rendendo l’impianto il 50esimo ad ospitare una partita della nazionale maggiore; nel 2005 invece l’Etihad è stato una delle sedi degli Europei Femminili.

Per quanto riguarda altri sport, diverse partite di rugby sono state qui disputate; inoltre nel 2015 sarà ospitata una partita dei Mondiali di Rugby coinvolgente la nazionale inglese, un evento che sicuramente sarà imperdibile. Anche la Boxe ha trovato casa qui nel 2008, con l’idolo Ricky Hatton a sconfiggere lo sfidante Juan Lazcano di fronte a più di 56 mila spettatori (il più grande pubblico inglese per un incontro di boxe). Numerosi sono stati i concerti ospitati, e tutti di un certo rilievo: parliamo di Red Hot Chili Peppers, U2, Oasis (ovviamente), Take That…la conseguenza più importante di tutto ciò l’abbiamo avuta nel 2008, quando il campo venne portato in condizioni talmente pessime da impedire addirittura il suo utilizzo, perchè non ancora pronto dopo i trattamenti per farlo riprendere, ad inizio stagione, con il primo turno preliminare di Europa League casalingo giocato dai Citizens nello stadio del Barnsley. Successivamente il terreno venne rifatto ed attualmente è uno dei migliori, se non il migliore, di tutta la terra d’Albione.

Capacità: 48.000 (in espansione)

Misure del campo: 115 x 68 metri

Record attendance: 47.435 (2012 – Premier League vs QPR)

Record attendance at Maine Road: 84.569 (1934 – FA Cup vs Stoke City)

FONTI

- Football ground guide

- Wikipedia

- Manchester City official site

- Bluemoon site

- Manchester History

- Groundhopping

- Simon Inglis: Football Grounds of Britain (1997 – Collins Willow)

 

 

Goodbye, Sir Tom

Finney_statueUna foto. Basterebbe questo per riassumere Sir Tom Finney. Una semplice foto, che poi semplice non è. Stamford Bridge, lontano 1956. C’erano ancora le curve e soprattutto un campo da gioco più somigliante ad una palude che ad un prato. Ovviamente si giocò, perchè allora il fango non faceva paura e che il pallone rimbalzasse o meno era un dettaglio trascurabile, quasi futile. Ad un tratto, Tom Finney si lancia in un gesto non consono ad un attaccante, ma al personaggio sì: una scivolata, per contestare l’ennesimo pallone ai difensori avversari. Gocce d’acqua ovunque, un tuffo più che una scivolata. The splash. Fortuna volle che un fotografo immortalasse la scena e la consegnasse ai posteri, e oggi grazie a quella fotografia abbiamo una meravigliosa statua fuori Deepdale e tutto quel che ne consegue. Ma soprattutto, per tutti, quella fotografia è Sir Tom Finney.

Sabato quella statua era coperta di sciarpe, maglie, biglietti, fiori. Una città intera piangeva il suo ultimo grande eroe, scomparso la sera prima senza clamore, nel silenzio, all’improvviso, perchè questo era il personaggio. Mai sopra le righe, ma disposto a dare tutto in campo, come si conviene ad un eroe di Preston, cuore del Lancashire operaio, mattoni rossi e cielo grigio, di cui lui stesso era figlio. Se ne è andato in punta di piedi esattamente come era arrivato, ma per una città che vive di calcio e che al calcio ha dato molto, non sempre ricambiata a dire il vero, il lutto è stato forte. Sentito. Partecipato. Tom Finney non solo era un grande calciatore con la casacca lilywhite, era uno di loro. Ogni tanto lo prestavano alla Nazionale, ma con la consapevolezza sul volto e nel cuore che da Preston non se ne sarebbe mai andato. Ci provò una volta il Palermo a portarlo in Italia, disse no. O almeno, così dicono. Qualche vuoto di sceneggiatura c’è in questa vicenda, fattostà che alla fine rimase a Preston, per la gioia di tutti.

