Goodbye, Sir Tom

Finney_statueUna foto. Basterebbe questo per riassumere Sir Tom Finney. Una semplice foto, che poi semplice non è. Stamford Bridge, lontano 1956. C’erano ancora le curve e soprattutto un campo da gioco più somigliante ad una palude che ad un prato. Ovviamente si giocò, perchè allora il fango non faceva paura e che il pallone rimbalzasse o meno era un dettaglio trascurabile, quasi futile. Ad un tratto, Tom Finney si lancia in un gesto non consono ad un attaccante, ma al personaggio sì: una scivolata, per contestare l’ennesimo pallone ai difensori avversari. Gocce d’acqua ovunque, un tuffo più che una scivolata. The splash. Fortuna volle che un fotografo immortalasse la scena e la consegnasse ai posteri, e oggi grazie a quella fotografia abbiamo una meravigliosa statua fuori Deepdale e tutto quel che ne consegue. Ma soprattutto, per tutti, quella fotografia è Sir Tom Finney.

Sabato quella statua era coperta di sciarpe, maglie, biglietti, fiori. Una città intera piangeva il suo ultimo grande eroe, scomparso la sera prima senza clamore, nel silenzio, all’improvviso, perchè questo era il personaggio. Mai sopra le righe, ma disposto a dare tutto in campo, come si conviene ad un eroe di Preston, cuore del Lancashire operaio, mattoni rossi e cielo grigio, di cui lui stesso era figlio. Se ne è andato in punta di piedi esattamente come era arrivato, ma per una città che vive di calcio e che al calcio ha dato molto, non sempre ricambiata a dire il vero, il lutto è stato forte. Sentito. Partecipato. Tom Finney non solo era un grande calciatore con la casacca lilywhite, era uno di loro. Ogni tanto lo prestavano alla Nazionale, ma con la consapevolezza sul volto e nel cuore che da Preston non se ne sarebbe mai andato. Ci provò una volta il Palermo a portarlo in Italia, disse no. O almeno, così dicono. Qualche vuoto di sceneggiatura c’è in questa vicenda, fattostà che alla fine rimase a Preston, per la gioia di tutti.

“The Tom Finney Era” chiamano qui quel periodo, tanto per farci capire quanto Sir Tom abbia segnato la storia del Preston North End. Trofei vinti? Zero. Ci andarono vicini, ma niente. Una perfida battuta che circolava all’epoca recita più o meno così: “Tom Finney dovrebbe chiedere uno sconto sulle tasse per i suoi dieci dipendenti!”. Erano i compagni di squadra, che non ebbero mai il coraggio di replicare. Perchè era un grande Tom, c’è poco da fare. Chi lo ha visto giocare non lo dimentica. “He had the opposition so frightened that they’d have a man marking him when warming up!” disse una volta Bill Shankly, e c’è da credergli. Due volte giocatore dell’anno, tre Mondiali disputati, 30 goal in 76 caps con la maglia dei Tre Leoni. 210 goal in 473 partite con la casacca bianca del PNE. Scusate se è poco. E dire che tutto cominciò con una frase: “Don’t worry, son, we’re not expecting too much from you”. Gliela disse il suo allenatore il giorno del debutto. Tom giocava a calcio, ma siccome quelle 14 sterline a settimana era meglio arrotondarle (siamo pur sempre nel primo dopoguerra) faceva anche l’idraulico a tempo perso. Quel soprannome, the Preston Plumber appunto, gli rimarrà per tutta la carriera, e crediamo ne andasse anche piuttosto fiero.

Detto quanto fosse un gran giocatore, era soprattutto un signore. Non amava essere celebrato, si scherniva quando lo si elogiava pubblicamente. “Finney will forever be associated with fair play, for showing respect to an opponent, for dignity (…) Modesty should be Tom Finney’s middle name”. D’altronde è stato nominato Officer (e poi Commander) of the Order of the British Empire per il suo dedicarsi alla causa della carità e della beneficienza, e non è un caso. Poche parole, molti fatti. Come si conviene alla gente di Preston. Fateci caso, siamo a cavallo tra due epoche. Quando Finney si ritirò nel 1960, George Best muoveva i primi passi nell’academy dei Red Devils. Il nordirlandese fu il primo di tanti calciatori-superstar, un concetto che si sposò benissimo con il periodo degli anni ’60, ma che distava da Tom Finney 4-5 giri del pianeta, schivo e riservato fuori, dedito al 100% alla causa in campo. “I shall never forget the majestic performance of Tom Finney in overcoming conditions which would have sent many superstars I have known scuttling home to their mummies”, lo ricorda commosso Jimmy Hill. Quella foto che ritorna, quell’istante che racconta bene chi fosse Finney anche a noi, che per motivi anagrafici non lo abbiamo conosciuto. Tom Finney e George Best. Due personaggi distanti. Eppure, qualcuno dice ancora che i due fossero nella stessa categoria.

Non sapremo mai la verità. Fare paragoni, d’altronde, è impossibile e inutile. Il calcio cambia, spesso velocemente, cambiano i ritmi, gli schemi, i palloni. Cambia la percezione che ne si ha. Ogni epoca ha i suoi grandi giocatori e Finney è uno di questi. Se ne è andato ed è stato pianto e ricordato da tanti, un sintomo di quanto abbia lasciato il segno, profondo, nel calcio inglese. E se ne è andato da presidente del Kendal Town, club di una piccola cittadina del Cumbria, un calcio romantico come quello che giocava lui e che, oggi, lo si può trovare solo scavando nel sottobosco di non-league, lontano dal clamore, dagli eccessi, dallo sfarzo della Premier.

“Non ti preoccupare, ragazzo, non ci aspettiamo molto da te”. A parte diventare una leggenda del calcio inglese, senza farlo pesare mai.
Goodbye, Sir Tom.

article-2125240-03D1754A000005DC-968_468x286Sir Thomas Finney CBE (5 April 1922 – 14 February 2014)

Duri come Iron

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Scunthorpe United Football Club
Anno di fondazione: 1899
Nickname: the Iron
Stadio: Glanford Park, Scunthorpe
Capacità: 9.183

Perchè poi uno debba venire a Scunthorpe non si sa. Classica cittadina che potrebbe prendere in prestito l’insegna di benvenuto frutto della genialità di Matt Groening, il papà dei Simpsons: “Welcome to Scunthorpe. We were born here, what’s your excuse?”. Li era Winnipeg, ma il concetto rimane quello così come rimane la domanda: perchè siamo a Scunthorpe? Perchè semplicemente siamo troppo innamorati del calcio inglese per lasciarci sfuggire l’occasione di rovistare nella periferia calcistica albionica, lontana dai lustrini e dal glamour internazionale della Premier ma costellata di realtà che trasudano storia, tradizione e senso di appartenenza. Per cui, eccoci qui. A Scunthorpe un cartello di benvenuto c’è veramente e recita: “Welcome to Scunthorpe, Industrial Garden Town of North Lincolnshire”. Sicuramente industrial, sicuramente town, di garden in realtà se ne percepisce un filo meno la presenza tant’è che qualche bontempone si è divertito a fare una foto a suddetto cartello, annerito dal fumo, con sullo sfondo le ciminiere delle locali acciaierie. Ed eccolo, l’acciaio. Volente o nolente è l’anima della città dal giorno in cui Rowland Winn si accorse che nei terreni di proprietà del padre si poteva estrarre l’ematite, ovvero il minerale del ferro. Era il 1859, qualcuno portò il carbone che in Inghilterra abbondava e le acciaierie cominciarono a spuntare come funghi fino a far diventare Scunthorpe la capitale inglese dell’acciaio, il che comporta il rovescio della medaglia, ovvero la nomea di città non esattamente appetibile al turista. A meno che non si capiti da queste parti per lo Scunthorpe United, come nel nostro caso.

GlandfordPark3Glanford Park sorge poco fuori città, ad accogliervi trovate un arco metallico (ma c’erano dubbi?) che vi dà il benvenuto nel primo dei tanti stadi nuovi che sorgono in Inghilterra. Correva l’anno 1988, Hillsborough doveva ancora arrivare ma l’incendio di Bradford aveva già avuto il suo impatto sull’opinione pubblica e sul legislatore britannico, che come forse avrete intuito è un filo più attento ed equilibrato rispetto al nostro. Lo Scunthorpe, da sempre di casa all’Old Showground, nella difficoltà di adeguare l’impianto alle nuove norme e nella prospettiva di cedere i terreni a una catena di supermercati, optò per il trasferimento e se Dio vuole Glanford Park è distante anni luce dai nuovi impianti fatti con lo stampino, anzi conserva ancora i pali di sostegno alle tribune che danno quel tocco antico che non guasta mai. Piccolo, perchè è piccolo, 9 mila spettatori con 5mila di media nell’ultimo anno in Championship, ma grande quanto basta per lo United e i suoi tifosi, espressione di una comunità di 70mila anime equidistante da Doncaster, Hull e Grimsby. Naturalmente anche l’Old Showground era bello, quel romanticismo old, la tribuna principale con le sponsorizzazioni quasi sempre legate all’acciaio, tra cui il “buy British Scunthorpe Steel” che conserva un certo fascino inspiegabile ancora oggi. E poi era comunque la casa dello Scunthorpe fin dalla sua nascita, il che dovrebbe conferire – e conferisce – il massimo del fascino possibile.

Quando le ruspe hanno demolito l’Old Showground un pezzo di storia dello United se ne è quindi andato. Era cominciata nel lontano 1899, quando il Brumby Hall (Brumby è uno dei cinque sobborghi che nel 1936 han dato vita alla città odierna. Gli altri quattro sono Scunthorpe, Frodingham, Crosby e Ashby) unì le forze a un club locale il cui nome è perso nelle nebbie del tempo. Il calcio nella cittadina dell’acciaio era già arrivato, ma come spesso accadeva non tutte le nuove società sopravvivevano all’entusiasmo iniziale. Ci provarono appunto con lo Scunthorpe United e ci riuscirono, ci proverà il North Lindsey fondato nel 1902 e non ci riuscì, tanto che nel 1910 a sua volta si unirà allo United dando vita allo Scunthorpe & Lindsey United. Il nuovo club passò nel 1912 al professionismo contestualmente all’ingresso in Midland League, che nella testa dei dirigenti doveva essere solo una tappa intermedia verso la Football League. I piani del club non trovarono riscontri però in una realtà che vedrà lo Scunthorpe tentare inutilmente l’ingresso in the League per anni, anni e anni ancora. Vi riuscirà solo nel 1950, quando la Football League decise per l’espansione. La Midland League a quel punto rimase come buon ripiego e i Nuts, anzi i Knuts la vinceranno due volte (1926/27, 1938/39). Non Iron, Knuts, con una K comparsa da non si sa dove ma sostanzialmente il significato è quello, “noci”: questo era in quegli anni il soprannome del club. L’origine la si deve al reverendo Cryspin Rust, che nel premiare il club al Frodingham Charity Trophy definì i giocatori “tough nuts to crack”, noci difficili da rompere. Duri. Come l’acciaio, o se preferite il ferro che con il tempo è diventato il soprannome ufficiale del club. Iron compare anche nel simbolo, uno stemma che uno potrebbe pensare essere stato scippato all’arte sovietica e copiato pari pari nel North Lincolnshire, con la mano chiusa a pugno nel brandire la sbarra d’acciaio che sembra incitare il proletariato alla rivoluzione.

p11806132Il quesito che ci siamo posti inizialmente è: perchè uno dovrebbe venire a Scunthorpe? Una domanda che se fai l’osservatore tendi a non porti, e infatti non se la pose nemmeno Geoff Twentyman. Mr Twentyman lavorava per il Liverpool ed era uno a cui Bill Shankly dava più ascolto che ad altri. Quando il nostro fece presente che nello Scunthorpe United giocava un ragazzotto dal sicuro avvenire, il grande Bill si fidò. Per 35.000 sterline concluse l’affare. D’altronde quattro anni prima dallo Scunthorpe aveva già prelevato il suo portiere, Ray Clemence: perchè non riprovarci? Ci riprovò, e funzionò anche stavolta, perchè quel ragazzotto si chiamava Kevin Keegan e verrà incoronato re ad Anfield. Clemence e Keegan. Due ragazzi cresciuti con lo Scunthorpe, vero, ma rimasti in prima squadra per troppo poco tempo per poterli annoverare tra le leggende del club. Due stagioni Ray, tre Kevin. E d’altronde una squadra dalla scorza dura come Iron è giusto che tra i suoi eroi abbia Jack Brownsword, difensore definito da Sir Stanley Matthews “the best defender in the Second Division”. Nel natio Yorkshire Jack faceva il minatore nelle miniere di carbone e con la maglia claret & blue giocherà per 18 stagioni. Gli attaccanti avversari? Una passeggiata rispetto ai turni in miniera. Lui, sì, duro come l’acciaio. O Jack Haigh, condottiero di mille battaglie, o ancora Barrie Thomas, eccellente attaccante la cui cessione a metà della stagione 1962 metterà fine al sogno First Division per lo Scunthorpe, che giungerà quarto per quello che rimane il miglior piazzamento nella storia del club. Questi giocatori non ebbero tutti il privilegio di indossare la maglia claret & blue del club, stile Aston Villa, perchè questa dal 1959 in contemporanea con il cambio di nome (sparì il “Lindsey”) divenne prima bianca con  risvolti blu, poi interamente rossa tant’è che ironia della sorte Kevin Keegan passò da un club con la divisa interamente rossa ai Reds di Liverpool. Nel 1982 qualcuno ebbe l’intuizione e furono reintrodotti i colori originari, peraltro nella splendida variante a strisce verticali.

