Around the football grounds – A trip to Manchester (blue side)

Riprendiamo il nostro pellegrinaggio nelle terre inglesi cambiando completamente zona rispetto all’ultima puntata. Il nostro obiettivo sta nel nord-ovest inglese ed è una delle città più popolose e globalizzate dell’intera nazione. Facile intuire che si tratti di Manchester con tutto il suo enorme conglomerato urbano, la Greater Manchester, che già parzialmente avevamo toccato parlando di Springfield Park e del JJB Stadium, le case più famose del Wigan Athletic. Stavolta rimaniamo in città, dove gli oltre 500mila abitanti si dividono, per quanto riguarda il tifo, tra i rossi e i blu, tra lo United ed il City. E la prima tappa si focalizzerà sul club più “giovane” tra i due, fondato nel 1880: il Manchester City, salito alla ribalta delle cronache negli ultimi anni per l’arrivo di una presidenza multimilionaria, per le campagne acquisti faraoniche e per aver vinto uno dei campionati più incredibili della storia inglese, il più bello dal famoso gol di Thomas che diede il titolo ai Gunners nel leggendario Liverpool-Arsenal tramandato in tutto il mondo grazie a Nick Hornby ed al suo libro (un must per gli appassionati di calcio inglese).

Panoramica di Manchester

LA STORIA

Come per molte altre squadre inglesi, lungo la sua storia il City ha avuto uno stadio che è diventato leggenda, che immediatamente veniva associato al nome della squadra, come capitava per il Sunderland con Roker Park o il Southampton con il “The Dell” o l’Arsenal con Highbury. Tuttavia l’impianto che nel linguaggio comune viene definito “storico”, non è stato l’unico, anzi.

Ai tempi della fondazione, nel lontanissimo 1880, il club non si chiamava nemmeno Manchester City, bensì St. Mark’s (West Gorton), dal nome della chiesa e del quartiere, nel sud-est della città dove nacque la squadra. Inizialmente il motivo della fondazione era quello di costituire un centro di aggregazione giovanile con il fiorente calcio come pretesto, salvo poi evolvere in un vero e proprio club sportivo. La prima partita registrata negli annali (anche se non con certezza) fu giocata il 13 novembre 1880 e il campo scelto era nei pressi di Clowes Street, dintorni della chiesa di St. Mark’s. L’ubicazione esatta non la si conosce a tutt’oggi, di certo si sa che si trattava di un’area abbandonata, utilizzata anche dall’omonima squadra di Cricket; le più accurate ricerche fanno presumere che ci si trovasse a nord della chiesa, in quella che attualmente è Wenlock Way. L’esordio, disputato contro i rappresentanti della Chiesa Battista di Macclesfield, vide il West Gorton soccombere 2-1 e, purtroppo, non abbiamo alcun dato in merito al pubblico presente, ma solo qualche curiosità sul match. Ad esempio il numero di calciatori in campo, 12 per parte, con un tredicesimo giocatore a far da arbitro (1 rappresentante per team ed ognuno occupava 1 metacampo alzando una bandierina qualora vedesse un’irregolarità o si trovasse d’accordo con le proteste dei giocatori. Stava poi al capoarbitro sulla linea laterale la decisione di fischiare o meno) oppure le porte, realizzate con pali di legno e nastro adesivo tra gli estremi a fare da traversa. La prima stagione andò in archivio con altre otto partite disputate a Clowes Street e di queste, solo l’ultima fu vinta contro lo Stalybridge Clarence. Anche qui non poteva esserci qualche particolarità: gli avversari infatti arrivarono al match con solo 8 uomini a disposizione, gli altri tre…furono reclutati direttamente tra gli spettatori. La magia del football…altri tempi.

La St. Mark’s Church, dove nacque tutto

Nonostante gli scarsi risultati sul campo, le intenzioni del club si fecero serie a metà del 1881, quando i dirigenti si resero conto che il terreno di Clowes Street, oltre ad essere pericoloso per l’incolumità dei calciatori, non avrebbe permesso un serio sviluppo come stadio di calcio. La ricerca non fu lunga e ad essere scelto fu il campo da gioco del Kirkmanshulme Cricket Club, situato a sud della Hyde Road (una delle principali arterie della città) nei pressi della Redgate Lane, dei giardini zoologici Belle Vue e dell’abitazione di Edward Kitchen, giocatore chiave del club nonchè membro della dirigenza. Anche qui le informazioni sono frammentarie, soprattutto per quanto riguarda le infrastrutture, minime, ma presenti (si parla soprattutto di un tendone ad uno degli angoli del campo; sicuramente non vi erano stands). La partita più importante dell’anno fu disputata contro il Newton Heath, in una rivalità che successivamente diverrà storia: il Newton Heath altro non è che l’originario Manchester United e quindi questo fu il primo derby casalingo per il City, che si concluse la vittoria del St. Mark’s per 2-1 davanti a ben 5mila spettatori, un numero incredibile per l’epoca a Manchester. Durante l’annata furono disputati qui cinque dei dodici match stagionali, ma furono sufficienti per far sì che il club di cricket, proprietario del terreno, chiedesse al football team di traslocare. Il motivo? Quello di aver rovinato il campo, non più consono ai perfetti standard dei gentlemen del cricket (un termine utilizzato dal club di cricket per sottolineare la differenza tra loro ed il calcio): i documenti riportano che fu soprattutto il derby, nonchè ultima partita stagionale, ad aver contribuito all’aut-aut, dato che gli spettatori si assieparono in ogni dove possibile. Le voci “fuori dal coro” trovarono nella sempre crescente popolarità del football a discapito del cricket il vero motivo dell’ultimatum; voci che sembrano trovare conferma guardando all’immediato futuro dei due club, con la sparizione del team di cricket non molto tempo dopo la separazione. L’area del terreno di gioco è ancora a tutt’oggi abbandonata.

Mappa disegnata dell’allora zona di Kirkmanshulme

Con l’inizio della stagione 1882-1883 arriva dunque la necessità di una nuova casa, che viene trovata nei dintorni di Clowes Street, a Queen’s Road, area che oggi dovrebbe (utilizziamo il condizionale perchè non vi è l’assoluta certezza) corrispondere al Gorton Park. All’epoca, comunque, l’area dove il St. Mark’s giocò era nota come Clemington Park o Clemington Downs e lo stato del terreno non era molto diverso da quello di Clowes Street, sostanzialmente un campo di patate. Anche qui la storia è abbastanza nebulosa, si sa che la prima partita ufficiale fu giocata il 28 ottobre 1882 contro Bentfield, che, quasi da tradizione, si chiuse con una sconfitta dei padroni di casa. E, come capitava spesso in quegli anni, entrambe le squadre non raggiunsero gli 11 uomini in campo. Furono giocate circa 10 partite nella prima stagione ed altrettante nella seconda, che fu un momento particolare perchè solo per quell’anno il club si fuse con il Belle Vue Rangers F.C. assumendo la denominazione di West Gorton Association Football Club. A fine anno, nonostante una buona serie di successi, non solo avvenne lo split dei due club, ma anche l’ennesimo trasloco con il Gorton Association Football Club (la nuova denominazione assunta dai vecchi giocatori del St. Mark) costretto ad andar via dal campo, che rimase al neonato West Gorton Athletic F.C; fu una corsa contro il tempo, in quanto lo split arrivò improvvisamente, e grazie a Lawrence Furniss, giocatore del club, fu trovata la soluzione. Egli infatti trovò un terreno utilizzabile a Pink Bank Lane ed il club riuscì a negoziarne l’affitto per 6 sterline l’anno (grazie soprattutto al segretario Edward Kitchen). Per quanto non attrezzato, Pink Bank Lane era comunque nella media rispetto agli “stadi” delle squadre avversarie; inoltre si trovava nelle vicinanze del vecchio campo da cricket utilizzato dalla squadra, non uscendo quindi dalla zona dove il club stava facendo presa sulla gente. Praticamente nulle le testimonianze sulle caratteristiche del campo, si sa solamente che la prima partita fu disputata dalle riserve, il cosiddetto 2nd team, mentre la prima squadra lo inaugurò la settimana successiva contro i rivali del Gorton Villa FC, vincendo 3-0. Anche qui la permanenza durò pochissimo, solamente una stagione visto che per la stagione 1885-1886 Pink Bank Lane fu dichiarato non disponibile per il football, lasciando ancora una volta il club a piedi. A risarcimento furono date indietro 2 delle 6 sterline depositate, senza tuttavia cambiare la sostanza. Sulle ceneri di Pink Bank Lane oggi abbiamo da una parte il Belle Vue Athletic Centre utilizzato per i giochi del Commonwealth, dall’altro un piccolo stadio polifunzionale.

Mappa della zona di Bellevue nel 1931

La ricerca, quasi rassegnata, di una nuova base portò il club fuori dalla zona di origine, a Reddish Lane, più di 2 miglia da Clowes Street. Questa volta però il terreno offriva del potenziale: i proprietari infatti erano i gestori del Bull’s Head Hotel adiacente, che per una cifra di poco superiore alle 6 sterline annue diedero in affitto sia il terreno, sia i locali dell’albergo come spogliatoi al club. In più venne messo in piedi un rudimentale bar, aumentando le rendite per entrambi. La prima partita venne giocata il 3 ottobre 1885 contro Earlstown e terminò con un pareggio 1-1; su questo campo il West Gorton mosse i primi passi nel football che contava ma dopo soli 2 anni arrivò un nuovo divorzio. Alla base, come spesso capita, motivi economici: nonostante la “lontananza” dalla sede di nascita, gli spettatori erano in forte aumento e i proprietari del Reddish Lane Ground tentarono di aumentare il costo dell’affitto per aumentare i profitti. Di fronte al rifiuto del West Gorton, le trattative si interruppero e il club fu nuovamente costretto ad emigrare, trovando finalmente una soluzione stabile: Hyde Road.

Scorcio dell’attuale zona dove sorgeva Reddish Lane

Fu il capitano della squadra, Kenneth McKenzie, a dare il là per il trasferimento segnalando l’esistenza di un’area “abbandonata” adiacente ad un viadotto ferroviario sulla linea Manchester-Crewe, nei pressi di Hyde Road ad Ardwick, un miglio ad est dal centro città. Il suggerimento piacque molto ai vertici del club, soprattutto perchè si trovava molto vicino alla zona di nascita spirituale del club, la St. Mark’s Church: si mosse quindi Lawrence Furniss, che nel frattempo da giocatore era diventato segretario del club, per andare a scoprire chi fossero i proprietari del terreno. Appurato che il padrone di casa era la Compagnia Ferroviaria di Manchester, Sheffield e Lancashire, partirono le trattative che si chiusero rapidamente con esito positivo grazie anche all’apporto del giocatore Walter Chew: fu raggiunto un accordo di 7 mesi per 10 sterline, con la clausola che il club cambiasse nome in Ardwick F.C. Passo successivo fu quello di rendere l’area adatta al calcio. Le premesse non erano certo delle migliori: le condizioni generali del terreno erano pessime, senza contare le ridotte dimensioni dovute non solo alla presenza del viadotto ferroviario, ma anche di un quartiere residenziale all’estremo sud su Bennett Street e della Galloway’s Boiler Works sul lato est; lo spazio per gli spogliatoi non esisteva e per questa funzione fu scelto il vicino Hyde Road Hotel, anche se per arrivarci bisognava attraversare un umido sottopasso. Tuttavia la caratteristica più incredibile era la presenza di un distaccamento della linea ferroviaria che andava a lambire direttamente il terreno per entrare nello stabilimento Galloway.