“The Tom Finney Era” chiamano qui quel periodo, tanto per farci capire quanto Sir Tom abbia segnato la storia del Preston North End. Trofei vinti? Zero. Ci andarono vicini, ma niente. Una perfida battuta che circolava all’epoca recita più o meno così: “Tom Finney dovrebbe chiedere uno sconto sulle tasse per i suoi dieci dipendenti!”. Erano i compagni di squadra, che non ebbero mai il coraggio di replicare. Perchè era un grande Tom, c’è poco da fare. Chi lo ha visto giocare non lo dimentica. “He had the opposition so frightened that they’d have a man marking him when warming up!” disse una volta Bill Shankly, e c’è da credergli. Due volte giocatore dell’anno, tre Mondiali disputati, 30 goal in 76 caps con la maglia dei Tre Leoni. 210 goal in 473 partite con la casacca bianca del PNE. Scusate se è poco. E dire che tutto cominciò con una frase: “Don’t worry, son, we’re not expecting too much from you”. Gliela disse il suo allenatore il giorno del debutto. Tom giocava a calcio, ma siccome quelle 14 sterline a settimana era meglio arrotondarle (siamo pur sempre nel primo dopoguerra) faceva anche l’idraulico a tempo perso. Quel soprannome, the Preston Plumber appunto, gli rimarrà per tutta la carriera, e crediamo ne andasse anche piuttosto fiero.

Detto quanto fosse un gran giocatore, era soprattutto un signore. Non amava essere celebrato, si scherniva quando lo si elogiava pubblicamente. “Finney will forever be associated with fair play, for showing respect to an opponent, for dignity (…) Modesty should be Tom Finney’s middle name”. D’altronde è stato nominato Officer (e poi Commander) of the Order of the British Empire per il suo dedicarsi alla causa della carità e della beneficienza, e non è un caso. Poche parole, molti fatti. Come si conviene alla gente di Preston. Fateci caso, siamo a cavallo tra due epoche. Quando Finney si ritirò nel 1960, George Best muoveva i primi passi nell’academy dei Red Devils. Il nordirlandese fu il primo di tanti calciatori-superstar, un concetto che si sposò benissimo con il periodo degli anni ’60, ma che distava da Tom Finney 4-5 giri del pianeta, schivo e riservato fuori, dedito al 100% alla causa in campo. “I shall never forget the majestic performance of Tom Finney in overcoming conditions which would have sent many superstars I have known scuttling home to their mummies”, lo ricorda commosso Jimmy Hill. Quella foto che ritorna, quell’istante che racconta bene chi fosse Finney anche a noi, che per motivi anagrafici non lo abbiamo conosciuto. Tom Finney e George Best. Due personaggi distanti. Eppure, qualcuno dice ancora che i due fossero nella stessa categoria.

Non sapremo mai la verità. Fare paragoni, d’altronde, è impossibile e inutile. Il calcio cambia, spesso velocemente, cambiano i ritmi, gli schemi, i palloni. Cambia la percezione che ne si ha. Ogni epoca ha i suoi grandi giocatori e Finney è uno di questi. Se ne è andato ed è stato pianto e ricordato da tanti, un sintomo di quanto abbia lasciato il segno, profondo, nel calcio inglese. E se ne è andato da presidente del Kendal Town, club di una piccola cittadina del Cumbria, un calcio romantico come quello che giocava lui e che, oggi, lo si può trovare solo scavando nel sottobosco di non-league, lontano dal clamore, dagli eccessi, dallo sfarzo della Premier.

“Non ti preoccupare, ragazzo, non ci aspettiamo molto da te”. A parte diventare una leggenda del calcio inglese, senza farlo pesare mai.
Goodbye, Sir Tom.

article-2125240-03D1754A000005DC-968_468x286Sir Thomas Finney CBE (5 April 1922 – 14 February 2014)

Duri come Iron

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Scunthorpe United Football Club
Anno di fondazione: 1899
Nickname: the Iron
Stadio: Glanford Park, Scunthorpe
Capacità: 9.183