Detto dei giocatori, qui ultimamente gli eroi sono però gli allenatori. Il primo è Brian Laws, come spesso accade ex giocatore del club e reduce da un’esperienza da manager con i vicini e mai amati del Grimsby Town, passata alla storia più che altro per il lancio di un piatto a Ivano Bonetti. Laws, in sella dal 1997, portò lo Scunthorpe a Wembley per la prima volta dopo 7 anni, solo che a differenza del precedente questa volta fu un trionfo per i clarets & blue, un trionfo che riapriva le porte della Second Division, la terza serie. Durò poco, ma qualche stagione più tardi gli uomini di Laws, con il secondo posto nel 2005, riguadagnorono sul campo la terza serie, diventata nel frattempo League One. Questo dopo che nel 2004 Laws aveva lasciato per tre settimane il club, peraltro sull’orlo della Conference: tornerà e lo United finirà terzultimo e salvo. Tornato in terza serie, stavolta lo Scunny non si fermò, nonostante le sirene provenienti da Hillsborough che attirarono Brian Laws, il quale fatti i bagagli per la vicina Sheffield salutò Glanford Park. A quel punto le chiavi della squadra vennero lasciate in mano al…fisioterapista. Ed ecco il secondo manager che ha fatto la storia recente del club. “Who needs Mourinho, we’ve got our physio”, il coro che si alzava dagli spalti. Quel fisioterapista si chiamava, e si chiama, Nigel Adkins e porterà per ben due volte lo Scunthorpe in Championship, oltre che due volte a Wembley per un Football League Trophy perso contro il Luton Town e una finale di playoff vinta (entrambe nello stesso anno). Adkins lascerà però il club per andare ad allenare il Southampton e pian piano si tornerà in League Two, con l’ultima retrocessione avvenuta nel 2012/13.

soccer-football-league-division-four-scunthorpe-unitedLa stazione di Scunthorpe è come Glanford Park: piccola. Arrivando in treno da Doncaster, si può già scorgere sulla sinistra lo stadio, visto che questi sorge alla periferia ovest della città. Dalla stazione situata in centro a Glanford Park la strada è quindi piuttosto lunga se la si vuole fare a piedi, ma come sempre ne vale la pena. Una realtà per conoscerla va respirata a pieni polmoni, metaforicamente magari perchè l’aria di Scunthorpe non è proprio la più salutare del Regno – ma se non altro le acciaierie sorgono dalla parte opposta della città rispetto allo stadio. Ecco, non proprio la città turistica dei vostri sogni. Ma se si ama il calcio inglese, una tappa a Scunthorpe la si può fare tranquillamente. Per vedere questa squadra dal guscio duro come quello delle noci, o dura come l’acciaio, se preferite.

The Imps, i diavoletti del Lincolnshire

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Lincoln City Football Club
Anno di fondazione: 1884
Nickname: the Imps
Stadio: Sincil Bank, Lincoln
Capacità: 10.130

Ci sono città decisamente più brutte di Lincoln, non solo in UK. 119mila anime nell’est che si fa nord del paese. Qui il Lincoln Cliff, uno dei rari avvallamenti albionici, si prende una pausa per far scorrere le acque del Witham, ma la collina rimane e la città è così divisa in uphill e downhill, sostanzialmente Lincoln alta e Lincoln bassa. La parte alta è quella più caratteristica, con le strade tra le antiche case del quartiere di Bailgate, bellissimo, che conducono alla Cattedrale e al castello, che come sempre venivano costruiti nelle zone più alte e quindi più difendibili, solo che non sempre nella piatta Inghilterra questo era possibile. E infatti tutt’intorno la pianura del Lincolnshire si estende placida, e il panorama dalla collina è discreto. Ma noi non siamo a Lincoln per turismo, anche se decisamente è un posto che consigliamo se siete stufi di associare l’Inghilterra alla sola Londra, per quanto bella e unica sia. Siamo qui per la squadra locale. Solo che per parlare della squadra locale è necessario salire tra le strade di Bailgate e arrivare alla Cattedrale, perchè c’è da risolvere un mistero: quello del nickname, che compare da qualche anno anche nello stemma sociale. Perchè “The Imps”?

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Qui dalla storia dobbiamo fare una digressione nella leggenda. Leggenda del XIV secolo, per la precisione. Satana, nelle sue vesti di signore del male, inviò sulla terra due Imps affinchè portassero nel mondo dei vivi un po’ del disordine e terrore che abitava quello dei morti. Imp, nella tradizione inglese, è infatti un piccolo demone, un diavoletto. I due, messo a soqquadro il nord dell’Inghilterra, si diressero verso Lincoln e soprattutto la sua cattedrale, dove una volta dentro iniziarono a rovesciare sedie, distruggere tavoli e fecero anche cadere quel pover’uomo del vescovo. In soccorso del buon uomo arrivò un angelo, fuoriuscito da un libro degli inni. A quel punto uno dei due Imps si nascose sotto un tavolo, l’altro spavaldo continuò a far danni, brandendo pietre e lanciandole contro l’angelo. Il nostro perse presto la pazienza e in una pietra trasformò il piccolo demone, mentre all’altro, quello nascosto, concedette di fuggire. Se osservate bene ancora oggi nella cattedrale troverete l’Imp pietrificato, mentre si racconta che il vento che soffia intorno alla collina sia provocato dall’altro diavoletto, nel suo eterno tentativo di ritrovare l’amico perduto. Alcuni invece dicono sia fuggito e pietrificato a Grimsby, nella St James’ Church. Comunque, questa è in breve la storia del Lincoln Imp, che nel tempo da leggenda è diventato il simbolo cittadino e quindi perchè non usarlo anche per la squadra di calcio che della città porta il nome?

Già, la squadra di calcio. Il Lincoln City venne fondato nel 1884 sostanzialmente per mettere ordine tra le numerose realtà cittadine e partecipare così alla Lincolnshire Senior Cup con qualche speranza di vittoria. Una di queste realtà locali, quella sulle cui ceneri nascerà il City, era il Lincoln Recreation (poi Rovers), che giocava al Cowpaddie. Ecco, sostanzialmente il nome derivava dal fatto che qui le mucche pascolavano nei giorni in cui non si giocava – si spera. Favoloso, altri tempi e tutto quel che volete, solo che le mucche oltre a brucare l’erba poi la espellono copiosa sotto altre forme non sempre gradevoli, e ci stupisce sapere che il Lincoln Recreation, su tale campo, giocava in bianco. Quello che non ci stupisce è che, quando si dovette scegliere che campo utilizzare per il neonato City, il Cowpaddie non venne nemmeno tenuto in considerazione. Penserete voi: tutti a Sincil Bank. Eh no! A Sincil Bank (Sincil Drain, nei fatti un filo più a nord dell’attuale impianto ma in pratica il suo antenato) ci andò il Lindum FC. Chi?? Lindum, nome romano di Lincoln, era una delle suddette realtà cittadine che, dopo essersi vista rifiutata dal City la richiesta di unirsi in un solo club, pensò bene di fargli concorrenza andando a sistemarsi in un terreno decisamente migliore del John O’Gaunts in cui giocava il City. Mandrakata, solo che questi avevano il bel terreno da gioco, quegl’altri vincevano e siccome nel calcio tendono a contare i risultati, il Lindum cadde nell’oblio. Nel 1895 il Lincoln City, come un esercito che vince la guerra, si impossessò del territorio nemico, che ancora oggi ospita le sue gesta.

800px-Lincoln_v_Boston_002Nel frattempo il City aveva contribuito a fondare la Second Division nel 1892. Quattro anni prima, nel 1888 aveva invece partecipato alla fondazione di The Combination, una sorta di lega di riserva della Football League che durò poco. Il City transiterà da Midland League prima e Football Alliance poi prima della Football League. Ah, nel 1887 avevano anche messo le mani su quella Lincolnshire Senior Cup a cui ambivano dalla fondazione: 2-0 al replay contro i vicini, e mai amati (“we smell fish, we smell fish”), del Grimsby Town. Maglie bianco-rosse, ma qui era facile scegliere, sono i colori cittadini ed erano la divisa del già citato Lincoln Recreation, quello delle mucche: cappello rosso come andava all’epoca, maglie bianche. Più enigmatico è il cambio di colore tra 1897 e 1900: verdone scuro con pantaloni neri. Facciamo finta di non aver visto. Quella degli Imps, come ci suggerisce The Beautiful History, al pari di molte altre piccole realtà è “a tale of struggle against adversity interspersed with its own unique moments of joy and despair”. Insomma, si soffre, da sempre. Ma nelle avversità, si apprezzano quei pochi momenti di gioia.

Fino al 1920, gli Imps hanno oscillato senza grandi acuti tra Second Division e leghe minori: Central, Midland, insomma non proprio i campionati dei vostri sogni – e nemmeno dei loro. Poi a qualcuno venne l’idea di formare una terza divisione in Football League e il City, che vinse la Midland League nel 1921, venne invitato nello stesso anno a farne parte. Era la terza volta in pochi anni che i diavoletti finivano fuori dalla Football League ma immediatamente vi rientravano. Meglio era andata in FA Cup. Sia nel 1886/87 sia nel 1889/90 il Lincoln City arrivò agli ottavi di finale: nella prima occasione furono eliminati dai…Glasgow Rangers! Eh, a quel tempo funzionava così e il vallo di Adriano era calcisticamente più permeabile. E comunque scusate se è poco. Nella seconda occasione sconfitta col Preston North End, e ri-scusate se è poco. Due achievment mica da ridere per una squadra nata da pochi anni. A dir la verità furono last-sixteen anche nel 1902, ma a questo punto il club iniziava ad avere una maggior consapevolezza di se, visto che parliamo pur sempre di un league club. Nel 1907 poi eliminarono il sì neonato Chelsea, che però veniva da uno dei quartieri più fascinosi della fascinosa Londra; competere con la capitale, anche nel caso di una bella cittadina come Lincoln non è semplice, ed è la cosa che pensò anche il manager del Lincoln David Calderhead quando i blues gli offrirono la panchina proprio in seguito a quella partita. La FA Cup sembrava comunque regalare soddisfazioni maggiori.

75-76fans-43169-212793Vinceranno la Third Division nel 1931/32, ma fu soprattutto nel dopoguerra che metteranno qualche trofeo in più in bacheca. Campionati di Division Three e Four, principalmente. Eroi del periodo pochi, ma qualcuno c’è. Tipo Andy Graver, recordman di goal segnati con il club, uno che nel vittorioso campionato 1951/52 ne infilò 39. Thirty-nine. Saranno 143 in tutto quando appenderà le scarpe al chiodo. Ma soprattutto l’eroe fu Bill Anderson, il manager. Diciannove lunghi anni sulla panchina degli Imps, fino al 1965. Costruì la squadra vittoriosa nella Third Division 1948 con 2.000 sterline. Rivincerà nel 1951/52, oltre a sei Senior Cup che non guastano. Nel 1957/58 guiderà il club a the great escape: vincendo le ultime sei partite, il City si salverà di un misero, sudato punto. Lascerà però nella desolazione del terzultimo posto in Division Four, dopo 855 panchine a Sincil Bank, e non farà in tempo ad allenare Graham Taylor, che da quelle parti arrivò nel 1968. Taylor, cresciuto sulle tribune dell’Old Show Ground di Scunthorpe, divenuto calciatore a Grimsby e poi approdato a Lincoln, facendo così un curioso tour calcistico del Lincolnshire, sarà, oltre che manager della Nazionale, l’allenatore del Lincoln dei record. 1975/76, le facce rassegnate di chi ha passato i precedenti quattordici anni in Division Four. In panchina dal 1972 il nostro, che a 28 anni divenne per necessità allenatore, essendosi distrutto un’anca. In campo tra gli undici il local boy John Ward, attuale manager del Bristol Rovers, capelli fluenti come si conveniva all’epoca e goal facile. Il resto è storia, ovvero la storia della squadra che detiene il record di punti nei campionati con i due punti per vittoria. 46 partite giocate, 32 vinte, 10 pareggiate, 4 perse valsero la promozione in Division Three e l’immortalità cittadina.