Parte del contratto per Hyde Road, con la planimetria della zona

I primi lavori furono i più complessi, dedicati al livellamento del suolo per riuscire a realizzare un campo dove si potesse giocare a calcio: in poche settimane si raggiunse il traguardo e per l’agosto del 1887 il club ebbe la sua nuova casa. Il cambio nome fu ratificato il 23 agosto mentre la prima riunione ufficiale avvenne all’Hyde Road Hotel, che divenne anche la nuova sede, 7 giorni più tardi. Lo stadio era decisamente basilare in quanto a facilities, ma questo non fermò i dirigenti dell’Ardwick che si impegnarono tanto quanto i giocatori in campo per migliorare le cose. Nell’anno successivo, il 1888, fu costruita la prima vera stand dell’impianto, capace di contenere 1000 persone sedute e realizzata grazie al contributo del birrificio Chesters, in cambio dei diritti esclusivi di vendita degli alcolici durante le partite. Questa opera fu seguita poco dopo dalla costruzione di una seconda stand, sempre grazie ai medesimi benefattori e ogni anno vennero fatti piccoli miglioramenti per cercare non solo di rendere confortevole la visione del match agli spettatori, ma anche di dare credibilità e visibilità al club.

Sulla sinistra, l’ingresso al campo

Il 1892 fu un anno fondamentale nella storia non solo del City, ma anche del calcio inglese: fu formata la Second Division, a cui l’allora City fu ammesso (salvo poi scoprire che i rivali cittadini del Newton Heath, a.k.a. Manchester United, erano stati ammessi di diritto alla First Division). Dopo due anni l’Ardwick cadde in disgrazia, ma i dirigenti strinsero i denti e determinati iniziarono a ristrutturare il club, creando il Manchester City e proseguendo nell’intento di trasformare Hyde Road in uno stadio di prim’ordine. A supportarli nel loro lavoro l’entusiasmo enorme attorno al football nella città di Manchester, con un pubblico sempre calorosissimo e numerosissimo. Nel 1896 furono realizzati gli spogliatoi e due anni più tardi fu aggiunta una terza stand (in precedenza la main stand, originaria del 1888, era stata ristrutturata ed ampliata); ulteriori lavori furono fatti nel 1904, portando la capienza totale a 40.000 spettatori. Siamo nel periodo di massimo splendore dell’impianto, che l’anno successivo ospitò alcuni importanti match di inter-league tra i migliori del campionato inglese ed i migliori di quello irlandese nonchè una semifinale di FA Cup, quella tra il Newcastle ed il The Wednesday (l’allora Sheffield Wednesday).

Boxing day, 1898

Non era tutto ora quel che luccicava: con la diffusione della stampa, iniziarono a circolare anche le opinioni della gente, che non erano del tutto soddisfatte dello stadio: stretto, disagevole, piccolo, un incubo quando piove erano solo alcune delle espressioni usate per descriverlo, senza contare la difficoltà di accesso, dovuta alla scarsa presenza dei turnstiles, quando c’era il pubblico delle grandi occasioni. Questo tuttavia non fermò il club, che nel 1910 (in risposta alla crescita dei rivali cittadini) diede il tocco finale ad Hyde Road, realizzando la copertura di tutte e 3 le stand non coperte (allora era coperta solo la main stand), garantendo di restare protetti dalle intemperie a ben 35mila spettatori e, soprattutto, realizzando uno stadio coperto sui 4 lati nel 1910, un cosa impensabile addirittura nel 2014 per altri paesi (chi ha detto Italia?).

La Main Stand nel 1905

Ecco allora che possiamo avere un’idea più completa dell’impianto nella sua interezza: sul lato nord si trovava la main Stand, costituita da un upper-tier completamente formato da posti a sedere e da un paddock inferiore, dedicato ai posti in piedi. Non esistono dati precisi sulla capacità reale della stand, quello che sappiamo è che fu costruita secondo gli standard dell’epoca, con i classici pali a sostenere la copertura e la relativa visione limitata; la end adiacente sul lato nord-est fu chiamata Galloway’s End, divisa in due dalla linea ferroviaria per la fabbrica prima citata con la struttura più piccola, situata dietro i binari, conosciuta come la “Boys Stand”. La End opposta era la Stone Yard Stand (formata da un mix tra posti in piedi ed a sedere), interamente coperta con una struttura particolare, formata da numerosi tetti triangolari quasi a delimitare delle case, in maniera molto simile al quartiere residenziale retrostante.

La Stoneyard Stand, 1910

L’ultima stand, opposta alla main, era il “The Popular Side”, dotata solamente di posti in piedi e coperta per 3/4 in maniera molto simile alla Stone Yard Stand; nell’angolo che questa formava con la Galloway End vi erano dietro le case di Bennett Street e, onde evitare spettatori “abusivi”, il club fece erigere delle barriere di legno per oscurare la vista diretta sul campo. L’avanguardia rispetto ai tempi tuttavia non servì a mascherare le falle ed i limiti di Hyde Road: nel 1913 una gara di coppa con il Sunderland dovette essere sospesa per l’eccessivo numero di spettatori che ebbe accesso all’impianto, tanto che fino al momento dell’interruzione vi erano persone almeno 3-4 yard all’interno del terreno di gioco (senza contare i numerosi problemi su Bennett Street, unica via di ingresso). Questo fruttò al City una multa salata e si iniziò a parlare di come controllare gli afflussi allo stadio per evitare ulteriori problemi di questo tipo (tra le proposte vi fu quella di utilizzare la polizia a cavallo sulle linee laterali, proposta accantonata di fronte al pericolo di una pallonata sul cavallo con successiva arrabbiatura di quest’ultimo); ad Hyde Road però non vi erano soluzioni perchè tutto lo spazio disponibile era ormai stato sfruttato. L’arrivo della Grande Guerra non diede il tempo per pensare a come risolvere il dilemma e a quel tempo lo stadio divenne una sorta di enorme stalla con ben 300 cavalli al suo interno; prima della ripresa dello sport il club divenne inoltre unico proprietario del terreno, senza quindi il supporto del birrificio Chester.

Popular side, 1913

Il 1920 fu un anno fondamentale nella storia di Hyde Road: a marzo fu il primo stadio extra-Londra ad essere visitato dal Re, Giorgio V, che fu fatto accomodare nella Main Stand per assistere a Manchester City-Liverpool ed a novembre, quando iniziavano a circolare i primi rumors di un possibile spostamento del club, la stessa Main Stand andò a fuoco per colpa di un mozzicone di sigaretta, portando con sè tutta la documentazione del club e la vita del povero cane da guardia Nell. L’episodio fece esplodere del tutto i rumors riguardanti il cambio di casa, una soluzione che pareva ormai imminente: l’idea più realistica era quella di una condivisione di Old Trafford, l’impianto dei rivali cittadini del Manchester United, ma non se ne fece nulla perchè le condizioni poste dallo United furono giudicate eccessive. L’altro club di Manchester pretendeva che il City mantenesse in ogni partita l’incasso realizzato la stagione precedente nel medesimo match, mettendo a bilancio tutta la quota che eccedeva tale cifra: questa mancanza di signorilità pose ulteriormente le basi per la rivalità cittadina e spinse il City a sistemare in qualche modo Hyde Road, per poter continuare ad utilizzarlo.

Le tristi immagini del post-incendio

Definire “in qualche modo” comunque è difficile perchè il City fece un gran lavoro, realizzando una nuova main stand di 25 file, sistemando i terrace e realizzando addirittura nuovi spogliatoi per le squadre. Era comunque chiaro che i giorni dello stadio stavano giungendo al termine: scartata l’ipotesi di Belle Vue, l’interesse del club si spostò nella zona di Moss Side e il 9 maggio 1922 fu fatto l’annunciò che lì sarebbe nato il nuovo impianto, con l’apertura fissata per la stagione 1923-24. L’addio ad Hyde Road fu dato con un’amichevole il 18 agosto 1923, dopodichè venne pian piano smantellato fino a non far rimanere nessuna traccia della sua esistenza. Tuttavia la nuova Main Stand, con la copertura ed alcuni tornelli, venne venduta all’Halifax Town, dove, seppur risistemata, fa ancora bella mostra di sè al The Shay; inoltre furono ritrovate negli anni 90, ad una svendita di tetti, le coperture originali delle stand di Hyde Road. La terra comunque non fu abbandonata: fino agli anni 50 fu usata come deposito per la società di tram della città, successivamente come deposito di pullman e zona per imparare a guidarli; dal 2000 l’area è diventata la zona di raccolta delle merci per i Commonwealth Games. E un cenno merita anche lo storico Hyde Road Hotel, mantenuto in attività sino al 1989 prima di essere abbandonato e demolito circa 10 anni più tardi; tuttavia la sua memoria resta in vita grazie a due chiavi di volta inserite nel memorial garden dell’attuale impianto del City.

Sullo sfondo si intravede Hyde Road prima dell’abbandono

Come detto, l’annuncio dello spostamento ufficiale arrivò il 9 maggio 1922 dopo l’accantonamento dell’ipotesi Bellevue principalmente per 2 motivi: in primo luogo la presenza di un terreno non troppo spazioso, che di conseguenza avrebbe impedito al grande progetto del City di prendere forma; in secondo luogo la durata per 50 anni della concessione del terreno, giudicata troppo breve dal club. La scelta non fece tutti felici: John Ayron, membro del Board, si dimise per andare a formare il Manchester Central F.C. proprio a Bellevue ed anche i tifosi storsero il naso giudicando lo spostamento troppo a sud all’interno della città (siamo a sole 3 miglia da Old Trafford), peraltro in una zona già densamente popolata. Questo tuttavia non fu altro che un vantaggio, in più la zona era di facilissimo accesso da tutte le parti della città ed il costo era irrisorio date le notevoli dimensioni (16.25 acri) dell’area, solamente 5.550 sterline. La progettazione e la costruzione furono affidate alla ditta di Sir Robert McAlpine, che a quel tempo si stava anche occupando di erigere Wembley. L’idea alla base fu quella di realizzare un Hampden Park (lo stadio dei Glasgow Rangers) inglese in due fasi: la prima consistente nel costruire un impianto da 85mila persone, con una enorme Main Stand ed il resto dedicato ai terrace; la seconda nell’ampliamento della capienza a 120 mila posti tutti coperti. Dalla posa della prima pietra ci vollero 300 giorni prima di dichiarare finiti i lavori, che procedettero senza intoppi se non col dubbio che il sito fosse maledetto perchè anni prima da lì erano stati espulsi dei “Gipsy”, viaggiatori itineranti di origine irlandese (la maledizione fu tolta con una cerimonia ufficiale il 28 dicembre 1998!). Al momento dell’inaugurazione quindi avevamo una single-tier stand coperta capace di ospitare 10mila spettatori con terrace sugli altri 3 lati; tutti le sezioni erano connesse tra loro, non vi erano quindi angoli aperti. L’aspetto globale ricordava molto il vicino Old Trafford, anche se qui la capacità potenziale era molto più elevata, stimata in 80-90mila persone e le facilities per gli spettatori, soprattutto per quanto riguardava l’accesso all’impianto, erano, per l’epoca, seconde solo a quelle di Wembley, con dei tunnel sui 4 corner ed anche sul Kippax Street Terrace (lato est dello stadio).