Perchè poi uno debba venire a Scunthorpe non si sa. Classica cittadina che potrebbe prendere in prestito l’insegna di benvenuto frutto della genialità di Matt Groening, il papà dei Simpsons: “Welcome to Scunthorpe. We were born here, what’s your excuse?”. Li era Winnipeg, ma il concetto rimane quello così come rimane la domanda: perchè siamo a Scunthorpe? Perchè semplicemente siamo troppo innamorati del calcio inglese per lasciarci sfuggire l’occasione di rovistare nella periferia calcistica albionica, lontana dai lustrini e dal glamour internazionale della Premier ma costellata di realtà che trasudano storia, tradizione e senso di appartenenza. Per cui, eccoci qui. A Scunthorpe un cartello di benvenuto c’è veramente e recita: “Welcome to Scunthorpe, Industrial Garden Town of North Lincolnshire”. Sicuramente industrial, sicuramente town, di garden in realtà se ne percepisce un filo meno la presenza tant’è che qualche bontempone si è divertito a fare una foto a suddetto cartello, annerito dal fumo, con sullo sfondo le ciminiere delle locali acciaierie. Ed eccolo, l’acciaio. Volente o nolente è l’anima della città dal giorno in cui Rowland Winn si accorse che nei terreni di proprietà del padre si poteva estrarre l’ematite, ovvero il minerale del ferro. Era il 1859, qualcuno portò il carbone che in Inghilterra abbondava e le acciaierie cominciarono a spuntare come funghi fino a far diventare Scunthorpe la capitale inglese dell’acciaio, il che comporta il rovescio della medaglia, ovvero la nomea di città non esattamente appetibile al turista. A meno che non si capiti da queste parti per lo Scunthorpe United, come nel nostro caso.

GlandfordPark3Glanford Park sorge poco fuori città, ad accogliervi trovate un arco metallico (ma c’erano dubbi?) che vi dà il benvenuto nel primo dei tanti stadi nuovi che sorgono in Inghilterra. Correva l’anno 1988, Hillsborough doveva ancora arrivare ma l’incendio di Bradford aveva già avuto il suo impatto sull’opinione pubblica e sul legislatore britannico, che come forse avrete intuito è un filo più attento ed equilibrato rispetto al nostro. Lo Scunthorpe, da sempre di casa all’Old Showground, nella difficoltà di adeguare l’impianto alle nuove norme e nella prospettiva di cedere i terreni a una catena di supermercati, optò per il trasferimento e se Dio vuole Glanford Park è distante anni luce dai nuovi impianti fatti con lo stampino, anzi conserva ancora i pali di sostegno alle tribune che danno quel tocco antico che non guasta mai. Piccolo, perchè è piccolo, 9 mila spettatori con 5mila di media nell’ultimo anno in Championship, ma grande quanto basta per lo United e i suoi tifosi, espressione di una comunità di 70mila anime equidistante da Doncaster, Hull e Grimsby. Naturalmente anche l’Old Showground era bello, quel romanticismo old, la tribuna principale con le sponsorizzazioni quasi sempre legate all’acciaio, tra cui il “buy British Scunthorpe Steel” che conserva un certo fascino inspiegabile ancora oggi. E poi era comunque la casa dello Scunthorpe fin dalla sua nascita, il che dovrebbe conferire – e conferisce – il massimo del fascino possibile.

Quando le ruspe hanno demolito l’Old Showground un pezzo di storia dello United se ne è quindi andato. Era cominciata nel lontano 1899, quando il Brumby Hall (Brumby è uno dei cinque sobborghi che nel 1936 han dato vita alla città odierna. Gli altri quattro sono Scunthorpe, Frodingham, Crosby e Ashby) unì le forze a un club locale il cui nome è perso nelle nebbie del tempo. Il calcio nella cittadina dell’acciaio era già arrivato, ma come spesso accadeva non tutte le nuove società sopravvivevano all’entusiasmo iniziale. Ci provarono appunto con lo Scunthorpe United e ci riuscirono, ci proverà il North Lindsey fondato nel 1902 e non ci riuscì, tanto che nel 1910 a sua volta si unirà allo United dando vita allo Scunthorpe & Lindsey United. Il nuovo club passò nel 1912 al professionismo contestualmente all’ingresso in Midland League, che nella testa dei dirigenti doveva essere solo una tappa intermedia verso la Football League. I piani del club non trovarono riscontri però in una realtà che vedrà lo Scunthorpe tentare inutilmente l’ingresso in the League per anni, anni e anni ancora. Vi riuscirà solo nel 1950, quando la Football League decise per l’espansione. La Midland League a quel punto rimase come buon ripiego e i Nuts, anzi i Knuts la vinceranno due volte (1926/27, 1938/39). Non Iron, Knuts, con una K comparsa da non si sa dove ma sostanzialmente il significato è quello, “noci”: questo era in quegli anni il soprannome del club. L’origine la si deve al reverendo Cryspin Rust, che nel premiare il club al Frodingham Charity Trophy definì i giocatori “tough nuts to crack”, noci difficili da rompere. Duri. Come l’acciaio, o se preferite il ferro che con il tempo è diventato il soprannome ufficiale del club. Iron compare anche nel simbolo, uno stemma che uno potrebbe pensare essere stato scippato all’arte sovietica e copiato pari pari nel North Lincolnshire, con la mano chiusa a pugno nel brandire la sbarra d’acciaio che sembra incitare il proletariato alla rivoluzione.