Ma ai piedi della collina non solo le cose non andarono sempre così bene, ma nemmeno benino. Come detto, si è spesso sofferto. Metà anni ’80, una nuova, breve apparizione in Third Division. Poi, di colpo, doppia retrocessione. Come doppia? Doppia, perchè il Lincoln City, entrando dalla solita porta sbagliata nella storia, fu la prima squadra ad essere automaticamente retrocessa dalla Football League alla non-league. Un record di cui si sarebbe fatto volentieri a meno, ma per fortuna l’esilio in Conference durò una sola stagione. Almeno fino ad oggi…perchè nel frattempo, breve apparizione in terza serie a parte di cui comunque a Sincil Bank han goduto, il Lincoln City è ripiombato in non-league e se oggi volete vederlo, lì lo trovate, tra medie spettatori inferiori ai 3.000 e la desolazione di chi ha passato una vita in the league e oggi si ritrova di fronte l’Hyde. Il sistema inglese tende a proteggere le squadre di Football League, non come un tempo quando le promozioni/retrocessioni erano decise tramite votazione, ma tende a proteggerle perchè solo due squadre a stagione escono dalla Lega; per cui, se finisci in non-league, è perchè qualcosa è andato storto sul serio. Ma invece della disgraziata stagione 2010/11, preferiamo chiudere con quella di otto anni prima. 2002/03, sostanzialmente siamo senza un soldo. La dirigenza tenta i modi più disparati per uscirne, perlomeno per evitare l’udienza davanti all’Alta Corte che avrebbe significato fallimento. Si optò per l’amministrazione controllata: il club era salvo. Solo che poi una squadra bisognava pur mandarla in campo, e fu fatta in pratica con giocatori provenienti non-league, quella non-league a cui sembrava destinato il City, perchè la retrocessione certa. Così dissero, ridissero e scrissero. Nove mesi dopo gli uomini di Keith Alexander erano a Wembley a giocarsi la finale di playoff. Nessuno parlava più. Persero, perchè le favole non hanno quasi mai il lieto fine, ma quella squadra rimarrà per sempre nel cuore della città. Dicono che anche il diavoletto di pietra si commosse.

Lincoln Imp

Lincoln Imp

I quaccheri del nord-est, rimpiangendo Feethams

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Darlington 1883 Football Club
Anno di fondazione: 2012 (Darlington FC: 1883)
Nickname: the Quakers
Stadio: Heritage Park, Bishop Auckland

The railwaymen, i ferrovieri. Questo avrebbe potuto essere il soprannome. Altro che Crewe Alexandra, che di quel soprannome ne è il beneficiario: George Stephenson la prima locomotiva la mise sui binari della linea Darlington-Stockton on Tees, mica nel Cheshire. E fu la prima linea ferroviaria del Mondo, sebbene fosse poco più che una dimostrazione. E invece no. Niente ferrovieri. La squadra di Darlington la locomotiva ce l’ha ovviamente nel simbolo, ma il soprannome è un altro. E per capirlo basta notare sempre nel simbolo l’altro oggetto che vi compare: un cappello, un cappello stile di quello dei Padri Pellegrini, che col Mayflower partirono da Plymouth e influiranno leggermente sull’etica di quelli che saranno the United States of America. I puritani, universalmente detti. Uno dei movimenti puritani, che contribuì alla formazione di una colonia discretamente importante nota come Pennsylvania dal nome del suo fondatore, William Penn, erano i Quaccheri. The Quakers, perchè nelle loro funzioni religiose lo Spirito Santo si manifestava facendoli tremare e i detrattori li schernirono con tale nome (il nome ufficiale è Società degli Amici). E Quakers è anche il soprannome del Darlington Football Club, ed eccoci qui, perchè qui il quaccherismo ebbe sempre una certa influenza. County Durham, nord dell’Inghilterra, la vicinanza con la calvinista e presbiteriana Scozia deve aver avuto la sua importanza nella formazione di una comunità quacchera da queste parti.

OLYMPUS DIGITAL CAMERACome tutte le comunità d’Inghilterra del tempo, specie a nord, anche i nostri quaccheri sentivano l’esigenza di una squadra di calcio che li rappresentasse nella seconda metà del XIX secolo. Puritani o no, quel gioco piaceva a tutti. E poi c’era da difendere l’onore cittadino nella Durham Challenge Cup, anno di grazia 1883. Tutti riuniti alla locale Grammar School, sostanzialmente il liceo classico albionico del tempo. La responsabilità se la prende un ingegnere locale di nome Charles Samuel Craven. Colori? Bianco-nero, e non cambieranno mai. Finale della Challenge Cup al primo tentativo, mica male. I quaccheri ci presero gusto: proviamo con l’FA Cup. Ecco, qui la finale rimase invece lontanuccia: sconfitta 8-0 contro il Grimsby Town. Però il Darlo, come viene confidenzialmente chiamato, si fece un nome nella zona con queste prime imprese, e in virtù di ciò nel 1889 partecipò alla fondazione di una nuova lega di squadre del nord: la Northern League, che tornerà di drammatica attualità in un futuro lontano, che poi è il nostro presente. Ecco, da qualche parte però bisognava giocare, e dove giocavano i nostri? C’era un terreno di gioco, inizialmente usato dalla solita squadra di cricket, che però veniva buono anche per il football e che in effetti era già usato da diverse realtà locali. Quel terreno si chiamava Feethams e per 120 anni sarà la casa dei Quakers. Fino a che, un giorno, dissero che non andava più bene. Troppo old, troppo piccolo. Quel che non sapevano è Feethams porterà con se nella tomba dopo qualche anno il Darlington, che solo grazie a dei tifosi troppo innamorati rimane ancora vivo oggi.

Fu opera del proprietario di allora, primi anni del secolo in corso. “Gorgeus George” Reynolds, programmi ambiziosi che culminarono nella costruzione di uno stadio da VENTICINQUEMILA posti. In maiuscolo, scusateci, ma all’epoca il Darlington era in League Two e quello stadio a molti sembrava un azzardo. E in effetti lo fu. Reynolds nel frattempo diede all’impianto il suo nome. E che impianto: un anonimo impianto stile St Mary’s e figli che nel confronto con Feethams sfigurava e nemmeno di poco, specie ripensando a quell’ingresso con le twin towers che per fortuna dovrebbe essere conservato a futura memoria. I tifosi? I tifosi come sempre, abbagliati dalle prospettive di “arrivare in Premier League” (parole del Gorgeus) chiusero il consueto occhio, salvo poi ritrovarsi qualche anno più tardi a rimpiangere il loro vecchio impianto, quello sì a misura di Darlo, nel frattempo sommerso dall’erbaccia. Il dissesto finanziario a cui contribuì quello stadio insensato (11.600 spettatori per la prima partita, poi medie intorno ai 2.000 tranne che per i match contro l’odiato Hartlepool) portarono il club fuori dalla Football League e poi fino a quella Northern League che sì che i Quakers contribuirono un secolo abbondante prima a fondare, solo che ora la Northern League è lo step 9 della piramide. E a ciò aggiungeteci pure che adesso il Darlington gioca in esilio a Bishop Auckland. Venticinquemila posti, che rimangono inutilizzati per il calcio (lo stadio, ribattezzato Darlington Arena, ospita ormai solo partite di rugby ed è diventato di proprietà della locale squadra).

feethams-2L’erbaccia di Feethams è per quanto ci riguarda il simbolo di una forzata modernità che non sempre porta i frutti sperati, ed è per questo che ne abbiamo parlato subito. Via il dento, anche se il dolore rimane. Eppure quell’erba ne aveva viste di imprese del Darlington, ma soprattutto era il Darlington e ne custodiva lo spirito. I quaccheri si fecero notare alla nazione quando raggiunsero, maglia a grandi riquadri bianco-neri, gli ottavi di finale dell’FA Cup 1910/11, dopo che il club era passato al professionismo due anni prima. Il cambio di status coincise con l’iscrizione alla North Eastern League, lega che il Darlo vincerà due volte. Soprattutto la seconda vittoria si rivelò decisiva perchè, con una buona dose di fortuna che non guasta mai, coincise con la creazione della Third Division North della Football League. E a quel punto che fai, non inviti il Darlo? Ovvio che lo inviti. League-club, e lo sarà ininterrottamente fino al 1989 (breve parentesi in Conference, toccata e fuga di una stagione). L’ammissione nella lega venne celebrata con il secondo posto, a cui tre stagioni dopo fece seguito la vittoria in campionato, grazie ai goal di David Brown, girovago scozzese con il vizio di infilare portieri avversari. Il seguente quindicesimo posto in Second Division rimane a oggi il miglior piazzamento nella storia del club, che ebbe anche l’idea di mettere in bacheca il primo trofeo nazionale, la Third Division North Cup che magari non è molto ma è sempre meglio che niente.

Balzo in avanti nel racconto, superando un periodo in cui il club giocò sostanzialmente in Third Division North senza grandi acuti. Luce dei riflettori, ma non siamo a Feethams. Il palcoscenico della serata di gala è St James’ Park, qualche miglia più a nord. Tutti in smoking: fu la prima partita tra due squadre di Football League sotto i riflettori, in FA Cup. Da una parte il Darlo, dall’altra il Carlisle United. Nord-est contro nord-ovest. Vinse il nord-est rappresentato dal Darlington. Siamo negli anni ’50, anni in cui il club subirà la decisione di risistemare i campionati di FL e si ritroverà nella neonata Fourth Division. Un anno prima, però, c’era stata The Win. 1958. Siamo sempre in FA Cup, ma a Stamford Bridge, Fulham Road. Altro discreto palcoscenico. 3-0 Darlo, ma non fu questa la vittoria perchè i blues rimontarono e finì 3-3. Tutti a Feethams, compreso l’inviato del Times che davanti alla prestazione dei bianconeri si stropicciò più di una volta gli occhi e fornirà della partita un resoconto entusiasta. Finì 4-1 per il Darlington. Quaccheri in visibilio, e al diavolo i precetti religiosi, quella sera ci si concesse una pinta in più al pub.

Ian+Millar+Darlington+v+Mansfield+Town+FA+Ngf2XCXTPt-lFeethams e i tifosi. Già, i tifosi. Ci misero 20.000 sterline per coprire una delle due end dell’impianto e dotarlo di luci artificiali. I riflettori vennero effettivamente inaugurati il 19 Settembre 1960, il problema fu che dopo la partita un cortocircuito provocò un incendio, e il fuoco divorò la West Stand. Questo non impedì, due mesi dopo, di stabilire il record di spettatori nella storia del club: 21.023 per il quarto turno di League Cup contro il Bolton. Qualche anno dopo, sempre in coppa di lega, fu il Derby di Brian Clough a interrompere la corsa dei Quakers, nei quarti di finale. Peccato. Anche perchè per il resto c’erano pochi motivi per cui sorridere: dovettero tra fine anni ’60 e primi anni ’80 chiedere la ri-elezione cinque-volte-cinque, e la Football League per loro fortuna gliela concedette sempre. Nel 1982 poi, il Darlo si trovò pure tra la vita e la morte, e furono nuovamente i tifosi e tirare fuori i soldi che ne permisero la salvezza. Tempi duri, che non potevano però piegare l’animo puritano del club, della comunità, e pazienza se poi molti erano anglicani. Il Darlo era vivo e continuò a lottare con noi anche se sul campo beh, vent’anni di Division Three/League Two portarono la miseria di tre apparizioni ai playoff. La prima nel 1996 e fu finale: per la prima volta nella storia del club, tutti a Wembley. Per un fantastico scherzo del destino, quel giorno l’avversario fu il Plymouth Argyle: the Pilgrims, la città da cui salparono i Padri Pellegrini. Il derby del puritanesimo: Pilgrims vs Quakers. Vinsero quelli vestiti di verde del sud. Il Darlo tornerà a Wembley per la finale playoff quattro anni più tardi, e fu nuovamente sconfitta.