Una delle primissime immagini di Maine Road

L’inaugurazione ufficiale, con match, taglio del nastro e discorso inaugurale (effettuati dal sindaco, Lord W. Cundiffe), avvenne solamente 1 settimana dopo l’ultima partita ad Hyde Road, il 25 agosto 1923; ospite lo Sheffield United, per una partita valida per la First Division. Per l’evento 60mila persone affollarono gli spalti e i commenti si focalizzarono non tanto sulla partita, vinta peraltro dal City 2-1, quanto sullo stadio stesso. Il Manchester Guardian, nell’edizione del giorno successivo, riassunse tutti i commenti del pubblico, giudicando in molto molto favorevole l’impianto in Moss Side, descrivendolo come imponente, intimidante, moderno e, soprattutto, comodo per gli spettatori, con visibilità e possibilità di sentire le loro urla in campo incredibili. Si racconta anche che dopo il fischio finale molti spettatori nella Main Stand rimasero lì solo per ammirare il lavoro fatto dai costruttori con gli accessi e le indicazioni per gli spettatori per arrivare facilmente al loro posto a sedere (sì, già nel 1923 i posti erano numerati!). Nel giorno dell’apertura fu inoltre deciso il nome dello stadio, che tutti voi conoscete, nonostante molti sentissero la necessità di dedicarlo a Mr. Furniss, il principale fautore dello spostamento del club che tuttavia decise che non era giusto intitolare il tutto ad un membro vivente del City e che il nome fosse proprio quello di Maine Road, dalla strada che costeggiava la tribuna sul lato ovest. Maine Road non ci mise molto a mostrare il suo potenziale: l’8 marzo 1924, nel corso della prima stagione, 76.166 persone lo affollarono per una partita di coppa contro il Cardiffl, allora record di ogni epoca per la città di Manchester; la media stagionale fu superiore ai 37mila spettatori. Nonostante il successo di pubblico, emersero le prime magagne sottoforma di problemi di sicurezza e di terreno di gioco. Per quanto riguarda la sicurezza, nel gennaio 1926 crollò una delle barriere protettive durante una partita di FA Cup (contro l’Huddersfield) causando diversi feriti, alcuni anche in maniera molto seria; il campo invece fu criticato a più riprese, soprattutto per i problemi di drenaggio che lo rendevano spesso assimilabile ad una palude. Questi problemi convinsero la FA a non scegliere Maine Road per le finali di coppa (solamente una semifinale fu giocata qui in questi anni); in più arrivarono anche critiche per la presenza della copertura solamente sulla Grand Stand. Il City non fu sordo alle critiche e studiò un piano in diverse fasi per ampliare le tre stand scoperte e coprirle. La prima fase consisteva nell’ampliamento e nella copertura di Platt Lane (una delle due end), la seconda l’estensione del tetto della Main Stand a coprire anche l’altra end (la Scoreboard End) e l’ultima l’estensione della Popular side, opposta alla tribuna principale.

La Main Stand nel 1930

La prima fase fu completata in due tempi: nel 1931 fu realizzato il Platt Lane corner grazie a nuovi posti a sedere realizzati tra la Main Stand e la end, che furono pure coperti; successivamente, nel 1935, tutta la End vide i suoi posti messi al riparo dalle intemperie. Nel mentre, il 3 marzo 1934, Maine Road raggiunse l’afflusso più alto in Inghilterra, escluse le finali di coppa, quando 84.569 persone riempirono le tribune almeno un’ora prima dell’inizio del match, costringendo il City a chiudere l’accesso allo stadio per capacità massima raggiunta (nonostante fosse dichiarato che l’impianto potesse ospitare 86mila spettatori). A complicare i piani di grandeur del club arrivarono la retrocessione nel 1938 e, come tutti saprete, lo scoppiare della seconda guerra mondiale nel 1939. I progetti di espansione e riqualificazione dell’impianto furono accantonati, ma Maine Road rimase sulle bocche di tutti, anche perchè nell’immediato dopoguerra anche lo United fu ospitato qui a causa dei danni subiti nei bombardamenti da Old Trafford. Grandi affluenze ricompensarono la scelta del City di “invitare” i cugini (che pagavano circa 5 mila sterline l’anno e una percentuale degli incassi), in più arrivò anche la nazionale con gli scontri contro Galles e Scozia (quest’ultimo un’amichevole di beneficenza per aiutare le vittime del disastro di Bolton, una delle grandi tragedie del calcio inglese che tratteremo quando arriveremo a parlare dei Wanderers) e proseguì la tradizione del Rugby, che disputò qui diverse finali a partire dal 1938. Da citare sicuramente le 83.260 persone che affollarono Maine Road nello scontro di campionato tra United e Arsenal.

Scorcio di Maine Road nel 1950

Nonostante i guadagni, il club chiese allo United di andarsene alla fine del 1948 (anno in cui lo stadio fu utilizzato nel film “Cup-tie Honeymoon”) e senza i proventi dell’altra squadra, precipitarono i guadagni; le cose andarono male anche sul campo, con la retrocessione nel 1950. Tuttavia qualche miglioramento all’impianto fu apportato, in particolare con l’aggiunta dei posti a sedere proprio al di sotto della copertura della Platt Lane, portando il totale dei posti seduti a 18.500, record in Inghilterra all’eoca. Sempre all’inizio degli anni 50 vennero installati i riflettori, inaugurati nel 1953 con un’amichevole contro gli Hearts. Con la nascita delle coppe Europee e Old Trafford non ancora pronto per le midweek in notturna, lo United chiese ancora asilo per la sua prima partecipazione alla Coppa Campioni. Furono 3 le gare giocate a Maine Road nella stagione 1956-57, e tra queste spicca il 10-0 contro l’Anderlecht nel turno preliminare. L’anno successivo, in seguito alla vittoria della FA Cup da parte del club, fu sistemata la Popular Side con la realizzazione della copertura, un aumento dei posti ed il campio nome in Kippax Street Stand: a questo punto Maine Road era composto da 3 stand coperte, con solo la Scoreboard End completamente scoperta, in maniera molto simile all’altro impianto cittadino. Negli anni ’60 continuarono i piccoli miglioramenti, con l’aggiunta di nuove file di posti a sedere sulla Platt Lane (1963), la sostituzione dei riflettori con delle vere e proprie torri visibili a miglia di distanza (1964, con i vecchi riflettori venduti al Leamington, team di non-league) e il parziale rinnovamento del tetto della Main Stand (1967, fu sostituita la parte centrale con una struttura in grado di non ostruire la vista dai posti migliori).

Altro meraviglioso scorcio di Maine Road negli anni 50

L’inizio dei seventies portò una prima rivoluzione a Maine Road: nel 1971 fu demolita la Scoreboard End per realizzare un nuovo terrace da 20.000 posti, la North Stand. Il terrace però durò solamente lo spazio di un anno, prontamente rimpiazzato da una classica single tier stand da 8.100 posti completamente a sedere. Il motivo di tale trasformazione non fu mai completamente reso noto ed anzi, un nuovo piano ancor più folle fu realizzato: la demolizione della Kippax Stand per rimpiazzarla con un’incredibile struttura che avrebbe permesso ai guidatori di salire sul suo tetto ed assistere da lì alla partita, come se ci si trovasse al drive-in. Per quanto pazzesco ed anti-calcistico, il progetto avrebbe risolto due annosi problemi dello stadio, cioè la mancanza di parcheggi e la mancanza di confort nella Kippax Street. Fortunatamente l’avvento di Peter Swales alla presidenza nel 1973 fermò tutto; purtroppo però questo avvicendamento stoppò anche qualsiasi ulteriore proposito di miglioramento: fino al 1981 infatti furono apportati solamente piccoli accorgimenti per favorire la sicurezza del pubblico e nulla più.

Maine Road, anni 60

Nel 1981 fu annunciato un nuovo progetto per migliorare l’impianto, partendo dal presupposto che il tetto della Main Stand stava letteralmente cadendo a pezzi. Fu realizzata una copertura unica nel suo genere, completamente avulsa dal contesto dello stadio e fatta per coprire solamente la parte centrale della Stand. Due enormi pilastri sostenevano una struttura simile ad una porta di calcio sopra alla quale trovavano posto 16 strutture in plastica e vetro lunghe 45 metri ciascuna. Funzionalità e bellezza non erano proprio le parole ideali per descriverla, ma sicuramente fu un segno distintivo. La seconda e terza fase della riqualificazione, che avrebbero visto il rifacimento della Kippax Stand e della Platt Lane Stand, furono ancora una volta fermati dalla retrocessione del 1983. Di conseguenza il resto degli anni ’80 vide solamente la sostituzione dei posti a sedere della Main Stand, l’ampliamento delle recinzioni che dividevano campo e spettatori e la realizzazione di un nuovo scoreboard all’angolo tra la Kippax Street e la Platt Lane Stand. Da citare però la finale di League Cup del 1984, ospitata proprio a Maine Road: in realtà si trattò del replay della finale e a contendersela in campo c’erano le due squadre di Liverpool, Liverpool ed Everton.

Anni 80, con gli inconfondibili riflettori

Tutti i lavori fatti nel corso degli anni ridussero la capacità di Maine Road a 51.993 spettatori, la quarta d’Inghilterra, all’alba del Taylor report, che portò gran parte dei club ad inventarsi piani di ristrutturazione completa dei propri stadi. Tutti…ma non il City che decise di non pensare a qualcosa a lungo termine ma di seguire attentamente gli eventi. Lo stallo durò fino al 1992 (se si eccetua, l’anno precedente, la sostituzione dei seggiolini della North Stand, costata 500 mila sterline), quando fu demolita l’antiquata Platt Lane Stand (ormai divenuta un’avventura per tutti i tifosi ospiti). Al suo posto fu costruita la Umbro Stand, che, a sopresa poteva ospitare solamente 5.000 persone: il motivo fu la presenza di ben 48 boxes che limitarono notevolmente la possibilità di mettere più posti a sedere. L’apertura fu fatta nel marzo del 1993 e creò subito enormi problemi quando, nella prima partita della sua esistenza, un centinaio di fans del City piombarono in campo (non vi erano recinzioni) per cercare di andare ad assaltare i tifosi avversari (gli Spurs), che a loro volta saltarono sul terreno di gioco a cercare il contatto. L’episodio, che non portò a serie conseguenze fisiche, creò molto scompiglio nell’opinione pubblica visto che si era nei primi anni del no-fence period. Tuttavia, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, l’opinione pubblica uscì con la convinzione che la strada intrapresa fosse giusta e che a pagare non dovessero essere gli altri spettatori, ma solo chi aveva creato i problemi. Fu così che tutti i responsabili furono arrestati e banditi dalle partite di calcio mentre il resto del paese proseguiva sulla via della rimozione delle barriere e nella fiducia ai tifosi.