p11806132Il quesito che ci siamo posti inizialmente è: perchè uno dovrebbe venire a Scunthorpe? Una domanda che se fai l’osservatore tendi a non porti, e infatti non se la pose nemmeno Geoff Twentyman. Mr Twentyman lavorava per il Liverpool ed era uno a cui Bill Shankly dava più ascolto che ad altri. Quando il nostro fece presente che nello Scunthorpe United giocava un ragazzotto dal sicuro avvenire, il grande Bill si fidò. Per 35.000 sterline concluse l’affare. D’altronde quattro anni prima dallo Scunthorpe aveva già prelevato il suo portiere, Ray Clemence: perchè non riprovarci? Ci riprovò, e funzionò anche stavolta, perchè quel ragazzotto si chiamava Kevin Keegan e verrà incoronato re ad Anfield. Clemence e Keegan. Due ragazzi cresciuti con lo Scunthorpe, vero, ma rimasti in prima squadra per troppo poco tempo per poterli annoverare tra le leggende del club. Due stagioni Ray, tre Kevin. E d’altronde una squadra dalla scorza dura come Iron è giusto che tra i suoi eroi abbia Jack Brownsword, difensore definito da Sir Stanley Matthews “the best defender in the Second Division”. Nel natio Yorkshire Jack faceva il minatore nelle miniere di carbone e con la maglia claret & blue giocherà per 18 stagioni. Gli attaccanti avversari? Una passeggiata rispetto ai turni in miniera. Lui, sì, duro come l’acciaio. O Jack Haigh, condottiero di mille battaglie, o ancora Barrie Thomas, eccellente attaccante la cui cessione a metà della stagione 1962 metterà fine al sogno First Division per lo Scunthorpe, che giungerà quarto per quello che rimane il miglior piazzamento nella storia del club. Questi giocatori non ebbero tutti il privilegio di indossare la maglia claret & blue del club, stile Aston Villa, perchè questa dal 1959 in contemporanea con il cambio di nome (sparì il “Lindsey”) divenne prima bianca con  risvolti blu, poi interamente rossa tant’è che ironia della sorte Kevin Keegan passò da un club con la divisa interamente rossa ai Reds di Liverpool. Nel 1982 qualcuno ebbe l’intuizione e furono reintrodotti i colori originari, peraltro nella splendida variante a strisce verticali.

Detto dei giocatori, qui ultimamente gli eroi sono però gli allenatori. Il primo è Brian Laws, come spesso accade ex giocatore del club e reduce da un’esperienza da manager con i vicini e mai amati del Grimsby Town, passata alla storia più che altro per il lancio di un piatto a Ivano Bonetti. Laws, in sella dal 1997, portò lo Scunthorpe a Wembley per la prima volta dopo 7 anni, solo che a differenza del precedente questa volta fu un trionfo per i clarets & blue, un trionfo che riapriva le porte della Second Division, la terza serie. Durò poco, ma qualche stagione più tardi gli uomini di Laws, con il secondo posto nel 2005, riguadagnorono sul campo la terza serie, diventata nel frattempo League One. Questo dopo che nel 2004 Laws aveva lasciato per tre settimane il club, peraltro sull’orlo della Conference: tornerà e lo United finirà terzultimo e salvo. Tornato in terza serie, stavolta lo Scunny non si fermò, nonostante le sirene provenienti da Hillsborough che attirarono Brian Laws, il quale fatti i bagagli per la vicina Sheffield salutò Glanford Park. A quel punto le chiavi della squadra vennero lasciate in mano al…fisioterapista. Ed ecco il secondo manager che ha fatto la storia recente del club. “Who needs Mourinho, we’ve got our physio”, il coro che si alzava dagli spalti. Quel fisioterapista si chiamava, e si chiama, Nigel Adkins e porterà per ben due volte lo Scunthorpe in Championship, oltre che due volte a Wembley per un Football League Trophy perso contro il Luton Town e una finale di playoff vinta (entrambe nello stesso anno). Adkins lascerà però il club per andare ad allenare il Southampton e pian piano si tornerà in League Two, con l’ultima retrocessione avvenuta nel 2012/13.