L’ultima gita nello stadio nazionale il Darlington se la è fatta appena tre anni fa. Il canto del cigno, per certi versi. Finale di FA Trophy, perchè nel frattempo i casini a cui abbiamo accennato avevano portato i bianco-neri in Conference. Vittoria per 1-0 contro il Mansfield Town, con goal al 119 di Chris Senior. Un altro goal, qualche anno prima, rimase nel cuore di tutti. Lo segnò Nick Wainwright in un Darlington-Leyton Orient 2-2, partita all’apparenza come tante, ma quello fu l’ultimo goal segnato a Feethams. 8 spettatori, praticamente il tutto esaurito. Poi il crollo, di cui abbiamo già parlato. Reynolds, la Reynolds Arena, e le due successive proprietà che non cambiarono le cose. In dieci anni, il Darlo finirà tre volte in amministrazione controllata. Tre. Chi è intervenuto alla fine? Ovviamente i tifosi. Salvataggio last-minute, solo che nel farlo hanno saltato il procedimento di Company Voluntary Agreement, che è procedura standard e siccome là le regole le si applicano anche a malincuore, su raccomandazione della Football Association il club è stato considerato sciolto e quella dei tifosi è quindi una nuova società, che ha infatti preso una nuova denominazione (Darlington 1883) e che si è soprattutto ritrovata, come già detto, in Northern League che se Dio vuole, e ha voluto, han vinto.

martin-gray-image-1-411407510-4337078Quest’anno il Darlo gioca in Northern Premier League Division One North, step 8. Ma risaliranno. Fa parte dello spirito della gente di questi luoghi, quaccheri o no. Noi rimaniamo in attesa di rivederli dove oggettivamente meritano di stare, visto che, nell’unico luogo in cui dovrebbero giocare, non avremmo mai più il piacere di vederglielo fare.

Around the football grounds – A trip to Southampton

Con i nostri immaginari mezzi di trasporto, è tempo di lasciare nuovamente Londra e partire per una nuova tappa del nostro tour nella storia degli stadi inglesi. Niente aereo questa volta, ma un comodo treno inglese che ci porta nel sud-ovest, nella più grande città dell’Hampshire. Ovviamente stiamo parlando di Southampton, città di poco meno di 240.000 abitanti che confluisce con la vicina Portsmouth a formare un’unica grande area metropolitana. Città portuale, nata sulla confluenza di tre fiumi (River Test, River Itchen e River Hamble) ed associata soprattutto a 2 simboli, il Titanic e lo Spitfire. Il primo, purtroppo, non ha bisogno di alcuna presentazione e tutti saprete che l’imbarco e la partenza della nave avvennero a Southampton; per quanto riguarda il secondo invece si tratta del più famoso caccia da combattimento impiegato dagli inglesi nella seconda guerra mondiale, che qui è stato concepito e costruito contribuendo a vincere la guerra dei cieli ed a girare le sorti dell’Europa. A livello sportivo qui trova casa, dal 1885, il Southampton Football Club.

Scorcio aereo di Southampton

LA STORIA

La zona, nella parte sud-est della race track (in centro alla mappa) del Commong Ground

Creato nel 1885, il Southampton, allora conosciuto come St. Mary’s Young Men’s Associaton F.C., lungo tutta la sua storia può vantare un totale di 6 campi di gioco, anche se, come vedremo lungo l’articolo, si può parlare di vere e proprie case solo per 4 di questi. Il primo home ground fu su un terreno appartenente al County Bowling Club, ma qui vi si disputò solamente una partita (contro una squadra di Freemantle, vittoria per 5-1); successivamente, e per tutto il 1885-1886, la squadra si trasferì ad Avenue Road (il Common Ground), dove trovarono uno spazio quasi perfetto, se non fosse per la via pedonale che attraversava il prato proprio nella zona di centrocampo. Nonostante parliamo di 100 e più anni fa, la situazione non era tollerabile e nel corso dello stesso anno finalmente i Saints trovarono una casa vera, l’Antelope Cricket Ground.

Mappa di Southampton nella seconda metà dell’Ottocento con l’ubicazione dell’Antelope cricket ground

Inaugurato nel 1839 e situato nel quartiere ove successivamente nacque il Southampton, vide la luce come campo da cricket e fino al 1842 fu utilizzato salturiamente. In questo anno 3 mecenati locali presero a cuore questo terreno, lo sistemarono e lo diedero in gestione a Daniel Day, un famosissimo ex-giocatore di cricket dell’epoca. Con la sua supervisione lo stadio divenne noto come il “Day’s ground” ed ospitò numerosi match importanti di questa disciplina; lo splendore durò poco però, perchè nel 1845 le voci edilizie che circolarono attorno al terreno portarono mister Day a spostarsi più a sud, nei pressi del fiume Itchen. I tempi migliori tornarono negli anni 60 (e qui vi giocò spesso anche la famiglia Lillywhite, un nome che tutti noi sportivi associamo al meraviglioso negozio a Piccadilly Circus nato proprio da questa dinastia) sempre grazie al cricket e durarono fino ai primi anni 80, quando fu costruito il nuovo County Ground (con l’adiacente County Bowling Club, citato sopra). Con l’inaugurazione di quest’ultimo, il cricket lasciò l’Antelope (così chiamato perchè di fronte all’Antelope Inn, sede di formazione dell’associazione di cricket dell’Hampshire), tuttavia il sito non venne abbandonato e preso in affitto dai Pirates, un’associazione rugbystica, e dai Woolston Works, la società calcistica più forte in città. Tra il 1886-1887 arrivarono qui gli occhi del Southampton, alla ricerca di un terreno di gioco che potesse ospitare i match di coppa, non disputabili al Common Ground. L’Antelope Cricket Ground soddisfava i requisiti necessari, essendo un campo vero, dotato di una piccola stand e di terrace naturali ai lati, con gli spogliatoi situati in un pub adiacente al campo (l’All England Eleven). Tuttavia non fu uno spostamento definitivo: qui la squadra giocava i match di coppa, mentre le altre partite venivano disputate al vecchio Common Ground; non è finita, perchè alcuni match di cartello trovarono sede al nuovo County Ground per permettere a più pubblico di affluire. Il 17 settembre 1887 i Saints vinsero il primo match ufficiale in questo stadio per 10-0 contro il Petersfield; per il secondo match si dovette aspettare invece parecchio perchè la seconda gara di coppa prevista, contro il Lymington, dovette essere disputata a Redbridge, ai confini della città, perchè i Pirates avevano una partita nel medesimo giorno.

Gli spogliatoi all’Antelope Cricket Ground

Le incertezze e le continue battaglie per poter usufruire del campo portarono il club a cercare sistemazioni alternative, che tuttavia non vennero trovate e per alcuni anni continuò questa strana alternanza tra terreni di gioco. La fine venne posta nel 1889, con lo scioglimento del Woolston Works e la gestione dell’impianto principalmente (perchè anche il Trojans Rugby club potè usufruire dell’Antelope Ground) nelle mani di quella che diverrà l’unica vera squadra di football della città. I primi miglioramenti all’Antelope vennero fatti un paio d’anni dopo, in concomitanza dell’ingresso della squadra nella F.A. Cup: furono interventi per permettere allo stadio di soddisfare i requisiti richiesti per disputare partite di coppa, requisiti che allora non erano particolamente esosi, dato che non vi era una zona stampa coperta sugli spalti e vi erano evidenti difficoltà nel tracciare le linee del campo.

L’ingresso all’Antelope Cricket Ground

Il primo match fu un successo di pubblico: in città arrivò il Reading e più di 4 mila persone si affollarono attorno al campo (ed alle finestre delle case circostanti) per assistere alla partita, che terminò con un trionfo dei padroni di casa vanificato da un reclamo, accolto, degli ospiti per irregolarità nel tesseramento di alcuni giocatori. Molto interessante, e a tratti incredibile, fu l’esperimento provato nella stagione 1893-94, quando il club tentò di giocare una partita di sera, con l’illuminazione fornita dalle Wells light, lampade industriali a kerosene che venivano impiegate soprattutto nei grandi lavori. Il tentativo purtroppo fallì, ma questo non fermò la crescita dei Saints. Nel quartiere, nel frattempo, la situazione economica dei proprietari dell’Antelope Ground, la St. Mary’s Church, non era delle migliori e si iniziò a ventilare la vendita del terreno: fu offerto in primis alla città, alla cifra di 5mila sterline, e successivamente, proprio al club. Entrambi rifiutarono e la vendita non avvenne: potè così cominciare la storica stagione 1894-95, storica perchè fu la prima della neonata Southern League, tra i cui fondatori ci fu proprio il St. Mary’s. L’affluenza media fu di 4-5mila persone e ancora oggi si ricorda l’epico match di FA Cup contro il Nottingham Forest, che all’epoca era una delle squadre più famose e nobili d’Inghilterra. Per l’occasione fu eretta una grandstand e circa 7 mila persone si presentarono ai varchi d’ingresso: tutto rischiò di essere rovinato dai quasi 8 cm di neve presenti sul campo, ma l’arbitro, dopo un’attesa estenuante, decise di far giocare il match che il Nottingham vinse nonostante mille lamentele per la scarsità di confort che presentavano l’impianto e gli spogliatoi. Un altro dream match ebbe luogo l’1 febbraio 1896, quando in città, sempre in F.A. Cup, arrivò lo Sheffield Wednesday. La risposta del pubblico fu grandiosa, con circa 12 mila spettatori ad affollare il piccolo Antelope Ground, che vide aprire i suoi cancelli addirittura 2 ore prima della partita, un evento più unico che raro allora. Al fischio d’inizio il colpo d’occhio era notevole, con i giornalisti a descrivere un mare di facce le une vicine alle altre mai visto a Southampton.

La foto più vecchia riguardante i Saints, qui al County Ground

Purtroppo però l’impianto mostrò i suoi limiti: crollò infatti un tetto di un edificio circostante, su cui erano assiepati diversi spettatori, causando vari feriti; la partita venne disputata lo stesso e vide la vittoria dello Sheffield per 3-2. L’episodio, però, portò con se delle conseguenze, sia sotto forma di cause legali (uno spettatore ferito, Mr. George Bett, intraprese un’azione legale contro il club che però perse, essendo l’edificio dove si trovava al di fuori dello stadio), sia sotto forma di trasloco. I proprietari infatti tornarono alla carica per vendere il terreno e, di fronte al fallimento delle trattative con il club, lo cedettero ad un’azienda edilizia, che immediatamente iniziò a pensare ad un progetto residenziale costringendo, di fatto, il St. Mary’s a cercarsi una nuova casa, identificata con il già noto County Ground, affittato a 200 sterline l’anno. L’ultima partita all’Antelope venne disputata il 29 aprile 1896 e fu un’amichevole con i rivali di sempre del Freemantle, conclusasi con una vittoria e l’onore dell’ultimo gol segnato da un nativo della città, Fred Hayter; l’impianto venne demolito ed al suo posto oggi abbiamo la zona di Graham Road con il Royal South Hampshire Hospital.

La placca che oggi si trova su uno degli edifici nella zona dove sorgeva un tempo l’Antelope Cricket Ground

Il County Ground, a circa 6 miglia dall’Antelope Ground, era stato recentemente rinnovato per essere la nuova casa dell’Hampshire County Cricket Club e di conseguenza potete immaginare come il design fosse interamente dedicato al cricket, col terreno circolare e molto lontano dall’essere un impianto calcistico. Tuttavia per il St. Mary’s fu una casa storica: nella stagione d’esordio venne vinta la Southern League e, soprattutto, fu cambiato il nome alla società, che divenne Southampton F.C.; nella stagione successiva arrivò il secondo successo in Southern League e la semifinale di Coppa, prima squadra di non-league a raggiungere questo traguardo. Nella chase for the cup fu registrata l’affluenza record di questi primi anni di esistenza, quando 15mila persone si presentarono al County Ground per assistere alla sfida contro il Bolton. E proprio la grande presenza di pubblico fu la molla che spinse definitivamente i Saints alla ricerca di una sistemazione definitiva, assieme al fatto che l’alto costo dell’affitto avrebbe potuto portare sull’orlo del collasso finanziario il club. La prima opzione considerata fu la fusione con i rivali cittadini del Freemantle e il conseguente spostamento nella parte ovest della città, nel quartiere di Shirley: l’ipotesi non si concretizzò e nel giugno 1897, durante un meeting straordinario del board, trapelò la notizia che il nuovo terreno di gioco stava diventando realtà. Nei mesi successivi vennero rivelati diversi indizi, che permisero di identificare con precisione la zona su cui sarebbe sorta la nuova casa del club. Di questa zona, abbastanza vicino al County Ground ed alla principale stazione ferroviaria della città, vi riportiamo la più famosa descrizione dell’epoca: “a lovely dell with a gurgling stream and lofty aspens” scrisse nel 1850 Philip Brannon nel suo “Picture of Southampton”; a dire il vero, comunque, una mappa dell’anno precedente all’arrivo dei Saints mostrava un piccolo torrente che percorreva l’intero sito (allo stato semiabbandonato a causa di alcuni tentativi di trasformarlo in un tratto ferroviario) da nord a sud. La fortuna del club fu quella di non dover sborsare nemmeno un centesimo per trasformare il vecchio laghetto in un impianto calcistico: George Thomas, un mercante di pesce appena messo a capo di una piccola società, intravide il potenziale del terreno e lo acquistò consciò di poterlo trasformare in un buona sistemazione per una squadra di calcio (l’area era infatti descrivibile come una piccola valle tra 4 spalti naturali). Fece un investimento di quasi 10 mila sterline per bonificare la piccola palude, livellare il terreno, drenare il torrente e cercare di costruire il miglior impianto calcistico del Sud dell’Inghilterra.