La Main Stand dall’esterno, metà anni 80

La nuova stand (che nel 1997 riprese il nome di Platt Lane Stand) costò al club circa 5-6 milioni di sterline, lasciando le finanze quasi al collasso. Fu la goccia che fece traboccare il vaso per gli oppositori del presidente Swales, che vinsero una battaglia lunga sei mesi al termine della quale fu designato presidente l’ex giocatore Francis Lee. L’insediamento avvenne nel gennaio 1994 e la deadline per l’all-seater era ad agosto dello stesso anno: tempi stretti, che il nuovo presidente prese di petto prendendo immediamente in mano i progetti elaborati sin’ora per il rifacimento della Kippax Stand.

Panoramica ad inizio anni 90

Il disegno di una two-tier stand non lo soddisfava, sia per la capienza, sia per la scarsa possibilità di avere aree hospitality e di conseguenza chiese una proroga alla deadline. Ricevuta risposta negativa, fu elaborato un nuovo progetto a tempo record e il 30 aprile 1994, nella partita contro il Chelsea, fu dato l’addio alla precedente Stand, un addio sentito, ma oscurato a livello nazionale dall’ultimo giorno della vecchia Kop. In realtà pochi ne sentiranno la mancanza data la sua anzianità e scomodità: i corridoi bui, l’assenza di luce nelle zone più alte e le barriere protettive invadenti erano solo alcune delle grandi magagne di tale stand. Fu realizzata, in 18 mesi, un’enorme three tier stand in grado di ospitare 11.010 posti a sedere, inaugurata da Bert Trautmann, leggenda del club, nell’ottobre 1995. Il costo totale fu di 16 milioni, 4 volte di più di quanto servì a Lee per comprare il club!

Il Kippax terrace…

 

E la monumentale Kippax Stand

Il risultato fu una stand distintiva, che avrebbe dovuto far parte di un progetto più ampio per ristrutturare completamente Maine Road; tale proposito non si realizzò perchè vennero a mancare i risultati sul campo, col City che nella seconda metà degli anni 90 scivolò nei meandri delle leghe inferiori. La svolta tuttavia era nell’aria, perchè la città di Manchester era in fermento sportivo sin dagli anni 80, con l’idea di ospitare le Olimpiadi: furono fatti diversi tentativi infruttuosi (vedi il capitolo successivo per i dettagli), ma ogni candidatura portò con sè il progetto di un nuovo grande stadio Olimpico da riutilizzare successivamente. E quando alla città furono assegnati i giochi del Commonwealth del 2002, ogni minima idea di sistemare Maine Road andò per sempre in fumo. Prima dell’abbandono, fu aggiunta, nella stagione 1997/98, una temporary stand tra la Kippax e la North Stand; in più diversi posti a sedere temporanei furono inseriti nell’impianto ad ogni stagione, per cercare di soddisfare la richiesta enorme di biglietti, soprattutto dopo il ritorno dall’inferno.

Maine Road prima della chiusura

All’inizio degli anni 2000, al tramonto della sua vita, Maine Road si presentava come uno stadio del tutto particolare, con quattro stand (più 1 temporanea) tutte di altezza e dimensioni diverse, completamente disomogenee tra loro sia all’interno, sia all’esterno. La Main Stand, inaugurata nel 1923, risultò sempre incompleta perchè la particolare struttura interna di sostegno alla copertura avrebbe dovuto essere la base per la costruzione di executive boxes che non vennero mai costruiti, lasciando non solo visibile questo scheletro, ma anche portando alla chiusura di circa 500 posti per la quasi impossibilità a vedere la partita. La struttura è a single tier, con 8.122 posti totali ed i seggiolini dipinti in variet tonalità di blu; a metà si trovava il tunnel d’ingresso al campo,mentre nella sua pancia trovavano sede un ristorante e la reception per gli sponsor. All’esterno il club fece un lavoro per cercare di modernizzare la facciata, utilizzando pannelli blu a coprire la classica struttura inglese in mattoncini rossi. Direttamente collegata alla Main Stand, a sinistra,vi era la North Stand, semplice struttura a single-tier con 8.208 posti con i seggiolini uniformi e la scritta MCFC nella parte centrale. All’esterno la sua facciata moderna contrastava decisamente con quella della Main Stand, così come la copertura, totalmente diversa e più bassa dell’altra. L’end opposta era quella della Platt Lane Stand, altra single-tier collegata alla tribuna principale tramite un corner (dall’altra parte lo spazio vuoto fu riempito con dei posti temporanei). La capienza, come detto, era molto ridotta a causa della doppia fila di executive boxes presente; le descrizioni parlano comunque di una stand decisamente comoda nella sua mid-level concourse e pessima invece al ground level. L’esterno, ancora una volta, è completamente diverso dagli altri, con la struttura sorretta da colonne di mattoncini gialli e strutture in acciaio blu. Ed infine eccoci alla Kippax Stand, quella che tutti ricordano essendo completamente fuori contesto all’interno di Maine Road. Si tratta di una three-tier stand in grado di ospitare più di 11mila persone, corta in lunghezza rispetto al campo, ma enorme in altezza rispetto non solo all’impianto, ma anche al contesto cittadino di Moss Side. La lower-tier poteva ospitare 6.678 spettatori, i più esposti alle intemperie considerando che la copertura stava circa 30 metri più in alto; sul fondo della tier c’erano 34 boxes ognuno dotato di balconcini privati ed ingressi separati. I seggiolini, nei colori sociali del club, componevano la scritta Manchester City. La mid-tier, decisamente più ridotta in dimensioni, ospitava 3.236 spettatori mentre l’upper-tier, ripidissima e piccola (solamente 4 file di seggiolini più poco meno di 300 posti nelle zone ristorante) consentiva una splendida visuale panoramica su tutta la città, fino ad Old Trafford. La copertura prevedeva un sostegno esterno in acciaio blu rinforzato ai lati da enormi pannelli trasparenti quasi a chiudere la stand, rendendola ancor più a sè stante nella panoramica dello stadio. L’esterno invece, rispetto alla struttura interna particolare, appariva normalissimo, con l’azzurro ed il blu a dominare (ancora una volta colori completamente diversi rispetto alle altre stand). Infine il terreno di gioco, che da sempre ha avuto la particolare di essere uno dei più larghi di tutta la nazione.

Scorcio interno degli ultimi anni

L’addio a Maine Road si consumò nella stagione 2002-2003: l’ultima partita giocata fu l’11 maggio contro il Southampton, persa per 1-0 davanti a 34.957 spettatori, 100 in più rispetto alla capacità dichiarata dell’impianto, con i biglietti che arrivarono a costare ben 250 sterline; l’ultimo gol del City fu invece realizzato il 21 aprile contro il Sunderland da Marc Vivien Foè, che diventerà tristemente noto 45 giorni dopo, quando, durante una partita di Confederations Cup con il suo Camerun, la sua giovane vita finirà stroncata da un attacco cardiaco. Nonostante i numerosi tentativi di conservare lo stadio (a trasferirsi qui ci provarono lo Stockport Country prima e la squadra di rugby dei Sale Sharks poi), nel dicembre 2003 iniziò la triste opera di demolizione, che dopo 10 mesi di lavori consegnò il terreno ad una ditta edilizia per la costruzione di 474 case a riqualificare l’area. Permangono, a tutt’oggi, molti cimeli conservati nel nuovo stadio e, in quell’area un memoriale ed un’area circolare a simboleggiare il centrocampo. Sono in discussione inoltre ulteriori idee per rendere ancor più vivo il ricordo dell’impianto (si parla di dipingere di blu la Blue Moon Way, una delle vie del nuovo complesso), che fortunatamente è stato immortalato, per i fan più accaniti, nel film Jimmy Grimble, una classica storia per ragazzi con il mito del Manchester City e di Maine Road sullo sfondo. Altro video a memoria storica è quello del concerto degli Oasis (i cui fondatori della band sono tifosissimi della squadra) tenutosi proprio a Maine Road nel 1996 e culmine di una lunghissima serie di eventi musicali ospitati in questo leggendario impianto.

La triste immagine della demolizione di Maine Road

E uno scorcio di uno dei progetti per la zona dove sorgeva Maine Road: la Blue Moon way

L’IMPIANTO ATTUALE

Indipendentemente dal calcio, la città di Manchester già dalla fine degli anni 80 cercò salire alla ribalta nazionale ed internazionale progettando un nuovo stadio polifunzionale che avrebbe dovuto servire da traino per candidare la città ad ospitare i giochi Olimpici estivi. La prima idea fu quella di pensare a qualcosa per i Giochi Olimpici del 1992, ma la prima vera proposta concreta fu fatta per le Olimpiadi del 1996 con la costruzione di uno stadio da 80mila posti a Greenfield, area sottosviluppata ad ovest dal centro. Come sapete, fu Atlanta ad aggiudicarsi i Giochi, ma la cosa importante è l’idea che in caso di successo, il nuovo stadio sarebbe poi stato utilizzato dal Manchester City per non far andar sprecata l’opera. Il secondo tentativo fu fatto nel 1993, ad un anno dalla deadline per il Taylor Report, per le Olimpiadi del 2000: stavolta il piano cambiò e fu presentato un progetto di riqualificazione di un terreno poco distante dal centro (1.5 Km), in passato occupato dalla Bradford Colliery, una delle storiche miniere di carbone che tanto fecero da traino in passato allo sviluppo industriale di Manchester. Secondo tentativo e secondo fallimento, con l’organizzazione dei Giochi che prese la strada dell’Australia, ma il consiglio cittadino decise di non demordere e ci riprovò, stavolta abbassando l’asticella dell’obiettivo. Si puntò ai giochi del Commonwealth del 2002 con un progetto molto simile, differente principalmente per le dimensioni dell’impianto da costruire, sostanzialmente dimezzato in capienza. Finalmente la città vinse la sua battaglia ed ottenne di poter organizzare i giochi, che contribuirono alla rinascita della città dopo lo sventramento del suo centro cittadino nel tremendo attentato dell’IRA del 1996.