soccer-football-league-division-four-scunthorpe-unitedLa stazione di Scunthorpe è come Glanford Park: piccola. Arrivando in treno da Doncaster, si può già scorgere sulla sinistra lo stadio, visto che questi sorge alla periferia ovest della città. Dalla stazione situata in centro a Glanford Park la strada è quindi piuttosto lunga se la si vuole fare a piedi, ma come sempre ne vale la pena. Una realtà per conoscerla va respirata a pieni polmoni, metaforicamente magari perchè l’aria di Scunthorpe non è proprio la più salutare del Regno – ma se non altro le acciaierie sorgono dalla parte opposta della città rispetto allo stadio. Ecco, non proprio la città turistica dei vostri sogni. Ma se si ama il calcio inglese, una tappa a Scunthorpe la si può fare tranquillamente. Per vedere questa squadra dal guscio duro come quello delle noci, o dura come l’acciaio, se preferite.

The Imps, i diavoletti del Lincolnshire

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Lincoln City Football Club
Anno di fondazione: 1884
Nickname: the Imps
Stadio: Sincil Bank, Lincoln
Capacità: 10.130

Ci sono città decisamente più brutte di Lincoln, non solo in UK. 119mila anime nell’est che si fa nord del paese. Qui il Lincoln Cliff, uno dei rari avvallamenti albionici, si prende una pausa per far scorrere le acque del Witham, ma la collina rimane e la città è così divisa in uphill e downhill, sostanzialmente Lincoln alta e Lincoln bassa. La parte alta è quella più caratteristica, con le strade tra le antiche case del quartiere di Bailgate, bellissimo, che conducono alla Cattedrale e al castello, che come sempre venivano costruiti nelle zone più alte e quindi più difendibili, solo che non sempre nella piatta Inghilterra questo era possibile. E infatti tutt’intorno la pianura del Lincolnshire si estende placida, e il panorama dalla collina è discreto. Ma noi non siamo a Lincoln per turismo, anche se decisamente è un posto che consigliamo se siete stufi di associare l’Inghilterra alla sola Londra, per quanto bella e unica sia. Siamo qui per la squadra locale. Solo che per parlare della squadra locale è necessario salire tra le strade di Bailgate e arrivare alla Cattedrale, perchè c’è da risolvere un mistero: quello del nickname, che compare da qualche anno anche nello stemma sociale. Perchè “The Imps”?

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Qui dalla storia dobbiamo fare una digressione nella leggenda. Leggenda del XIV secolo, per la precisione. Satana, nelle sue vesti di signore del male, inviò sulla terra due Imps affinchè portassero nel mondo dei vivi un po’ del disordine e terrore che abitava quello dei morti. Imp, nella tradizione inglese, è infatti un piccolo demone, un diavoletto. I due, messo a soqquadro il nord dell’Inghilterra, si diressero verso Lincoln e soprattutto la sua cattedrale, dove una volta dentro iniziarono a rovesciare sedie, distruggere tavoli e fecero anche cadere quel pover’uomo del vescovo. In soccorso del buon uomo arrivò un angelo, fuoriuscito da un libro degli inni. A quel punto uno dei due Imps si nascose sotto un tavolo, l’altro spavaldo continuò a far danni, brandendo pietre e lanciandole contro l’angelo. Il nostro perse presto la pazienza e in una pietra trasformò il piccolo demone, mentre all’altro, quello nascosto, concedette di fuggire. Se osservate bene ancora oggi nella cattedrale troverete l’Imp pietrificato, mentre si racconta che il vento che soffia intorno alla collina sia provocato dall’altro diavoletto, nel suo eterno tentativo di ritrovare l’amico perduto. Alcuni invece dicono sia fuggito e pietrificato a Grimsby, nella St James’ Church. Comunque, questa è in breve la storia del Lincoln Imp, che nel tempo da leggenda è diventato il simbolo cittadino e quindi perchè non usarlo anche per la squadra di calcio che della città porta il nome?