L’originale West Stand del “The Dell”

Tenne sicuramente fede al suo intento, visto che ad entrambe le end realizzò dei terrace, con la parte nord capace di contenere circa 5.500 spettatori e quella sud più di 15 mila; sul lato est, confinante con una scuola e la Chiesa di S. Marco, fu eretta una two-tier stand lunga circa 70 yards con terraces ai due fianchi; infine, sul lato ovest, fu costruita una stand più piccola perchè la presenza di una casa (ed il suo muro posteriore) sull’angolo della Archers Road lasciava uno spazio risicatissimo per gli spettatori. Non si badò a spese, la West Stand venne dotata di ogni confort possibile per l’epoca (parliamo di bagni e docce), il campo era perfetto col perimetro delimitato da piccole cancellate di ferro, piccole bandiere sventolavano ad ogni angolo e fu addirittura previsto un negozio di biciclette per i fans; l’unico difetto fu riservato ai giornalisti, che non avevano lo scrittoio in sala stampa.

La prima partita contro il Brighton al The Dell

In poche parole, George Thomas realizzò una meraviglia per l’epoca e, completamente innamorato del calcio e dei Saints, affittò l’impianto a sole 250 sterline l’anno, con un contratto di 8 anni. La casa su Archers Road venne occupata dalla segretaria, il muro tappezzato di manifesti pubblicitari e il 3 settembre 1898, alla presenza del sindaco, vi fu l’inaugurazione dello stadio, ancora senza un nome ufficiale (tra le proposte: “The Fitzhugh Dell”, “The Archer’s Ground” and “Milton Park”), prima del match di Southern League contro il Brighton United, vinto per 3-1 con la prima rete nella storia realizzata da Watty Keay. Nei primi anni di vita venne scelto dalla gente il nome, con l’ispirazione che arrivò direttamente dalla descrizione di Brannon: “The Dell”; tuttavia sorsero ben presto i primi problemi dato che nel 1906 lo scoperto a carico della società guidata da Thomas era di circa 3mila sterline.

Altra immagine dalla prima partita nel nuovo stadio

Quest’ultimo tentò di raddoppiare l’affitto, ma il club si accordo con un aumento di 150 sterline, per un totale di 400 l’anno: le frizioni erano tali da far prospettare addirittura un ulteriore spostamento, con la morte del The Dell ed anche del club. L’ingresso in Football League, nella Third Division, nel 1920 salvò tutto e permise non solo di iniziare a farsi notare al di fuori della Coppa, ma anche di iniziare ad investire nuovamente nello stadio. Il primo intervento fu fatto nel 1922, dopo la promozione in Second Division: furono spese 8mila sterline per aggiungere posti alla East Stand e per sistemare le piccole magagne che si erano create nel corso del tempo; successivamente, nel 1926, la situazione finanziaria dei Saints era così florida da permettere l’acquisto a titolo definitivo del The Dell, con 26mila sterline versate alla vedova di George Thomas, nel frattempo deceduto.

Archers Road end, 1915

L’acquisizione completa dello stadio aprì il momento più florido per questo impianto: l’anno successivo fu messo sotto contratto Archibald Leitch, il celeberrimo architetto di stadi, per metterlo a capo del progetto di rifacimento della West Stand. Per permettergli di lavorare in tutta tranquillità il club vendette i giocatori migliori, prese un prestito di 20mila sterline e chiese aiuto anche al neonato supporters club, nonostante le reticenze di molti che avrebbero voluto vedere investiti tali soldi in giocatori. Leitch, reduce dalla stand realizzata a Portsmouth, concepì una classica two-tier stand con la parte superiore capace di contenere 4.500 spettatori e l’inferiore 8.500 grazie al paddock ed ai posti in piedi; immancabile il suo motivo criss-cross sulla balconata e, ovviamente (seppur questo concetto sia strano riferito all’epoca in cui avvenne la costruzione) non mancava la copertura della parte superiore. Allo stesso tempo ridisegnò anche il profilo del paddock della East Stand, abbassando le prime file al di sotto del livello del terreno, permettendo di aumentare la capacità totale del The Dell a 33.000 spettatori. I lavori furono affidati alla società di edilizia preferita di Leitch, gli Humphreys, che lavorarono assieme alla Clyde Structural Company of Glasgow; il primo step fu quello di demolire non solo la West Stand pre-esistente, ma anche la sede degli uffici del club all’angolo adiacente; successivamente venne innalzata la nuova tribuna, inaugurata ufficialmente il 7 gennaio 1928, alla presenza di William Pickford (dirigente della FA), del sindaco, dello stesso Leitch e di una cantante lirica, Miss Marion Knight, chiamata per cantare “Land of Hope and Glory”.

I lavori per la nuova West Stand di Leitch

Nonostante le spese enormi, la squadra non ne risentì e sul campo sfiorò l’approdo nella massima divisione: il futuro appariva roseo, ma come spesso capita il destino prese una strada tutta sua. L’ultima gara della stagione 1928-1929 fu disputata il 4 maggio e subito dopo la partita fu dimenticato un mozzicone di sigaretta acceso nella East Stand: lo stadio vuoto fece ritardare la percezione del pericolo e la tribuna andò in cenere prima che i pompieri potessero far qualcosa. Per le casse del club fu un colpo durissimo, con altre 10 mila sterline prese in prestito per ricostruire il tutto: in tempi record la East Stand fu pronta (a settembre il pubblico potè già riempirla) e non vi furono grossi lavori progettuali alla base. Venne infatti realizzata una copia, leggermente più piccola, della West Stand (nella parte superiore vi erano solamente 2.500 posti).

Composizione col titolo del giornale all’epoca dell’incendio e lo stadio pre-ricostruzione della East Stand

Gli anni 30 non apportarono grossi miglioramenti all’impianto poichè il club era impegnato nel ripagare tutti i debiti contratti al momento di espandere il The Dell, ma questo al destino non bastò per risparmiare i Saints. La città, famosa per il suo porto, fu uno dei bersagli designati dalla Germania Nazista nei bombardamenti sull’Inghilterra e lo stadio era pochissima distanza dal mare: nel novembre del 1940 una bomba cadde nell’area di gioco davanti alla Milton Road End (la North Stand), portando sostanzialmente sott’acqua gran parte del terreno di gioco; l’anno successivo un deposito di munizioni vicino al campo esplose e diede fuoco alla West Stand: l’intervento stavolta fu possibile e la stand salvata. Questi due incidenti comunque costrinserò il club ad emigrare: dopo i bombardamenti la squadra giocò in trasferta tutte le partite rimanenti, tranne uno spareggio di coppa che si dovette giocare a Fratton Park, per l’inagibilità del The Dell; la stagione 1941-42, quella successiva all’esplosione del deposito di munizioni, vide i Saints chiamare casa il Pirelli Sports Ground a Eastleigh (città vicina a Southampton), impianto misto tra football e cricket situato nei pressi di Dew Lane, che oggi non esiste più.

Scorcio del The Dell negli anni 60

Dopo la guerra ed il ritorno al The Dell, il club vide crescere notevolmente la sua fan-base, con più  di 25mila spettatori di media nella stagione 1948-49; il successo al botteghino mise la dirigenza di fronte ad una nuova idea di espansione dell’impianto, frenata tuttavia dalla conformazione della zona circostante allo stadio, in particolare le due end, dove sostanzialmente non vi era più spazio per ricostruire le stand. Fu adottata una soluzione unica nel panorama inglese: sulla Milton Road End (la north stand) furono costruite tre mini-stand ad una altezza crescente partendo dall’angolo est verso la porta. Ogni piattaforma era in grado di ospitare fino a 300 spettatori e, per il loro aspetto viste da fuori e dall’alto, furono soprannominate quasi subito “chocolate boxes”, dato che ricordavano le famose scatole di cioccolata tanto in voga in quegli anni e furono gli unici upper-tier terraces in tutta la Gran Bretagna. Negli anni 50 il The Dell salì alla ribalta delle cronache anche per essere stato uno dei primi stadi britannici a dotarsi delle luci artificiali, un esperimento nato durante un tour all’estero giocato proprio alla luce dei riflettori. Fu montato un set base al costo di 600 sterline, utilizzato principalmente per gli allenamenti in considerazione del divieto imposto dalla FA di giocare gare ufficiali serali; l’inaugurazione avvenne il 31 ottobre 1950 in un’amichevole contro il Bournemouth & Boscombe Athletic mentre la prima vera gara ufficiale serale fu disputata l’1 ottobre 1951, quando la squadra riserve affrontò i pari grado degli Spurs con più di 13 mila persone sugli spalti a partecipare all’evento; alcune settimane dopo gli spettatori furono più di 22 mila per una gara della Hampshire Combination Cup contro il Portsmouth. Tuttavia la prima vera gara patrocinata dalla FA fu disputata quasi 4 anni dopo, nel settembre 1955, quando lo spareggio di FA Cup tra Kidderminster e Brierley Hill fu giocato qui.

Panoramica con in primo piano i famosi “chocolate boxes”

Così strutturato, con la West Stand progettata da Leitch, la East costruita ad immagine e somiglianza della West, il terrace sulla Archers Road e i Chocolate Boxes sulla Milton Road End, il The Dell rimase immutato fino alla fine degli anni 70 (eccezion fatta per l’hut costruito sopra la west stand ad uso frutto da parte della stampa): nel frattempo il club conobbe la massima serie del calcio inglese realizzando anche il record di presenze contro lo United nel 1969, quando 31.044 spettatori assistettero al match di campionato. I primi scricchiolii del tempo si fecero sentire nel 1978, quando i Saints tornarono in Division One e, di conseguenza, furono soggetti ai provvedimenti del Safety of Sports Grounds Act, emanato nel 1975.

Particolare dei “chocolate boxes”

Il sopralluogo sconcertò non poco i dirigenti, che addirittura pensarono ad una relocation prima di iniziare la serie di lavori necessaria all’adeguamento dell’impianto. Il costo totale fu di 1 milione di sterline ed il progetto fu realizzato nell’arco di 3 anni, tra il 1978 e il 1981. Inizialmente furono rimosse tutte la barriere contro le quali la gente potesse essere schiacciata, poi metà dei paddocks delle due stand principali furono convertiti a posti a sedere e, per finire, nel 1981 vennero demolite le amatissime Chocolate Boxes per riqualificare la North Stand. Quest’ultima venne sostanzialmente ridisegnata, con la realizzazione di una tier e…mezzo, visto che la parte inferiore venne lasciata intatta, con profondità a diminuire dall’angolo ovest all’angolo est per colpa dei ridotissimi spazi, mentre la parte superiore si interrompeva poco dopo la porta, verso l’angolo est. A livello di spettatori, nonostante l’apparente riduzione in dimensioni, la capienza aumentò, così come aumentò la sicurezza generale dell’impianto. Un progetto simile fu pensato anche per la end opposta, ma la realizzazione avrebbe probabilmente costretto a modificare pesantemente la viabilità della retrostante Archers Road e quindi fu accantonato. Alla fine degli interventi la capienza rimase rispettabile, con circa 25mila posti dei quali 9.175 a sedere.