Il CoMS per i giochi del Commonwealth

Il City entrò in gioco sin dalle prime fasi del progetto, in quanto la città voleva a tutti i costi evitare di realizzare un “white elephant”, l’anglosassone per il nostro “cattedrale nel deserto” (come è invece successo per molti impianti realizzati in occasioni di manifestazioni sportive quali il San Nicola di Bari, il Delle Alpi, lo Stadio Olimpico di Pechino, alcune strutture di Torino 2006, etc…): la scelta fu motivata dal fatto che lo United aveva Old Trafford e non poteva essere decisamente interessato, mentre invece ben diversa era la situazione dei Citizens, alle prese con un Maine Road lontano dai giorni migliori nonostante il rinnovamento. Fu trovato l’accordo per la riqualificazione al termine dei giochi, con i costi divisi a metà tra città e club ed i lavori poterono così partire: la prima pietra fu posata simbolicamente nel dicembre 1999 dal premier Tony Blair ed i lavori veri e propri iniziarono a gennaio del 2000. A capo del progetto vi era l’Arup Associates (studio associato di architetti noto per diverse meraviglie mondiali, tra cui l’Opera House a Sidney e il Centre Pompidou a Parigi, con Renzo Piano tra i collaboratori; in campo sportivo dopo l’esperienza con Manchester troviamo la progettazione di alcuni tra gli impianti calcistici più belli degli ultimi anni quali l’Allianz Arena a Monaco e la Donbass Arena a Donetsk o, in campo Olimpico, il già citato Stadio Olimpico di Bejing, il Bird’s Nest) mentre dei lavori veri e propri se ne occupò la Laing Construction, già nota in campo sportivo per aver eretto il Millennium Stadium di Cardiff. 112 milioni di sterline fu il costo totale per la realizzazione, con 77 milioni forniti dalla nazione ed il resto dalla città di Manchester.

Altra panoramica dell’aspetto originale dell’impianto

L’inaugurazione dei giochi, il 25 luglio 2002, coincise con l’apertura ufficiale del City of Manchester Stadium (questo il nome scelto sin da subito dalla città, abbreviato in CoMS nei documenti ufficiali) che tuttavia non era completo: per permettere lo svolgimento dei Giochi gli architetti lasciarono sostanzialmente incompleta una End, la nord, che al posto di una tribuna regolare si vide occupata da stand provvisorie al fine di lasciare l’adeguato spazio per le gare di atletica. L’End opposta era costituita da una semplice single-tier stand mentre le due tribune opposte erano delle two-tier stand. Quello che rendeva particolare il tutto era la forma voluta dagli architetti, ispirata dal toroide, un anello ferromagnetico contenente un solenoide. L’obiettivo era quello di realizzare un ambiente raccolto, intimo, ma allo stesso tempo intimidatorio (sulla falsariga degli anfiteatri romani nacque l’idea di realizzare il terreno 6 metri sotto al livello base) ed ideale per il football, rendendo  l’impianto sostanzialmente prestato ai giochi. La copertura, vista dall’alto come un roller-coaster, era rivoluzionaria, sostenuta non dai canonici mezzi, ma da un sistema intricato di cavi ancorati sia al terreno, sia a 12 alberi in metallo di sostegno circondanti l’impianto. Sono inoltre presenti delle torrette molto simili a quelle di S. Siro per l’accesso ai posti più elevati.

I lavori di conversione della North Stand

Immediatamente dopo i giochi fu iniziato il processo di conversione, con la rimozione delle stand temporanee sulla North End e l’inizio della chiusura dell’anello. Al posto della pista di atletica alle stand sul lato lungo fu aggiunta un’ulteriore fila di posti ed il terreno fu ulteriormente abbassato. Sul lato nord i lavori furono resi più semplici dalla genialità degli architetti, che fecero già erigere tutte le strutture di sostegno ai tempi della prima costruzione in previsione della successiva conversione a football ground. La nuova stand permise di portare la capienza a circa 48 mila posti, per un costo totale della conversione che ammontò a circa 42 milioni di sterline, 20 dei quali messi dalla città e 22 dal club, con quest’ultimo che si occupò soprattutto delle facilities, lasciando la parte strutturale al concilio cittadino. L’impianto fu pronto per l’inizio della stagione 2003-2004 e l’inaugurazione avvenne il 10 agosto 2003 con l’amichevole tra Manchester City e Barcellona, vinta dai Citizens 2-1 con il primo storico goal realizzato da Anelka; la prima partita ufficiale fu disputata pochi giorni dopo, il 14 agosto, contro i New Saints (Galles) in una sfida valida per il torneo Intertoto (preliminare della vecchia Coppa Uefa) e vinta dai padroni di casa per 5-0: il primo gol ufficiale fu segnato da Trevor Sinclair. In Premier l’esordio avvenne invece il 23 agosto 2003 contro il Portsmouth, match terminato 1-1 con il primo gol in campionato siglato da Yakubu.

Visione d’insieme dell’area del CoMS

A guardarlo ora, completo, dall’alto l’impianto appare in tutta la sua bellezza con le linee sinuose della copertura a catturare l’attenzione così come spiccano gli alberti montati sulle torrette (e potete già ammirarlo dall’aereo scendendo su Manchester) mentre arrivandoci a piedi dal centro (dista circa 2.5 Km, una camminata di mezz’ora abbastanza segnalata che ora viene bypassata dalla recente inaugurazione della fermata del metrobus cittadino) lo si scorge piano piano stagliarsi con il suo profilo indistinguibile al di sopra delle tipiche case inglesi. La zona, conosciuta come Sportcity, racchiude nelle vicinanze tutte le strutture utilizzate per i giochi del Commonwealth, tra cui la Manchester Regional Arena subito in parte allo stadio, utilizzata per atletica e calcio. Tra i molti cambiamenti avvenuti al City in questi anni, vi è anche il nome: nel 2011 infatti il City ha denominato il CoMS “Etihad stadium” per ragioni monetarie, dopo aver ottenuto tuttavia il permesso dal consiglio cittadino in una ridiscussione del contratto di proprietà della durata di ben 250 anni. Come d’abitudine, andiamo ora alla scoperta di ogni singola stand.

Panoramica, in tutta la sua bellezza, dell’Etihad

THE COLIN BELL STAND

L’ingresso alla Colin Bell Stand

Si tratta della Main Stand dell’impianto dove nel 2012 ho avuto la fortuna di assistere, assieme a Pierpaolo, a Manchester City Fulham da uno dei punti più alti dell’intero impianto. Dopo la conversione dell’impianto la stand si è trasformata in una three-tier stand, con il lower level e l’upper level decisamente più grandi del middle-level. La pendenza della stand sale progressivamente, ma la visuale è splendida anche dalle ultime file, senza alcun ostacolo. Essendo la tribuna principale dell’impianto, nella sua pancia troviamo tutte le principali facilities per il confort, dalla cucina in grado di preparare pasti per 6mila persone, agli spogliatoi col relativo tunnel d’ingresso, alle suites, ai boxes, alla sala matrimoni, alla sala stampa ed a tutte le aree dedicate allo staff ed al deposito dei materiali. La parte interna dedicata ai comuni mortali invece è abbastanza semplice, dotata dei servizi essenziali senza tuttavia eccellere come visto in altri stadi; la sensazione è quella di respirare un impianto ancor privo di storia, poco vissuto. Dall’esterno invece si nota subito come questo sia l’ingresso principale allo stadio: si viene infatti accolti da un’enorme struttura in vetro situata tra due torrette, al di sopra della quale campeggia il nome del club. L’area antistante è ad ampio respiro, non c’è assolutamente la sensazione di essere “alle strette”, nonostante la presenza nei match days dei classici venditori ambulanti di cibo buonissimo ma che fa bene a tutto tranne che all’organismo e l’intero stadio è percorribile nel suo intero perimetro. L’accesso è rigorosamente elettronico ed anche salire le torrette è una piacevole esperienza (certo, se avete esperienza con le torrette di S. Siro sapete che alla lunga l’esperienza diventa traumatica e/o faticosa). Inoltre, appena a destra dell’area reception, si trova il Memorial Garden, un’area accessibile a tutti dedicata alla commemorazione dei personaggi importanti per il club; tra questi non possiamo non citare Marc Vivien Foè, di cui vi abbiamo parlato nel paragrafo precedente. Infine, dal febbraio 2004, dopo un sondaggio tra i tifosi, la West Stand è stata dedicata a Colin Bell, autentica leggenda vivente del club.

La stand dall’interno

THE SOUTH STAND

La South Stand attuale

E’ la End originaria dell’Etihad, già quindi presente durante i giochi del Commonwealth, quando era nota come Scoreboard’s End e costituita da un singolo anello. Dopo i giochi è stata trasformata in una two-tier stand che si unisce, senza soluzioni di continuità, alle due tribune principali dell’impianto. Ovviamente resta separato il terzo anello, in concomitanza del quale, negli angoli, trovano sede quelle particolari strutture regolabili che permettono la filtrazione dell’aria e della luce. Sul fondo della stand, ben visibile, c’è l’area dedicata alla Legends Lounge, altra area di lusso frequentata di solito dalle vecchie glorie del club e dotata, ovviamente, di ogni genere di confort per un’esperienza unica del match. Qui trovano posto solitamente i tifosi ospiti, posizionati di solito sul lato più lontano dalla Main Stand e distribuiti su entrambi gli anelli, per un totale di circa 3mila posti che possono salire sino a 4.500 in occasione delle gare di coppa. E vicino a loro, seppur in un angolo risicato della stand, al confine (e spesso si sfocia) con la East Stand, troviamo anche i fans più rumorosi del City, a costituire la maggior parte dell’atmosfera che si respira all’interno dell’impianto durante le partite. Tra il 2003 ed il 2006, inoltre, fu nota, nell’indifferenza generale dei tifosi, come Key 103 Stand, dal nome di una radio locale molto importante. Infine la South Stand sarà oggetto della prima fase di espansione dell’impianto, in programma a partire da questa estate che prevede l’aggiunta del terzo anello con posti a sedere per tutte le tasche, nonchè l’ampliamento delle facilities esistenti (termine di consegna dovrebbe essere l’inizio della stagione 2015-2016). Come conseguenza, saranno spostati i tifosi avversari, anche se al momento in cui scriviamo non è chiaro quale sarà la loro nuova destinazione.

Il progetto d’espansione

THE EAST STAND

La East Stand dall’interno

Opposta alla Main Stand, le è del tutto speculare, soprattutto nella splendida forma sinuosa determinata dalla copertura dell’impianto. Come la gemella, nella sua pancia contiene numerose facilitesi, tra cui quelle dedicate ai bambini ed alla promozione del club e della città. Tra i tifosi, in ricordo di Maine Road, è ufficiosamente nota anche come Kippax Stand, a ricordare l’iconica struttura caratterizzante il vecchio impianto. Non abbiamo ancora avuto modo di parlare del campo, tra i migliori dell’intera Inghilterra grazie non solo alla tecnologia che unisce l’erba naturale all’erba sintetica, ma anche ad un impianto drenante e di riscaldamento del terreno tra i più avanzati al mondo. Nell’occasione in cui ero allo stadio, la partita si disputò sotto una fittissima nevicata senza il minimo problema dal punto di vista della qualità dello spettacolo perchè il terreno tenne magnificamente. Andando all’esterno, qui vi è l’arrivo della Joe Mercer Way, la nuova via d’accesso pedonale all’impianto dedicata al leggendario allenatore del City negli anni 60 e dipinta con un accecante sky blue, il colore del club.