Già, la squadra di calcio. Il Lincoln City venne fondato nel 1884 sostanzialmente per mettere ordine tra le numerose realtà cittadine e partecipare così alla Lincolnshire Senior Cup con qualche speranza di vittoria. Una di queste realtà locali, quella sulle cui ceneri nascerà il City, era il Lincoln Recreation (poi Rovers), che giocava al Cowpaddie. Ecco, sostanzialmente il nome derivava dal fatto che qui le mucche pascolavano nei giorni in cui non si giocava – si spera. Favoloso, altri tempi e tutto quel che volete, solo che le mucche oltre a brucare l’erba poi la espellono copiosa sotto altre forme non sempre gradevoli, e ci stupisce sapere che il Lincoln Recreation, su tale campo, giocava in bianco. Quello che non ci stupisce è che, quando si dovette scegliere che campo utilizzare per il neonato City, il Cowpaddie non venne nemmeno tenuto in considerazione. Penserete voi: tutti a Sincil Bank. Eh no! A Sincil Bank (Sincil Drain, nei fatti un filo più a nord dell’attuale impianto ma in pratica il suo antenato) ci andò il Lindum FC. Chi?? Lindum, nome romano di Lincoln, era una delle suddette realtà cittadine che, dopo essersi vista rifiutata dal City la richiesta di unirsi in un solo club, pensò bene di fargli concorrenza andando a sistemarsi in un terreno decisamente migliore del John O’Gaunts in cui giocava il City. Mandrakata, solo che questi avevano il bel terreno da gioco, quegl’altri vincevano e siccome nel calcio tendono a contare i risultati, il Lindum cadde nell’oblio. Nel 1895 il Lincoln City, come un esercito che vince la guerra, si impossessò del territorio nemico, che ancora oggi ospita le sue gesta.

800px-Lincoln_v_Boston_002Nel frattempo il City aveva contribuito a fondare la Second Division nel 1892. Quattro anni prima, nel 1888 aveva invece partecipato alla fondazione di The Combination, una sorta di lega di riserva della Football League che durò poco. Il City transiterà da Midland League prima e Football Alliance poi prima della Football League. Ah, nel 1887 avevano anche messo le mani su quella Lincolnshire Senior Cup a cui ambivano dalla fondazione: 2-0 al replay contro i vicini, e mai amati (“we smell fish, we smell fish”), del Grimsby Town. Maglie bianco-rosse, ma qui era facile scegliere, sono i colori cittadini ed erano la divisa del già citato Lincoln Recreation, quello delle mucche: cappello rosso come andava all’epoca, maglie bianche. Più enigmatico è il cambio di colore tra 1897 e 1900: verdone scuro con pantaloni neri. Facciamo finta di non aver visto. Quella degli Imps, come ci suggerisce The Beautiful History, al pari di molte altre piccole realtà è “a tale of struggle against adversity interspersed with its own unique moments of joy and despair”. Insomma, si soffre, da sempre. Ma nelle avversità, si apprezzano quei pochi momenti di gioia.

Fino al 1920, gli Imps hanno oscillato senza grandi acuti tra Second Division e leghe minori: Central, Midland, insomma non proprio i campionati dei vostri sogni – e nemmeno dei loro. Poi a qualcuno venne l’idea di formare una terza divisione in Football League e il City, che vinse la Midland League nel 1921, venne invitato nello stesso anno a farne parte. Era la terza volta in pochi anni che i diavoletti finivano fuori dalla Football League ma immediatamente vi rientravano. Meglio era andata in FA Cup. Sia nel 1886/87 sia nel 1889/90 il Lincoln City arrivò agli ottavi di finale: nella prima occasione furono eliminati dai…Glasgow Rangers! Eh, a quel tempo funzionava così e il vallo di Adriano era calcisticamente più permeabile. E comunque scusate se è poco. Nella seconda occasione sconfitta col Preston North End, e ri-scusate se è poco. Due achievment mica da ridere per una squadra nata da pochi anni. A dir la verità furono last-sixteen anche nel 1902, ma a questo punto il club iniziava ad avere una maggior consapevolezza di se, visto che parliamo pur sempre di un league club. Nel 1907 poi eliminarono il sì neonato Chelsea, che però veniva da uno dei quartieri più fascinosi della fascinosa Londra; competere con la capitale, anche nel caso di una bella cittadina come Lincoln non è semplice, ed è la cosa che pensò anche il manager del Lincoln David Calderhead quando i blues gli offrirono la panchina proprio in seguito a quella partita. La FA Cup sembrava comunque regalare soddisfazioni maggiori.