Non servono commenti su questa panoramica

Contemporaneamente i discorsi sul cambio casa iniziarono ad essere più concreti. I primi rumors nacquero nel 1977, con il concilio cittadino che arrivò addirittura a scegliere un’area, quella della Western Esplanade (a sud della stazione, una zona già presa in considerazione sul finire degli anni 40), ma dopo 3 anni di trattative si capì che non era il caso di investire in un impianto partendo dalle fondamenta. Il motivo? Ovviamente i soldi, nonostante infatti un possibile contributo della città di 3 milioni di sterline, ne sarebbero servite almeno altre 9 per poter realizzare il tutto, senza contare poi il successivo astronomico affitto da versare annualmente nelle casse comunali per permettere alla città di rientrare nella spesa (e attualmente in questa zona c’è uno shopping centre, cosa che ha permesso al comune di uscirne comunque vincente). Negli anni 80 i discorsi di relocation furono temporaneamente messi in soffitta, per tornare poi prepotentemente alla ribalta dopo il Taylor Report, tra il 1989 e il 1990, che con il suo obbligare i club di First Division a stadi tutti con posti a sedere costrinse il Southampton da una parte a progettare la trasformazione del The Dell in un all-seater stadium, dall’altra a guardarsi attorno perchè in ogni caso la capienza dello stadio non sarebbe stata degna di un club al vertice del calcio inglese. Ancora una volta il consiglio cittadino venne in aiuto del club, identificando ben 14 potenziali siti dove far sorgere il nuovo impianto. La zona di Stoneham surclassava tutte le altre sotto ogni aspetto e questo fatto fu confermato anche dal consiglio dell’Hampshire; venne ideato un progetto interamente sportivo, con uno stadio da 25mila posti ed attorno una serie di strutture per allenamenti, atletica, sport indoor, sale conferenze, campi da tennis, ccampi da bowling e uffici per le federazioni sportive. Tutto molto bello sulla carta, ma presto si presentarono i problemi, riassumibili principalmente in 4 punti:

1) la delicatezza della zona dal punto di vista dei collegamenti, vista la vicinanza ad un importante tratto della M27 e la presenza dell’aeroporto quasi dall’altro lato della strada

2) l’opposizione dei residenti, raccolti in diverse associazioni, impauriti dall’aumento del traffico, del rumore, dell’inquinamento e della cementificazione dell’area

3) la difficoltà nell’acquisto completo del terreno, visto che 59 acri appartenevano al Concilio della Contea di Hampshire con gli altri divisi tra la città e la British Rail

4) l’appartenenza del terreno a due giurisdizioni: Southampton e quella facente capo a Eastleigh

Apparentemente questi problemi non fermarono nè il club, nè il concilio cittadino, che si misero a lavorare duramente dietro le quinte sulla realizzazione del progetto, convinti che non vi fosse posto migliore per il nuovo stadio. La prima battaglia, durissima, fu persa: nel marzo 1992 l’assemblea di Eastleigh votò all’unanimità contro il club; la seconda battaglia iniziò subito dopo, con l’appello del club al Secretary of State for the Environment (sostanzialmente la commissione per l’ambiente). Una malattia nella famiglia dell’ispettore ritardò le decisioni e quando tutto sembrava in dirittura d’arrivo, morì Stephen Milligan, rappresentante di zona, conservatore, del Parlamento. La sentenza arrivò nel luglio 1994, giusto un mese prima della deadline per l’all-seater stadium, che il club aveva deciso nel frattempo di rispettare (e vedremo successivamente come) e fu a favore dei Saints. La palla andò successivamente nelle mani dell’Hampshire County Council, che all’inizio bocciò sonoramente l’idea, per poi cambiare improvvisamente idea nel settembre 1995 (voltafaccia in apparenza motivato dal fatto che due anni dopo il terreno, in base a nuovi accordi cittadini, sarebbe comunque passato totalmente nelle mani della città di Southampton e quindi questo non fu altro che un tentativo di avere ancora potere, sottoforma di una piccola quota nel nuovo complesso sportivo). A questo punto siamo a metà del 1996 e le cose, finalmente, poterono procedere. 30 milioni di sterline e il progetto di costruzione dettagliato mancavano: se per i primi, per quanto difficile, la soluzione c’era, i disegni finali del complesso furono l’ultimo, insormontabile scoglio. Si passò infatti dall’idea di un polo sportivo all’avanguardia a quella di un polo commerciale con la presenza anche di una multisala: l’Hampshire County Council pose il veto e fu lo stop finale allo stadio a Stoneham, consacrato dal nuovo progetto alternativo elaborato dalla città di Southampton che conquistò i tifosi da subito. Ma questo lo vedremo dopo, perchè è tempo di fare un passo indietro e tornare all’interno del The Dell.

Panoramica di fine anni 80

Parallelamente ai discorsi ed alle trattative partite all’inizio degli anni 90 sulla relocation, i Saints si dovettero anche preoccupare di giocare a calcio e di farlo in un impianto a norma con le disposizioni del Taylor Report. La deadline dell’agosto 1994 consentì al club di aspettare e seguire costantemente l’evolversi degli eventi in città, ma quando fu chiaro che non ci sarebbe stato nessun nuovo impianto per quella data, iniziò la conversione del “The Dell” in un all-seater stadium. Già si sapeva comunque che il “The Dell” non sarebbe potuto essere il futuro del club visti i limitati spazi in cui era compreso: nel 1990 bastava infatti una semplice passeggiata attorno al perimetro per rendersi conto della non possibilità di espandere le stand esistenti o, nella migliore delle ipotesi, demolire e ricostruire tutto. Le due end, la Archers Road Stand e la Milton Road Stand, davano direttamente sulla strada con un andamento tutt’altro che rettilineo mentre l’espansione della West e della East Stand avrebbe comportato seri conflitti con i proprietari delle case retrostanti, senza contare la quasi totale assenza di parcheggi. Il primo passo nella modernizzazione fu il sistemare, per quanto possibile, le due stand più grosse, ferme ancora come struttura ai progetti originarli. Non si potè, ovviamente, cambiare questo, ma fu semplicemente fatto un lavoro teso a farle sembrare un po’ pù accoglienti: cambio di seggiolini, riverniciatura…una sorta di piccolo lifting con i colori sociali del club, senza tuttavia riuscire a cambiare l’aspetto esteriore e le coperture, che ormai mostravano i segni dell’età senza tuttavia perdere una briciola di fascino creata dal progetto di Leitch, la cui famosa “balconata” sulla West Stand era però nascosta sin dagli anni 50 dai tabelloni pubblicitari.

La West Stand negli anni 90

Il club e gli architetti si concentrarono invece sulle due end, entrambe molto difficili da riqualificare. La prima ad essere sottoposta ai lavori fu la Archers Road Stand, all’epoca completamente scoperta e scomoda, visibilità compresa. Nonostante la scarsa possibilità di ottenere una capienza accettabile e il futuro lontano da lì, fu realizzata una single tier stand di tutto rispetto con circa 1300 posti a sedere, una copertura semplice ma ben realizzata nel classico stile “a mensola” e, nell’angolo ovest furono posti la stanza di controllo dello stadio e la postazione medica, sormontati dal tabellone elettronico e con le mura dipinte in bianco, a pochissimi passi dove alle origini vi era la casa che praticamente guardava dentro il campo.

L’Archers Road Stand, da lontano

Era ora tempo di mettere mani all’altra end, la Milton Road Stand, il che avvenne dopo aver esplorato la possibilità di chiedere una proroga alla deadline, sperando nell’esito positivo dei negoziati a Stoneham. Gli indugi vennero rotti nel 1994 e la stand venne rifatta completamente da un team composto dalla WH Saunders and Sons per la parte di architettura e da Jan Bobrowski per la parte ingegneristica (un esperto negli anni 90 per la realizzazione di stands, dati i suoi trascorsi nella progettazione del North Bank di Highbury e nei lavori per Twickenham, Watford e molti altri stadi). La sfida era davvero complessa, avendo a disposizione uno spazio che spaziava dai 5 metri dell’east corner ai 30 del west: ne risultò una stand che era una continua variazione di angoli, con i seggiolini a seguire una curva simil-esponenziale dall’angolo est all’angolo ovest, per massimizzare il numero di posti sedere e mantenere la visibilità ottima in ogni punto. Viceversa la parte posteriore della stand andava dall’essere quasi assente nell’angolo ovest ad essere ben presente, con addirittura spazi pubblicitari, nell’angolo est. Anche la struttura della copertura rappresentò una sfida e la struttura di sostegno soprastante, a forma di porta, era del tutto particolare, non parallela (come solito) alla linea di fondo, ma ad allontanarsi dal campo a dar l’impressione quasi di girare su sè stessa e sparire (le immagini renderanno molto meglio l’idea).

La Milton Road Stand “nuova”

Anche all’esterno la nuova tribuna fu curata nei minimi dettagli, con la parte inferiore realizzata con i classici mattoncini rossi, sormontati dai pannelli grigi con la scritta del club. Ad un’estremità troviamo una sorta di medaglione decorativo mentre al centro, tra i mattoncini e la struttura soprastante, abbiamo una serie di archi ad alleggerire il tutto e a renderlo più armonioso. Al termine dei lavori, i posti a sedere ottenuti furono 2.897, per una capienza totale dell’impianto di 15.352 posti, il più piccolo della Premier League, ovviamente troppo piccolo. Non fu possibile realizzare executive boxes e tutte quelle facilities che ormai erano imperanti in ogni nuovo stadio costruito e questo, purtroppo, aveva il suo peso nello spingere ancor più i Saints lontani dal The Dell che, nonostante l’età, stava entrando nella leggenda grazie al miglior giocatore di sempre dei Saints, Matthew Letissier (di cui Pierpaolo ci racconta qui la storia), che con il suo talento portò ovunque il nome di questo stadio.

L’esterno della Milton Road Stand

La svolta verso la fine del The Dell avvenne attorno al 1998, con la consapevolezza della fine dei piani di relocation a Stoneham e la rivelazione, da parte del Chairman, dell’esistenza di un piano alternativo nella zona centrale della città, a St. Mary, alle origini del club. Il terreno prescelto era quello su cui sorgeva una centrale del gas chiusa da tempo, con una capienza prevista per il nuovo stadio di circa 32.000 persone, 7mila in più rispetto a Stoneham. Nonostante il tentativo di tenere il tutto nascosto, per non intralciare i negoziati in corso a Stoneham, la notizia filtrò e fu confermata sul finire della stagione 1998-99, con l’inizio dei lavori e l’approvazione dei tifosi, contenti di avere uno stadio nella casa originaria del club.

Panoramica dall’alto del “The Dell”

E così iniziò il countdown per questo storico impianto, che ebbe fine in due date, il 19 ed il 26 maggio 2001. Nella prima data fu disputata, in un’atmosfera festosa ed unica, l’ultima partita di Premier League contro l’Arsenal, cementata nella storia del club dal gol nei minuti finali di Matthew LeTissier, un gol che valse la vittoria 3-2 e chiuse per sempre il The Dell alle gare ufficiali. Con una nota di romanticismo, il miglior giocatore della storia dei Saints che chiude un unico e meraviglioso impianto con il suo ultimo gol in carriera. La parabola della vita, il migliore degli addii. Il 26 maggio invece, sempre con un pizzico di malinconia e romanticismo, avvenne la chiusura vera e propria con un’amichevole contro il Brighton, la prima squadra ad aver giocato nel “The Dell” alla sua apertura ed anche l’ultima. La “sfida” venne vinta dai Saints 1-0 con un gol di Uwe Rosler, attuale manager del Wigan, ma viene ricordata per l’incredibile festa e la caccia al cimelio dopo il fischio finale, con gran parte del pubblico in campo a caccia di pezzi di terreno, seggiolini e quanto fu possibile portar via: si narra che uno spettatore sia riuscito ad andarsene addirittura con un cartellone pubblicitario. Momento finale di una storia che in questo stadio vide il Southampton costruire la sua Cup Run del 1976 e battere lo United 6-3 nel 1996, in una partita che ancor oggi viene ricordata e celebrata.

La conseguente demolizione avvenne nei mesi finali del 2001 e, come quasi da tradizione, l’area venne riqualificata e resa residenziale; tuttavia, ad imperitura memoria, i vari blocchi di lussuosi appartementi hanno preso il nome dai migliori giocatori dei Saints: Stokes, Bates, Le Tissier, Wallace, Channon.

Il The Dell…oggi

L’IMPIANTO ATTUALE

La storia dello stadio attualmente utilizzato dai Saints inizia nel 1999, quando filtrò la notizia della disponibilità di un vasto terreno praticamente nel cuore della città, su cui sorgeva una vecchia azienda per la raccolta e lo sfruttamento del gas. Il concilio cittadino lavorava già da tempo sul progetto e l’uscita della notizia non fece altro che rendere ufficiale che lì sarebbe sorto il nuovo stadio del Southampton, per diversi motivi: innanzitutto si sarebbe tornati all’origine del club, nella zona di St. Mary dove nel 1885 nacquero ufficialmente i Saints; in secondo luogo la capienza prevista era di gran lunga superiore a quella del progetto Stoneham ed infine il costo totale dell’operazione era nettamente inferiore al progetto rivale, senza contare la minore influenza della burocrazia nell’iter di approvazione del progetto visto che l’unico interlocutore per i Saints era il concilio cittadino, da cui nacque l’idea. Nonostante il prezzo inferiore, reperire i fondi non fu comunque facile: circa 30 i milioni di sterline da trovare e la somma fu messa assieme grazie alla vendita del terreno su cui sorgeva il The Dell, ad un prestito di circa 17-18 milioni di sterline ed all’intervento di vari sponsor: incredibilmente non vi furono rincari durante i lavori e lo stadio fu denominato semplicemente St. Mary’s Stadium nonostante un iniziale ed impronibile “The Friends Provident St. Mary’s stadium” per motivi di sponsor. Per fortuna i fans si misero in mezzo e ottennero il nome attuale, che fortunatamente lo sponsor successivo decise di non toccare; l’inaugurazione ufficiale avvenne l’1 agosto 2001 in un’amichevole contro l’Espanyol, vinta 4-3 dagli spagnoli.