La Joe Mercer Way

THE NORTH STAND

La North Stand

L’ala “nuova” dello stadio è stata realizzata in maniera sostanzialmente uguale all’altra end, una semplice two-tier stand sormontata dagli executive boxes. Qui troviamo il settore dedicato alle famiglie e, all’esterno, il megastore ed il museo della squadra, realizzati su due piani. Non sono due strutture grandiose come possono esserlo il museo di Old Trafford o dell’Emirates, ma fanno comunque la loro figura. Una volta completata l’espansione della South Stand, l’aggiunta del terzo anello anche su questa End completerà il piano di espansione dell’Etihad Stadium, per permettere una capienza attorno alle 61mila persone (anche se il club sta considerando la possibilità di aggiungere ulteriori file di posti alle due stand sul lato lungo del campo tramite un avvicinamento al campo delle prime file, cosa che comunque sarà realizzata solo dopo il termine dei due grandi lavori).

Rendering dello stadio ad espansione completa

L’ATMOSFERA

Da sempre il City ha avuto un larghissimo seguito di pubblico e la fedeltà si è mantenuta sino ai giorni attuali. Infatti, anche negli anni 90, con il club in seria difficoltà, le medie di presenze stagionali erano decisamente elevate, per poi esplodere letteralmente negli ultimi anni con la rivoluzione araba e i successi sul campo. Inutile descrivervi, o provare a farlo, l’atmosfera che si respirava a Maine Road: non ne saremmo capaci perchè nonostante i risultati non eccelsi e nonostante non si trattasse di uno stadio all’avanguardia, i tifosi del City amavano entrambi profondamente ed ogni match era un’esperienza particolare. Il trasferimento all’Etihad ha parzialmente imborghesito la tifoseria, come purtroppo è successo in moltissime città d’Inghilterra, ma nonostante questo anche nel nuovo impianto vi sono momenti meravigliosi da vivere sugli spalti, sia nel pre-partita, sia durante il match. Nel pre-partita il momento clou è sicuramente rappresentato dal Blue Moon, l’inno del club: nasce dall’omonima canzone popolare scritta da Richard Rodgers e Lorenz Hart nel 1934. All’inizio ebbe grosse difficoltà nello sfondare, ma con il passare degli anni e le numerose cover, divenne una vera e propria hit immortale. I tifosi del City, da quanto si riesce a scovare in rete, iniziarono ad utilizzarla sul finire della stagione 1989-90, quasi per caso, in un periodo in cui canzoni famose vennero utilizzate sempre più spesso dai fans. Non furono i primi (merito che spetta ai tifosi del Crewe Alexandra), ma la canzone, catapultata all’interno del Maine Road prima, e dell’Etihad poi, assume tutt’altro fascino. La versione cantata è letteralmente spezzata in due: la prima parte rispecchia la canzone originale, lenta, malinconica, da atmosfera; la seconda rompe totalmente il ritmo cadenzato dell’inizio e si trasforma in versione pop-rock, come a simboleggiare la storica imprevedibilità di questa squadra, capace di grandi imprese e grandi cadute nell’arco di brevissimo tempo (ad esempio fu l’unica squadra campione in carica retrocessa nella stagione successiva). Nelle occasioni speciali, principalmente nei match serali, vengono abbassate le luci ed una grande luna blu compare nella East Stand, rendendo il momento ancor più magico.

Durante il match l’atmosfera è altalenante ed è molto influenzata, rispetto ad altre realtà, dalla partita in corso. Nella mia esperienza il livello dei decibel non era stato elevatissimo se non in un paio di occasioni, complice anche una nevicata incredibile, ma nei match importanti anche l’Etihad sa essere un discreto catino. I fans del City sanno inoltre essere parecchio creativi e in Inghilterra ricordano ancora quando, alla fine degli anni 80, introdussero la moda di portare oggetti gonfiabili all’interno degli stadi; negli ultimi anni invece ha fatto parecchia notizia, qui in Italia, il geniale coro inventato per Balotelli nei suoi anni da Citizen, un coro che una volta sentito, è impossibile non cantare. Tutti comunque abbiamo negli occhi e nella mente due episodi nella storia recente del City: l’incredibile esultanza nel gol scudetto all’ultimo respiro del 2012 e l’adozione del Poznan, il caratteristico modo di esultare con le spalle al campo emulato dai tifosi del Lech Poznan in visita all’Etihad qualche anno fa in Europa League. Chi vi scrive lo ha provato ed è stato decisamente divertente, come è spettacolare vederlo fare da tutto lo stadio in particolari occasioni. Seppur importata, l’esultanza è diventata simbolo dei tifosi Citizens. Tornando invece ai cori più in voga, non possono mancare le canzoni degli Oasis, i tifosi più illustri della squadra.

Generalmente la sponda City di Manchester è decisamente accogliente e friendly, la rivalità più accesa, tra l’altro anche l’unica, è quella cittadina, con il Manchester United. Una rivalità che nasce lontanissimo nella storia, ma che inizialmente si è accesa solamente a livello dirigenziale; solamente dopo la seconda guerra mondiale, col termine dell’abitudine dei cittadini di Manchester di andare a vedere entrambe le squadre, è nata la rivalità in campo e sugli spalti. Tra le moltissime gare memorabili spicca su tutte il famoso “Denis Law game”, disputato a Maine Road nel 1974 quando Denis Law (ex giocatore dello United) segnò un gol di tacco per il City nei minuti finali condannando lo United alla retrocessione: fu immediatamente sostituito, uscì a testa bassa dal campo e la partita non terminò nemmeno per l’invasione di campo dei tifosi United. Solo successivamente scoprirà che non fu lui a condannare lo United, che sarebbe retrocesso in ogni caso. Attualmente nel derby si respira comunque una grandissima atmosfera, con i tifosi City che lo vivono sicuramente in maniera più viscerale rispetto ai cugini (che da recenti sondaggi sembra che abbiano molti più tifosi fuori città che in città, in una situazione simile a quanto succede in Italia tra Juventus e Torino).

NUMERI E CURIOSITA’

Essendo stato progettato per i giochi del Commonwealth, l’Etihad è un impianto polifunzionale, in grado di ospitare numerosi eventi. Rimanendo in ambito calcistico, l’evento più importante sin’ora ospitato è la finale di Europa League del 2008, con lo Zenit vincente 2-0 sui Glasgow Rangers; importante anche l’evento del maggio 2011, con la finale playoff di Conference che ha visto il ritorno in Football League del Wimbledon. La partita fu giocata qui per l’indisponibilità, dovuta all’imminente finale di Champion’s League, di Wembley. A livello di nazionali, i leoni inglesi hanno giocato qui il 1° giugno 2004, rendendo l’impianto il 50esimo ad ospitare una partita della nazionale maggiore; nel 2005 invece l’Etihad è stato una delle sedi degli Europei Femminili.

Per quanto riguarda altri sport, diverse partite di rugby sono state qui disputate; inoltre nel 2015 sarà ospitata una partita dei Mondiali di Rugby coinvolgente la nazionale inglese, un evento che sicuramente sarà imperdibile. Anche la Boxe ha trovato casa qui nel 2008, con l’idolo Ricky Hatton a sconfiggere lo sfidante Juan Lazcano di fronte a più di 56 mila spettatori (il più grande pubblico inglese per un incontro di boxe). Numerosi sono stati i concerti ospitati, e tutti di un certo rilievo: parliamo di Red Hot Chili Peppers, U2, Oasis (ovviamente), Take That…la conseguenza più importante di tutto ciò l’abbiamo avuta nel 2008, quando il campo venne portato in condizioni talmente pessime da impedire addirittura il suo utilizzo, perchè non ancora pronto dopo i trattamenti per farlo riprendere, ad inizio stagione, con il primo turno preliminare di Europa League casalingo giocato dai Citizens nello stadio del Barnsley. Successivamente il terreno venne rifatto ed attualmente è uno dei migliori, se non il migliore, di tutta la terra d’Albione.

Capacità: 48.000 (in espansione)

Misure del campo: 115 x 68 metri

Record attendance: 47.435 (2012 – Premier League vs QPR)

Record attendance at Maine Road: 84.569 (1934 – FA Cup vs Stoke City)

FONTI

- Football ground guide

- Wikipedia

- Manchester City official site

- Bluemoon site

- Manchester History

- Groundhopping

- Simon Inglis: Football Grounds of Britain (1997 – Collins Willow)

 

 

Goodbye, Sir Tom

Finney_statueUna foto. Basterebbe questo per riassumere Sir Tom Finney. Una semplice foto, che poi semplice non è. Stamford Bridge, lontano 1956. C’erano ancora le curve e soprattutto un campo da gioco più somigliante ad una palude che ad un prato. Ovviamente si giocò, perchè allora il fango non faceva paura e che il pallone rimbalzasse o meno era un dettaglio trascurabile, quasi futile. Ad un tratto, Tom Finney si lancia in un gesto non consono ad un attaccante, ma al personaggio sì: una scivolata, per contestare l’ennesimo pallone ai difensori avversari. Gocce d’acqua ovunque, un tuffo più che una scivolata. The splash. Fortuna volle che un fotografo immortalasse la scena e la consegnasse ai posteri, e oggi grazie a quella fotografia abbiamo una meravigliosa statua fuori Deepdale e tutto quel che ne consegue. Ma soprattutto, per tutti, quella fotografia è Sir Tom Finney.

Sabato quella statua era coperta di sciarpe, maglie, biglietti, fiori. Una città intera piangeva il suo ultimo grande eroe, scomparso la sera prima senza clamore, nel silenzio, all’improvviso, perchè questo era il personaggio. Mai sopra le righe, ma disposto a dare tutto in campo, come si conviene ad un eroe di Preston, cuore del Lancashire operaio, mattoni rossi e cielo grigio, di cui lui stesso era figlio. Se ne è andato in punta di piedi esattamente come era arrivato, ma per una città che vive di calcio e che al calcio ha dato molto, non sempre ricambiata a dire il vero, il lutto è stato forte. Sentito. Partecipato. Tom Finney non solo era un grande calciatore con la casacca lilywhite, era uno di loro. Ogni tanto lo prestavano alla Nazionale, ma con la consapevolezza sul volto e nel cuore che da Preston non se ne sarebbe mai andato. Ci provò una volta il Palermo a portarlo in Italia, disse no. O almeno, così dicono. Qualche vuoto di sceneggiatura c’è in questa vicenda, fattostà che alla fine rimase a Preston, per la gioia di tutti.