75-76fans-43169-212793Vinceranno la Third Division nel 1931/32, ma fu soprattutto nel dopoguerra che metteranno qualche trofeo in più in bacheca. Campionati di Division Three e Four, principalmente. Eroi del periodo pochi, ma qualcuno c’è. Tipo Andy Graver, recordman di goal segnati con il club, uno che nel vittorioso campionato 1951/52 ne infilò 39. Thirty-nine. Saranno 143 in tutto quando appenderà le scarpe al chiodo. Ma soprattutto l’eroe fu Bill Anderson, il manager. Diciannove lunghi anni sulla panchina degli Imps, fino al 1965. Costruì la squadra vittoriosa nella Third Division 1948 con 2.000 sterline. Rivincerà nel 1951/52, oltre a sei Senior Cup che non guastano. Nel 1957/58 guiderà il club a the great escape: vincendo le ultime sei partite, il City si salverà di un misero, sudato punto. Lascerà però nella desolazione del terzultimo posto in Division Four, dopo 855 panchine a Sincil Bank, e non farà in tempo ad allenare Graham Taylor, che da quelle parti arrivò nel 1968. Taylor, cresciuto sulle tribune dell’Old Show Ground di Scunthorpe, divenuto calciatore a Grimsby e poi approdato a Lincoln, facendo così un curioso tour calcistico del Lincolnshire, sarà, oltre che manager della Nazionale, l’allenatore del Lincoln dei record. 1975/76, le facce rassegnate di chi ha passato i precedenti quattordici anni in Division Four. In panchina dal 1972 il nostro, che a 28 anni divenne per necessità allenatore, essendosi distrutto un’anca. In campo tra gli undici il local boy John Ward, attuale manager del Bristol Rovers, capelli fluenti come si conveniva all’epoca e goal facile. Il resto è storia, ovvero la storia della squadra che detiene il record di punti nei campionati con i due punti per vittoria. 46 partite giocate, 32 vinte, 10 pareggiate, 4 perse valsero la promozione in Division Three e l’immortalità cittadina.

Ma ai piedi della collina non solo le cose non andarono sempre così bene, ma nemmeno benino. Come detto, si è spesso sofferto. Metà anni ’80, una nuova, breve apparizione in Third Division. Poi, di colpo, doppia retrocessione. Come doppia? Doppia, perchè il Lincoln City, entrando dalla solita porta sbagliata nella storia, fu la prima squadra ad essere automaticamente retrocessa dalla Football League alla non-league. Un record di cui si sarebbe fatto volentieri a meno, ma per fortuna l’esilio in Conference durò una sola stagione. Almeno fino ad oggi…perchè nel frattempo, breve apparizione in terza serie a parte di cui comunque a Sincil Bank han goduto, il Lincoln City è ripiombato in non-league e se oggi volete vederlo, lì lo trovate, tra medie spettatori inferiori ai 3.000 e la desolazione di chi ha passato una vita in the league e oggi si ritrova di fronte l’Hyde. Il sistema inglese tende a proteggere le squadre di Football League, non come un tempo quando le promozioni/retrocessioni erano decise tramite votazione, ma tende a proteggerle perchè solo due squadre a stagione escono dalla Lega; per cui, se finisci in non-league, è perchè qualcosa è andato storto sul serio. Ma invece della disgraziata stagione 2010/11, preferiamo chiudere con quella di otto anni prima. 2002/03, sostanzialmente siamo senza un soldo. La dirigenza tenta i modi più disparati per uscirne, perlomeno per evitare l’udienza davanti all’Alta Corte che avrebbe significato fallimento. Si optò per l’amministrazione controllata: il club era salvo. Solo che poi una squadra bisognava pur mandarla in campo, e fu fatta in pratica con giocatori provenienti non-league, quella non-league a cui sembrava destinato il City, perchè la retrocessione certa. Così dissero, ridissero e scrissero. Nove mesi dopo gli uomini di Keith Alexander erano a Wembley a giocarsi la finale di playoff. Nessuno parlava più. Persero, perchè le favole non hanno quasi mai il lieto fine, ma quella squadra rimarrà per sempre nel cuore della città. Dicono che anche il diavoletto di pietra si commosse.

Lincoln Imp

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