Visuale aerea del St. Mary’s stadium

Distante in linea d’aria poco più di 2 km da Milton Road e Archers Road, la zona del The Dell, il St Mary’s sorge a pochissima distanta dalla riva destra del fiume Itchen e dall’alto ha la semplice forma di un bowl senza interruzioni tra le varie stand. La struttura è piuttosto uniforme, nessun gioco di angoli, nessuna variazione di altezza: sostanzialmente perfetto, a differenza del vecchio stadio che era l’apoteosi dell’imperfezione geometrica. Salta inoltre all’occhio la scarsa disponibilità di spazi circostanti e a risentirne sono soprattutto i parcheggi, scarsi rispetto alla capienza ed alla possibile futura espansione delle stand. Classicamente comunque troviamo 4 stand, che prendono i nomi dalla zona della città verso cui sono rivolte, in grado di ospitare 32.689 spettatori seduti ed al coperto; come sempre andiamo a vederle singolarmente.

Arrivando a piedi allo stadio

ITCHEN STAND

L’esterno della Itchen Stand

Si tratta della main stand dell’impianto, situata sul lato est con la facciata che guarda il fiume Itchen (anche se questo è un po’ più distante rispetto ad altri fiumi nei pressi degli stadi, il Tamigi e Craven Cottage, giusto per fare un esempio). Arrivando dall’esterno si viene subito colpiti dai colori che dominano la facciata, il bianco, il rosso ed il grigio; non vi sono strutture originali, ma un blocco unico immediatamente sotto la copertura con il nome del club e dello stadio in rosso su grigio e, sotto, vetrate interrotte da colonne con il crest e, a volte, anche il logo degli sponsor. Di fronte, ad accogliere i fans, troviamo la statua di Ted Bates, alias Mr. Southampton, una vera e propria leggenda del club per il quale fece di tutto per ben 66 anni (e meriterebbe una storia a lui dedicata). Questa statua si trascina con sè una storia particolare: inaugurata inizialmente nel 2007, al costo di 112mila sterline (finanziate per metà dai tifosi mediante una raccolta fondi e per metà dal club), fu rimpiazzata l’anno successivo (il 22 marzo 2008) perchè la prima non assomigliava per nulla a Bates, scatenando una rivolta popolare. Di notte, l’illuminazione dell’esterno crea un piacevole gioco di luci/ombre, ma ovviamente il vero cuore pulsante della stand è l’interno. Abituati a strutture complesse, si resta sorpresi dalla semplicità di un’ampia single-tier stand sormontata da un’unica fila di executive boxes estesi lungo tutta la lunghezza della tribuna assieme al centro di controllo dell’impianto. Nella pancia abbiamo ovviamente gli spogliatoi, che sbucano al centro, la sala stampa e le hospitality suites, 4 in totale, chiamate con i nomi dei migliori giocatori della storia dei Saints: Terry Paine, Mick Channon, Bobby Stokes e, ovviamente, Matthew Le Tissier. All’altezza ovviamente anche tutte le facilities, con il piccolo tocco di classe delle toilettes pubbliche al di fuori dell’ingresso allo stadio lungo tutto il suo perimetro. Infine l’ultima curiosità, con la stand che, qualora il club ottenesse i risultati sperati sul campo, potrebbe essere già sistemata con l’aggiunta di un secondo anello, più piccolino, per aumentarne la capienza (e, a dire il vero, anche tutto il resto è stato realizzato in maniera tale da poter permettere un’espansione fino ad un massimo di 50mila posti, il che però costerebbe la bellezza di 32 milioni di sterline)

La Itchen stand dall’interno

Le due statue a confronto

NORTHAM STAND

L’esterno della Northam stand

La North Stand, che guarda verso il quartiere di Northam, immediatamente confinante con St. Mary, è la prima delle due end, collegata, senza interruzioni architettoniche e di posti a sedere (se non una piccola barriera) alle due stand principali. Similmente a tutte le altre tribune dell’impianto, la struttura è a single tier con l’altezza identica; rispetto alla Itchen Stand qui abbiamo, al posto degli executive boxes, una fila di pannelli trasparenti che permettono il passaggio dei raggi solari per mantenere al meglio il terreno di gioco (tale accorgimento è presente anche sulle altre due rimanenti tribune). In alto, collegato alla copertura ed esattamente al centro, troviamo il primo dei due megaschermi; i seggiolini, nella parte alta, sono dipinti in bianco a comporre la scritta Saints. Qui trovano solitamente posto i fans più caldi del Southampton assieme ai tifosi avversari, con un numero di posti a loro riservati che oscilla tra i 3.200 per le partite di campionato e i 4.250 per le partite di coppa (circa il 15% della capienza). Spesso viene creato un piccolo anello divisorio, tramite gli steward, tra le due tifoserie e per questo motivo sarà sempre difficile raggiungere un sellout completo al St. Mary. L’esterno della stand ospita uno dei parcheggi dello stadio, piccolo rispetto alle esigenze e l’aspetto è del tutto simile a quello della Kingsland e della Chapel Stand, che vi descriveremo successivamente. All’interno della stand infine ha sede, assieme al Southampton City Training (un’organizzazione motivazionale), il Saints Study Support Centre, che aiuta i ragazzi in difficoltà con gli studi al di fuori degli orari scolastici.

La Northam Stand

KINGSLAND STAND

Scorcio dell’esterno della Kingsland stand

Rivolta verso l’omonimo quartiere, si tratta della West Stand, posta di fronte alla Itchen stand e del tutto speculare ad essa tranne che per l’assenza della zona autorità e degli executive boxes, sostituiti, come accennato, dai pannelli traslucidi per permettere all’erba di ricevere la luce solare. I seggiolini nella parte bassa, dipinti in bianco, compongono le lettere SFC (acronimo di Southampton Foootball Club),mentre a volte in alto troviamo la composizione del nome dello sponsor. L’esterno non garantisce molto spazio agli spettatori: subito fuori troviamo infatti un piccolo parcheggio e poi la ferrovia, anche se la stazione più vicina dista più di un miglio. L’aspetto della facciata ricorda molto quello della Milton Road Stand del The Dell: la zona alla base in mattoncini rossi, sormontata dal resto della struttura (decisamente più grossa rispetto alla vecchia tribuna) in grigio col nome della stand in rosso al centro. A dominare sono le strutture di sostegno della copertura e l’angolo con la Northam stand è la zona dove solitamente giungono i tifosi provenienti a piedi dal centro città.

La Kingsland stand

CHAPEL STAND

La stand dall’esterno

L’ultima stand, quella sud, è rivolta verso il cuore del club, verso la St. Mary’s Church dove fu formata per la prima volta la squadra (nonostante il quartiere immediatamente antistante la stand sia Chapel, appunto). Ovviamente non presenta grosse differenze dalla tribuna opposta, la Northam, della quale replica anche il megaschermo sul tetto (per un totale di 2 in tutto l’impianto); la particolarità sta nel tratto finale della copertura che è trasparente come i pannelli sopra l’ultima fila di seggiolini, che, come già detto, serve per migliorare l’irraggiamento del campo. Attualmente questo è il settore dedicato alle famiglie, quindi il più tranquillo dell’impianto: sono meno tollerati di conseguenza insulti e atteggiamenti troppo aggressivi, anche se la partita la si vive tranquillamente con passione pure qui. La visibilità è ottima (come in ogni altro settore), l’unico appunto che si può fare è una relativa lontananza dal terreno di gioco: rispetto ad altri stadi infatti lo spazio tra le prime file e le linee laterali è molto maggiore per due motivi: la presenza di una sorta di via di fuga ed il campo molto ampio, seppure le misure siano quelle tradizionali. All’esterno nulla di particolare, se non un parcheggio ampio, ma non enorme, e la facciata simile a quelle delle altre stand, col nome in rosso su grigio al centro.

La Chapel Stand

L’ATMOSFERA

Seppur non così intimidatoria ed intima come ai tempi del The Dell, l’atmosfera durante i match dei Saints è buona, aiutata anche dalla recente risalita in Premier League e dal conseguente e notevole aumento del numero degli spettatori. Nel suo decennio e poco più di attività, il St. Mary’s ha visto una grande affluenza iniziale, con più di 30mila spettatori di media a partita con la squadra in Premier, un crollo verticale dal 2005 al 2009 con la squadra in Championship e una risalita successiva a partire dalle due stagioni in League One, con le oltre 26 mila presenze di media nella stagione di promozione in Premier (2011-12) e il ritorno a quota 30mila e oltre nel ritorno in Premier. Come detto la zona più calda è quella della Northam Stand, a diretto contatto con i tifosi avversari: viene tollerato in misura maggiore lo stare in piedi durante le partite qui e i tifosi danno libero sfogo alla loro creatività sui cori, gli incitamenti e gli sfottò. Ovviamente l’inno preferito dai tifosi è il celeberrimo “When the Saints go marching in”, con la canzone che viene cantata parola per parola identica al testo originale (nato come un inno gospel americano, scritto da Luther Presley e trasformato in musica da Virgil Oliver Stamps sul finire degli anni 30; da non confondersi con il quasi omonimo “When the Saints are marching in scritto sul finire del 19esimo secolo) e che si pensa sia stata adottata per l’affinità con il nickname della squadra.

La rivalità più accesa, sostanzialmente l’unica, è quella con i vicini di casa del Portsmouth, in quello che viene definito il south-coast derby. La rivalità, dovuta soprattutto alla vicinanza delle città e dai duelli economici nel passato, a livello calcistico nasce agli albori del 900, dopo la nascita del Portsmouth, avvenuta nel 1898. Le due squadre si sono affrontate più di un centinaio di volte, seppur vivendo periodi di fortune alterne, con i tifosi dei Saints che sfoggiano la loro vittoria in FA Cup e quelli dei Pompeys i loro 2 titoli di First Division. L’atmosfera durante i match è a dir poco elettrica, la rivalità è sentitissima, soprattutto dopo alcuni fatti accaduti negli ultimi 10 anni, in particolare l’assunzione da parte dei Saints di Harry Redknapp nel 2004, dopo un periodo ottimo passato ad allenare i Pompeys. E, come se non bastasse, lo stesso Harry poi tornò ancora ad allenare il Portsmouth, fregandosene sostanzialmente della rivalità. Tra i tifosi dei Saints il modo più comune per schernire gli avversari è chiamarli “Skates”, un sinonimo dispregiativo di “matelot”, termine nato dal francese/olandese ad indicare il fatto che i marinai dovevano dividersi il letto (Portsmouth è la sede della Royal Navy); pensate che per trovare questo termine fu indetto un sondaggio da una rivista di Sunderland, che cercava il miglior modo per offendere i tifosi dei Pompeys. L’ultima gara tra le due squadre è dell’aprile 2012, conclusasi con un pareggio: salvo match di coppa, difficilmente le rivedremo re-incontrarsi nel breve periodo vista l’enorme differenza sia di categoria, sia finanziaria, con i Pompeys che stanno lottando prima di tutto per sopravvivere come club. Eccezion fatta per questi match, il pubblico di Southampton è descritto da più parti come tranquillo e benevolo verso gli ospiti, merito di un’attenta ed intensa politica educazionale effettuata dal club sin dall’arrivo del Taylor report. Questo comunque non vuol dire che il pubblico sia silenzioso, anzi, come vi dimostrano i video del paragrafo.

CURIOSITA’ E NUMERI

Classificato 4 star nello speciale sistema di valutazione degli stadi Uefa, il St. Mary’s ha avuto l’onore di ospitare, nonostante la sua giovane vita, un match casalingo della nazionale inglese nel 2002, pareggiato 2-2 contro la Macedonia; sempre riguardo ai match internazionali si è giocata qui pure un’amichevole tra Giappone e Nigeria. Anche l’Under 21 ha già fatto il suo esordio su questo campo con la vittoria sull’Irlanda nel 2008 e ci è ritornata nel 2011 in amichevole, contro la Norvegia. Tornando invece a livello di club, solamente 1 la partita europea giocata dai Saints, contro la Steaua Bucarest nel primo turno della Uefa 2003, conclusasi con un pareggio 1-1.