“The Tom Finney Era” chiamano qui quel periodo, tanto per farci capire quanto Sir Tom abbia segnato la storia del Preston North End. Trofei vinti? Zero. Ci andarono vicini, ma niente. Una perfida battuta che circolava all’epoca recita più o meno così: “Tom Finney dovrebbe chiedere uno sconto sulle tasse per i suoi dieci dipendenti!”. Erano i compagni di squadra, che non ebbero mai il coraggio di replicare. Perchè era un grande Tom, c’è poco da fare. Chi lo ha visto giocare non lo dimentica. “He had the opposition so frightened that they’d have a man marking him when warming up!” disse una volta Bill Shankly, e c’è da credergli. Due volte giocatore dell’anno, tre Mondiali disputati, 30 goal in 76 caps con la maglia dei Tre Leoni. 210 goal in 473 partite con la casacca bianca del PNE. Scusate se è poco. E dire che tutto cominciò con una frase: “Don’t worry, son, we’re not expecting too much from you”. Gliela disse il suo allenatore il giorno del debutto. Tom giocava a calcio, ma siccome quelle 14 sterline a settimana era meglio arrotondarle (siamo pur sempre nel primo dopoguerra) faceva anche l’idraulico a tempo perso. Quel soprannome, the Preston Plumber appunto, gli rimarrà per tutta la carriera, e crediamo ne andasse anche piuttosto fiero.

Detto quanto fosse un gran giocatore, era soprattutto un signore. Non amava essere celebrato, si scherniva quando lo si elogiava pubblicamente. “Finney will forever be associated with fair play, for showing respect to an opponent, for dignity (…) Modesty should be Tom Finney’s middle name”. D’altronde è stato nominato Officer (e poi Commander) of the Order of the British Empire per il suo dedicarsi alla causa della carità e della beneficienza, e non è un caso. Poche parole, molti fatti. Come si conviene alla gente di Preston. Fateci caso, siamo a cavallo tra due epoche. Quando Finney si ritirò nel 1960, George Best muoveva i primi passi nell’academy dei Red Devils. Il nordirlandese fu il primo di tanti calciatori-superstar, un concetto che si sposò benissimo con il periodo degli anni ’60, ma che distava da Tom Finney 4-5 giri del pianeta, schivo e riservato fuori, dedito al 100% alla causa in campo. “I shall never forget the majestic performance of Tom Finney in overcoming conditions which would have sent many superstars I have known scuttling home to their mummies”, lo ricorda commosso Jimmy Hill. Quella foto che ritorna, quell’istante che racconta bene chi fosse Finney anche a noi, che per motivi anagrafici non lo abbiamo conosciuto. Tom Finney e George Best. Due personaggi distanti. Eppure, qualcuno dice ancora che i due fossero nella stessa categoria.

Non sapremo mai la verità. Fare paragoni, d’altronde, è impossibile e inutile. Il calcio cambia, spesso velocemente, cambiano i ritmi, gli schemi, i palloni. Cambia la percezione che ne si ha. Ogni epoca ha i suoi grandi giocatori e Finney è uno di questi. Se ne è andato ed è stato pianto e ricordato da tanti, un sintomo di quanto abbia lasciato il segno, profondo, nel calcio inglese. E se ne è andato da presidente del Kendal Town, club di una piccola cittadina del Cumbria, un calcio romantico come quello che giocava lui e che, oggi, lo si può trovare solo scavando nel sottobosco di non-league, lontano dal clamore, dagli eccessi, dallo sfarzo della Premier.

“Non ti preoccupare, ragazzo, non ci aspettiamo molto da te”. A parte diventare una leggenda del calcio inglese, senza farlo pesare mai.
Goodbye, Sir Tom.

article-2125240-03D1754A000005DC-968_468x286Sir Thomas Finney CBE (5 April 1922 – 14 February 2014)

Duri come Iron

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Scunthorpe United Football Club
Anno di fondazione: 1899
Nickname: the Iron
Stadio: Glanford Park, Scunthorpe
Capacità: 9.183

Perchè poi uno debba venire a Scunthorpe non si sa. Classica cittadina che potrebbe prendere in prestito l’insegna di benvenuto frutto della genialità di Matt Groening, il papà dei Simpsons: “Welcome to Scunthorpe. We were born here, what’s your excuse?”. Li era Winnipeg, ma il concetto rimane quello così come rimane la domanda: perchè siamo a Scunthorpe? Perchè semplicemente siamo troppo innamorati del calcio inglese per lasciarci sfuggire l’occasione di rovistare nella periferia calcistica albionica, lontana dai lustrini e dal glamour internazionale della Premier ma costellata di realtà che trasudano storia, tradizione e senso di appartenenza. Per cui, eccoci qui. A Scunthorpe un cartello di benvenuto c’è veramente e recita: “Welcome to Scunthorpe, Industrial Garden Town of North Lincolnshire”. Sicuramente industrial, sicuramente town, di garden in realtà se ne percepisce un filo meno la presenza tant’è che qualche bontempone si è divertito a fare una foto a suddetto cartello, annerito dal fumo, con sullo sfondo le ciminiere delle locali acciaierie. Ed eccolo, l’acciaio. Volente o nolente è l’anima della città dal giorno in cui Rowland Winn si accorse che nei terreni di proprietà del padre si poteva estrarre l’ematite, ovvero il minerale del ferro. Era il 1859, qualcuno portò il carbone che in Inghilterra abbondava e le acciaierie cominciarono a spuntare come funghi fino a far diventare Scunthorpe la capitale inglese dell’acciaio, il che comporta il rovescio della medaglia, ovvero la nomea di città non esattamente appetibile al turista. A meno che non si capiti da queste parti per lo Scunthorpe United, come nel nostro caso.

GlandfordPark3Glanford Park sorge poco fuori città, ad accogliervi trovate un arco metallico (ma c’erano dubbi?) che vi dà il benvenuto nel primo dei tanti stadi nuovi che sorgono in Inghilterra. Correva l’anno 1988, Hillsborough doveva ancora arrivare ma l’incendio di Bradford aveva già avuto il suo impatto sull’opinione pubblica e sul legislatore britannico, che come forse avrete intuito è un filo più attento ed equilibrato rispetto al nostro. Lo Scunthorpe, da sempre di casa all’Old Showground, nella difficoltà di adeguare l’impianto alle nuove norme e nella prospettiva di cedere i terreni a una catena di supermercati, optò per il trasferimento e se Dio vuole Glanford Park è distante anni luce dai nuovi impianti fatti con lo stampino, anzi conserva ancora i pali di sostegno alle tribune che danno quel tocco antico che non guasta mai. Piccolo, perchè è piccolo, 9 mila spettatori con 5mila di media nell’ultimo anno in Championship, ma grande quanto basta per lo United e i suoi tifosi, espressione di una comunità di 70mila anime equidistante da Doncaster, Hull e Grimsby. Naturalmente anche l’Old Showground era bello, quel romanticismo old, la tribuna principale con le sponsorizzazioni quasi sempre legate all’acciaio, tra cui il “buy British Scunthorpe Steel” che conserva un certo fascino inspiegabile ancora oggi. E poi era comunque la casa dello Scunthorpe fin dalla sua nascita, il che dovrebbe conferire – e conferisce – il massimo del fascino possibile.

Quando le ruspe hanno demolito l’Old Showground un pezzo di storia dello United se ne è quindi andato. Era cominciata nel lontano 1899, quando il Brumby Hall (Brumby è uno dei cinque sobborghi che nel 1936 han dato vita alla città odierna. Gli altri quattro sono Scunthorpe, Frodingham, Crosby e Ashby) unì le forze a un club locale il cui nome è perso nelle nebbie del tempo. Il calcio nella cittadina dell’acciaio era già arrivato, ma come spesso accadeva non tutte le nuove società sopravvivevano all’entusiasmo iniziale. Ci provarono appunto con lo Scunthorpe United e ci riuscirono, ci proverà il North Lindsey fondato nel 1902 e non ci riuscì, tanto che nel 1910 a sua volta si unirà allo United dando vita allo Scunthorpe & Lindsey United. Il nuovo club passò nel 1912 al professionismo contestualmente all’ingresso in Midland League, che nella testa dei dirigenti doveva essere solo una tappa intermedia verso la Football League. I piani del club non trovarono riscontri però in una realtà che vedrà lo Scunthorpe tentare inutilmente l’ingresso in the League per anni, anni e anni ancora. Vi riuscirà solo nel 1950, quando la Football League decise per l’espansione. La Midland League a quel punto rimase come buon ripiego e i Nuts, anzi i Knuts la vinceranno due volte (1926/27, 1938/39). Non Iron, Knuts, con una K comparsa da non si sa dove ma sostanzialmente il significato è quello, “noci”: questo era in quegli anni il soprannome del club. L’origine la si deve al reverendo Cryspin Rust, che nel premiare il club al Frodingham Charity Trophy definì i giocatori “tough nuts to crack”, noci difficili da rompere. Duri. Come l’acciaio, o se preferite il ferro che con il tempo è diventato il soprannome ufficiale del club. Iron compare anche nel simbolo, uno stemma che uno potrebbe pensare essere stato scippato all’arte sovietica e copiato pari pari nel North Lincolnshire, con la mano chiusa a pugno nel brandire la sbarra d’acciaio che sembra incitare il proletariato alla rivoluzione.

p11806132Il quesito che ci siamo posti inizialmente è: perchè uno dovrebbe venire a Scunthorpe? Una domanda che se fai l’osservatore tendi a non porti, e infatti non se la pose nemmeno Geoff Twentyman. Mr Twentyman lavorava per il Liverpool ed era uno a cui Bill Shankly dava più ascolto che ad altri. Quando il nostro fece presente che nello Scunthorpe United giocava un ragazzotto dal sicuro avvenire, il grande Bill si fidò. Per 35.000 sterline concluse l’affare. D’altronde quattro anni prima dallo Scunthorpe aveva già prelevato il suo portiere, Ray Clemence: perchè non riprovarci? Ci riprovò, e funzionò anche stavolta, perchè quel ragazzotto si chiamava Kevin Keegan e verrà incoronato re ad Anfield. Clemence e Keegan. Due ragazzi cresciuti con lo Scunthorpe, vero, ma rimasti in prima squadra per troppo poco tempo per poterli annoverare tra le leggende del club. Due stagioni Ray, tre Kevin. E d’altronde una squadra dalla scorza dura come Iron è giusto che tra i suoi eroi abbia Jack Brownsword, difensore definito da Sir Stanley Matthews “the best defender in the Second Division”. Nel natio Yorkshire Jack faceva il minatore nelle miniere di carbone e con la maglia claret & blue giocherà per 18 stagioni. Gli attaccanti avversari? Una passeggiata rispetto ai turni in miniera. Lui, sì, duro come l’acciaio. O Jack Haigh, condottiero di mille battaglie, o ancora Barrie Thomas, eccellente attaccante la cui cessione a metà della stagione 1962 metterà fine al sogno First Division per lo Scunthorpe, che giungerà quarto per quello che rimane il miglior piazzamento nella storia del club. Questi giocatori non ebbero tutti il privilegio di indossare la maglia claret & blue del club, stile Aston Villa, perchè questa dal 1959 in contemporanea con il cambio di nome (sparì il “Lindsey”) divenne prima bianca con  risvolti blu, poi interamente rossa tant’è che ironia della sorte Kevin Keegan passò da un club con la divisa interamente rossa ai Reds di Liverpool. Nel 1982 qualcuno ebbe l’intuizione e furono reintrodotti i colori originari, peraltro nella splendida variante a strisce verticali.