Venendo invece agli utilizzi non calcistici, oltre ad essere sede di conferenze e balli scolastici (sì, avete capito bene e questo avviene in occasione delle festività di S. Anna e S. Giorgio), il St. Mary è stato utilizzato per la prima di un film (Casino Royale, il primo Bond con Daniel Craig) e per numerosi concerti, in particolare quelli dei Bon Jovi e di Elton John. Altra ospite particolare all’interno dello stadio è la sede della Hampshire & Isle of Wight Air ambulance sin dalla sua fondazione avvenuta nel 2007; infine il St. Mary’s è stato scelto tra i 17 impianti finalisti per ospitare la Rugby World Cup del 2015, peccato però che l’ultima selezione non l’abbia superata.

Capacità: 32.689

Misure del campo: 102 x 68 metri

Record attendance: 32.363 (2012 – Championship vs Coventry City)

FONTI

- Football ground guide

- Southampton FC Official Site

- Wikipedia

- Defty hallowed

- Groundhopping

- Simon Inglis: Football Grounds of Britain (1997 – Collins Willow)

All’ombra della Cattedrale

393px-York_City_FC.svgBootham Crescent non è certamente la Cattedrale di York. Qui, nell’aria, non si percepisce quell’alone di nobiltà che da sempre accompagna le vicende della città, non per forza quelle ecclesiastiche. L’Eboracum romana, capitale della Britannia Inferiore prima e del regno di Jorvik poi, sede della seconda carica della Chiesa d’Inghilterra. E questo solo per sintetizzare. Una storia notevole con cui i locali hanno a che fare dal momento in cui mettono piede al mondo e che certamente contribuisce a creare in loro una sorta di sentimento elitario, nobile, aristocratico. Una storia che cozza enormemente con quella della squadra cittadina, però. Due mondi decisamente lontani, uniti solo dal nickname della squadra, the Minstermen, gli uomini della cattedrale. Ecco, Bootham Crescent non è la cattedrale di York, dicevamo. Ma è bello. Tremendamente bello. Le tribune piccole, in mezzo alle case, gli alberi, l’accesso principale tra edifici in mattoni che ti accolgono come se dicessero “welcome in England”. E’ bello, ed è piccolo. 7.872 posti, non tutti a sedere, ne fanno uno degli impianti più piccoli dell’intera Football League. Bootham Crescent però ha il destino segnato, e questo è un altro elemento che lo differenzia dalla Cattedrale che è invece in piedi da secoli.

Bootham_Crescent_6565433.800 spettatori di media. Rispetto alle potenzialità, poco, pochino. Anche negli anni ruggenti del tifo le medie spettatori non superarono mai i 10.000, che rispetto all’attualità sono un’enormità ma visto che parliamo di un distretto di 197mila abitanti, mica quattro gatti, non sono poi tanti. Uno dei motivi, forse, è la mancanza di tradizione, il che suona assurdo in una contea che il calcio ha contribuito a farlo nascere. Eh, certo, ma lì eravamo a Sheffield. Qui siamo a York e l’attuale squadra venne fondata solo nel 1922, quando lo Yorkshire era già affollato da altre squadre e per i Minster Men lo spazio da ritagliarsi era decisamente pochino. Ripresero il nome di una squadra la cui parabola 1908-1917 non è rimasta nella storia. Northern League, Yorkshire League e poi Midland League. Finchè i creditori che prestarono i soldi al club per la costruzione delle tribune di Holgate Road non bussarono alla porta. Il club chiuse i battenti quel giorno.

Quando cinque anni più tardi si decise che a York il calcio non poteva mancare, il nome fu ripreso. York City. La consueta riunione per decidere il tutto si tenne alla Guildhall, meraviglioso centro degli affari cittadini del XV secolo affacciato sul fiume Ouse, che verrà poi distrutto dalle bombe tedesche e ricostruito nel 1960. Il battesimo del club avvenne quindi in luogo storico per la città, il che non dev’essere del tutto casuale viste le premesse. Rappresentare una delle città storiche del Regno non ti garantisce automaticamente diritti sportivi, per cui la Football League rifiutò la richiesta di adesione presentata dai Minstermen. Arcivescovo o no, si dovette ripiegare sulla Midland League, in cui peraltro il risultato migliore fu un sesto posto. Quando però nel 1929 bisognava sostituire l’Ashington, la scelta a quel punto cadde sul City. In questo caso i fattori esterni influirono. Il club di una grande città andava a sostituire quello di una cittadina sperduta nel Northumberland, che ironicamente però darà i natali alle seguenti leggende: Bobby and Jackie Charlton, Jackie Milburn, Jimmy Adamson. Nobiltà calcistica, quella che mancava e mancherà sempre allo York City.

boothamcrescentOra, il post non deve sembrare un deridere il club. Gli sfigati di turno capitati quasi per caso in una città che profuma di storia e nobiltà. No. Semplicemente, le potenzialità sarebbero potute sfociare in qualcosa di più, anche se altrove avere una squadra stabilmente in Football League per quasi ottant’anni sarebbe salutato come un miracolo. Come detto, veder la luce nel 1922 non è semplice, specie se finisci in un’area geografica in cui come ti giri ti giri trovi una squadra di Football League. Non siamo a Hereford qua, dove i Bulls nacquero nel nulla calcistico più assoluto e potevano quindi costruire e plasmare una comunità di tifosi. Qui bastava prendere il treno per andare a Leeds, a Bradford, a Sheffield, a Barnsley, a Huddersfield…ovunque, insomma. Più problematico era prendere il treno per venire a York: Fulfordgate era infatti troppo lontano dalla stazione ferroviaria, e dal centro città. Questo il motivo del trasferimento del 1932 a Bootham Crescent, che era il campo da gioco della locale squadra di cricket. Qui si farà registrare l’affluenza più alta nella storia dei Minstermen: 28.123 spettatori per il quarto di finale di FA Cup contro l’Huddersfield nel 1938. I Terriers vinceranno il replay e le folle record rimarranno un ricordo. Quasi 30mila Yorkers si accorsero tutto ad un tratto del loro club, ma se ne accorse il Paese intero perchè prima dell’Huddersfield lo York fece fuori Derby County e Middlesbrough, due club di First Division (i secondi anche cugini del North Yorkshire).

Era appena passato al rosso vivo il club, dopo l’esperimento 1933-37 fatto di maglie color cioccolato e crema (!) per attirare i lavoratori della locale industria alimentare del cioccolato (!!). Furono cambiate perchè i giocatori si lamentarono del fatto che le divise fossero facilmente confondibili con quelle degli avversari, il che rimane il vero e incredibile punto di domanda della vicenda-maglie: contro chi diavolo giocavano per confondere tali maglie?!? Tra l’altro il rosso contribuì a far diventare di moda tra i tifosi il nickname the Robins (destino comune a molte squadre di rosso vestite) molto prima di quello Minstermen. Ed erano rosse le maglie in quella cavalcata di coppa 1954/55, che culminò addirittura nelle semifinali. Una squadra di Third Division contro una di First: York City-Newcastle United. Si giocò a Hillsborough, Yorkshire: pareggio. Siccome i supplementari nelle semifinali di FA Cup erano a lustri da venir introdotti, replay. Tutti a Roker Park, Sunderland, in quel che sarà il Tyne & Wear. Stavolta vinsero i “padroni di casa” e addio sogni di gloria per lo York City. Sarebbe stato suggestivo. Gli uomini della cattedrale, nella cattedrale del calcio, per la finale della coppa più nobile del Mondo.

La prima squadra. 1922

Quelle semifinali rimangono uno dei tre acuti nella storia del club. Gli altri due sono la promozione e i conseguenti due anni in Second Division a metà anni ’70 e l’FA Trophy del 2012, che magari sembra poco ma è l’unica argenteria di una certa rilevanza in una bacheca altrimenti fatta di coppe di contea. La stagione 1975, la prima in seconda serie, rimane soprattutto negli annali per la doppia sfida contro il Manchester United, caduto in disgrazia proprio in concomitanza con l’ascesa dei Minstermen di granata vestiti. Essì, perchè nel frattempo il rosso era stato mandato in aspettativa e si era tornati a un colore simil-Torino che era poi anche quello delle origini del club. Idea di Tom Johnston, manager dell’epoca. Chissà poi perchè in Inghilterra i manager hanno sempre avuto il vizio di interferire nei colori delle loro squadre. Mah! Comunque, una grossa Y bianca sul petto conferiva alle divise un tocco di unicità, anche quando i colori furono invertiti e la Y divenne granata. La maglia era notevole ma non portò tutta sta fortuna, visto che fu la veste che vide gli uomini della cattedrale rimpiombare sul fondo della Football League. E che fondo: sia nel 1978/80 che nel 1980/81 il club, tornato nel frattempo al rosso con l’aggiunta del blu, fu costretto a chiedere la ri-elezione alla lega, che gliela concesse nonostante un pubblico medio di 2.100 spettatori, che però indubbiamente possiamo dire fossero, loro sì, tifosi nel senso stretto della parola senza bisogno di bombe carta, tamburi o altro.

Il pubblico divenne un po’ più numeroso quando il club tornò in terza serie, per l’ultima volta, ad oggi, nella sua storia. Un periodo tra il 1993 e il 1999 che però, più che per i risultati in campionato, viene ricordato per la vittoria a Old Trafford in Coppa di Lega (3-0), con successivo passaggio del turno dopo la dura e faticosa resistenza a Bootham Crescent, che non somiglierà mai a una cattedrale ma quel giorno somiglierà a un fortino sull’orlo di cadere (finì 3-1 per i Red Devils). Siccome ci presero gusto al giant-killing, i Minstermen la stagione seguente elimineranno dall’FA Cup l’Everton, trasformando Bootham da fortino a campo prediletto di battaglia (vinsero 3-2 al replay dopo l’1-1 di Goodison Park). E fu tutto. The end of the line. Nessuna benedizione arcivescovile impedì infatti il declino totale del club che nel 2004, per la prima volta dal lontano 1929 tornò ad essere un team di non-league. 75 anni di Football League consecutivi non bastarono per ricevere uno status onorifico nella Conference, campionato che, a differenza del vescovo, non sempre assolve. L’espiazione del peccato-retrocessione durò otto lunghe stagioni non sempre eccezionali, in cui lo York City imparerà a conoscere bene le reti di Wembley (del nuovo Wembley, con tutto quel che ne consegue) per usare un termine caro al nostro amico Roberto Gotta, visto che giocò nella cattedrale del calcio inglese ben quattro volte. Le prime due rientrarono nel lungo processo di purificazione post-retrocessione: sconfitti in finale di FA Trophy (Stevenage) e playoff (Oxford). Poi in un colpo solo arrivarono entrambe le gioie. Stagione di grazia 2011/12.

The Minster

La finale del 2012 di FA Trophy contro il Newport County è stata, manco a dirlo, quella con meno spettatori nel nuovo Wembley. 19mila. Oddio, che poi pochi non lo saranno mai: immaginatevi una partita tra due squadre di Serie D italiana con 19.000 spettatori e poi ne riparliamo, e se pensiamo che Kidderminster-Stevenage, non Luton Town-Oxford per citare due squadre dal passato glorioso e dal presente più o meno recente di non-league, ne ha portati quasi 60mila allo stadio forse è il caso di parlarne davvero. Niente da fare. I Minstermen non scaldano tanti cuori a York. Poca tradizione, una città forse distratta, una città che forse per la sua grandeur non accetta di essere, nel calcio, una città di quarta divisione. Però il tutto è decisamente romantico nella sua contraddizione. A due passi dalla cattedrale, a due passi dalla seconda carica della Chiesa d’Inghilterra e in quella che fu capitale della Britannia Inferiore quando altrove si allevavano al massimo pecore gioca una squadra con un impianto da meno di diecimila spettatori. 3-4mila spettatori di media su 197.000 abitanti potrebbe essere il rapporto spettatori/abitanti minore d’Inghilterra. Quello maggiore spetta a Burnley (20.000/74.000), ma le due tradizioni sono leggermente, ma proprio leggermente diverse. Quando il club quà nasceva, là esisteva da quasi mezzo secolo. Là giocava Jimmy Adamson, qui la leggenda è Barry Jackson da Askrigg, una vita con i Minstermen. Alternative? Keith Walwyn, da St Kittis & Nevis, secondo marcatore di sempre nella storia del club. Il primo è Norman Wilkinson, e siamo sicuri non vi dica nulla neppure lui. Eppure siamo convinti che quei 3-4 mila nutrano un amore sincero per la loro squadra, e fa niente se Bootham Crescent non è la Cattedrale. E’ bello. Let the banner of York fly high, dice il motto cittadino, e loro. E’ compito loro e dei giocatori farlo volare alto. E aldilà di qualsiasi discorso sociologico-storico-calcistico, questo è quello che conta.