Detto dei giocatori, qui ultimamente gli eroi sono però gli allenatori. Il primo è Brian Laws, come spesso accade ex giocatore del club e reduce da un’esperienza da manager con i vicini e mai amati del Grimsby Town, passata alla storia più che altro per il lancio di un piatto a Ivano Bonetti. Laws, in sella dal 1997, portò lo Scunthorpe a Wembley per la prima volta dopo 7 anni, solo che a differenza del precedente questa volta fu un trionfo per i clarets & blue, un trionfo che riapriva le porte della Second Division, la terza serie. Durò poco, ma qualche stagione più tardi gli uomini di Laws, con il secondo posto nel 2005, riguadagnorono sul campo la terza serie, diventata nel frattempo League One. Questo dopo che nel 2004 Laws aveva lasciato per tre settimane il club, peraltro sull’orlo della Conference: tornerà e lo United finirà terzultimo e salvo. Tornato in terza serie, stavolta lo Scunny non si fermò, nonostante le sirene provenienti da Hillsborough che attirarono Brian Laws, il quale fatti i bagagli per la vicina Sheffield salutò Glanford Park. A quel punto le chiavi della squadra vennero lasciate in mano al…fisioterapista. Ed ecco il secondo manager che ha fatto la storia recente del club. “Who needs Mourinho, we’ve got our physio”, il coro che si alzava dagli spalti. Quel fisioterapista si chiamava, e si chiama, Nigel Adkins e porterà per ben due volte lo Scunthorpe in Championship, oltre che due volte a Wembley per un Football League Trophy perso contro il Luton Town e una finale di playoff vinta (entrambe nello stesso anno). Adkins lascerà però il club per andare ad allenare il Southampton e pian piano si tornerà in League Two, con l’ultima retrocessione avvenuta nel 2012/13.

soccer-football-league-division-four-scunthorpe-unitedLa stazione di Scunthorpe è come Glanford Park: piccola. Arrivando in treno da Doncaster, si può già scorgere sulla sinistra lo stadio, visto che questi sorge alla periferia ovest della città. Dalla stazione situata in centro a Glanford Park la strada è quindi piuttosto lunga se la si vuole fare a piedi, ma come sempre ne vale la pena. Una realtà per conoscerla va respirata a pieni polmoni, metaforicamente magari perchè l’aria di Scunthorpe non è proprio la più salutare del Regno – ma se non altro le acciaierie sorgono dalla parte opposta della città rispetto allo stadio. Ecco, non proprio la città turistica dei vostri sogni. Ma se si ama il calcio inglese, una tappa a Scunthorpe la si può fare tranquillamente. Per vedere questa squadra dal guscio duro come quello delle noci, o dura come l’acciaio, se preferite.

The Imps, i diavoletti del Lincolnshire

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Lincoln City Football Club
Anno di fondazione: 1884
Nickname: the Imps
Stadio: Sincil Bank, Lincoln
Capacità: 10.130

Ci sono città decisamente più brutte di Lincoln, non solo in UK. 119mila anime nell’est che si fa nord del paese. Qui il Lincoln Cliff, uno dei rari avvallamenti albionici, si prende una pausa per far scorrere le acque del Witham, ma la collina rimane e la città è così divisa in uphill e downhill, sostanzialmente Lincoln alta e Lincoln bassa. La parte alta è quella più caratteristica, con le strade tra le antiche case del quartiere di Bailgate, bellissimo, che conducono alla Cattedrale e al castello, che come sempre venivano costruiti nelle zone più alte e quindi più difendibili, solo che non sempre nella piatta Inghilterra questo era possibile. E infatti tutt’intorno la pianura del Lincolnshire si estende placida, e il panorama dalla collina è discreto. Ma noi non siamo a Lincoln per turismo, anche se decisamente è un posto che consigliamo se siete stufi di associare l’Inghilterra alla sola Londra, per quanto bella e unica sia. Siamo qui per la squadra locale. Solo che per parlare della squadra locale è necessario salire tra le strade di Bailgate e arrivare alla Cattedrale, perchè c’è da risolvere un mistero: quello del nickname, che compare da qualche anno anche nello stemma sociale. Perchè “The Imps”?

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Qui dalla storia dobbiamo fare una digressione nella leggenda. Leggenda del XIV secolo, per la precisione. Satana, nelle sue vesti di signore del male, inviò sulla terra due Imps affinchè portassero nel mondo dei vivi un po’ del disordine e terrore che abitava quello dei morti. Imp, nella tradizione inglese, è infatti un piccolo demone, un diavoletto. I due, messo a soqquadro il nord dell’Inghilterra, si diressero verso Lincoln e soprattutto la sua cattedrale, dove una volta dentro iniziarono a rovesciare sedie, distruggere tavoli e fecero anche cadere quel pover’uomo del vescovo. In soccorso del buon uomo arrivò un angelo, fuoriuscito da un libro degli inni. A quel punto uno dei due Imps si nascose sotto un tavolo, l’altro spavaldo continuò a far danni, brandendo pietre e lanciandole contro l’angelo. Il nostro perse presto la pazienza e in una pietra trasformò il piccolo demone, mentre all’altro, quello nascosto, concedette di fuggire. Se osservate bene ancora oggi nella cattedrale troverete l’Imp pietrificato, mentre si racconta che il vento che soffia intorno alla collina sia provocato dall’altro diavoletto, nel suo eterno tentativo di ritrovare l’amico perduto. Alcuni invece dicono sia fuggito e pietrificato a Grimsby, nella St James’ Church. Comunque, questa è in breve la storia del Lincoln Imp, che nel tempo da leggenda è diventato il simbolo cittadino e quindi perchè non usarlo anche per la squadra di calcio che della città porta il nome?

Già, la squadra di calcio. Il Lincoln City venne fondato nel 1884 sostanzialmente per mettere ordine tra le numerose realtà cittadine e partecipare così alla Lincolnshire Senior Cup con qualche speranza di vittoria. Una di queste realtà locali, quella sulle cui ceneri nascerà il City, era il Lincoln Recreation (poi Rovers), che giocava al Cowpaddie. Ecco, sostanzialmente il nome derivava dal fatto che qui le mucche pascolavano nei giorni in cui non si giocava – si spera. Favoloso, altri tempi e tutto quel che volete, solo che le mucche oltre a brucare l’erba poi la espellono copiosa sotto altre forme non sempre gradevoli, e ci stupisce sapere che il Lincoln Recreation, su tale campo, giocava in bianco. Quello che non ci stupisce è che, quando si dovette scegliere che campo utilizzare per il neonato City, il Cowpaddie non venne nemmeno tenuto in considerazione. Penserete voi: tutti a Sincil Bank. Eh no! A Sincil Bank (Sincil Drain, nei fatti un filo più a nord dell’attuale impianto ma in pratica il suo antenato) ci andò il Lindum FC. Chi?? Lindum, nome romano di Lincoln, era una delle suddette realtà cittadine che, dopo essersi vista rifiutata dal City la richiesta di unirsi in un solo club, pensò bene di fargli concorrenza andando a sistemarsi in un terreno decisamente migliore del John O’Gaunts in cui giocava il City. Mandrakata, solo che questi avevano il bel terreno da gioco, quegl’altri vincevano e siccome nel calcio tendono a contare i risultati, il Lindum cadde nell’oblio. Nel 1895 il Lincoln City, come un esercito che vince la guerra, si impossessò del territorio nemico, che ancora oggi ospita le sue gesta.

800px-Lincoln_v_Boston_002Nel frattempo il City aveva contribuito a fondare la Second Division nel 1892. Quattro anni prima, nel 1888 aveva invece partecipato alla fondazione di The Combination, una sorta di lega di riserva della Football League che durò poco. Il City transiterà da Midland League prima e Football Alliance poi prima della Football League. Ah, nel 1887 avevano anche messo le mani su quella Lincolnshire Senior Cup a cui ambivano dalla fondazione: 2-0 al replay contro i vicini, e mai amati (“we smell fish, we smell fish”), del Grimsby Town. Maglie bianco-rosse, ma qui era facile scegliere, sono i colori cittadini ed erano la divisa del già citato Lincoln Recreation, quello delle mucche: cappello rosso come andava all’epoca, maglie bianche. Più enigmatico è il cambio di colore tra 1897 e 1900: verdone scuro con pantaloni neri. Facciamo finta di non aver visto. Quella degli Imps, come ci suggerisce The Beautiful History, al pari di molte altre piccole realtà è “a tale of struggle against adversity interspersed with its own unique moments of joy and despair”. Insomma, si soffre, da sempre. Ma nelle avversità, si apprezzano quei pochi momenti di gioia.

Fino al 1920, gli Imps hanno oscillato senza grandi acuti tra Second Division e leghe minori: Central, Midland, insomma non proprio i campionati dei vostri sogni – e nemmeno dei loro. Poi a qualcuno venne l’idea di formare una terza divisione in Football League e il City, che vinse la Midland League nel 1921, venne invitato nello stesso anno a farne parte. Era la terza volta in pochi anni che i diavoletti finivano fuori dalla Football League ma immediatamente vi rientravano. Meglio era andata in FA Cup. Sia nel 1886/87 sia nel 1889/90 il Lincoln City arrivò agli ottavi di finale: nella prima occasione furono eliminati dai…Glasgow Rangers! Eh, a quel tempo funzionava così e il vallo di Adriano era calcisticamente più permeabile. E comunque scusate se è poco. Nella seconda occasione sconfitta col Preston North End, e ri-scusate se è poco. Due achievment mica da ridere per una squadra nata da pochi anni. A dir la verità furono last-sixteen anche nel 1902, ma a questo punto il club iniziava ad avere una maggior consapevolezza di se, visto che parliamo pur sempre di un league club. Nel 1907 poi eliminarono il sì neonato Chelsea, che però veniva da uno dei quartieri più fascinosi della fascinosa Londra; competere con la capitale, anche nel caso di una bella cittadina come Lincoln non è semplice, ed è la cosa che pensò anche il manager del Lincoln David Calderhead quando i blues gli offrirono la panchina proprio in seguito a quella partita. La FA Cup sembrava comunque regalare soddisfazioni maggiori.

75-76fans-43169-212793Vinceranno la Third Division nel 1931/32, ma fu soprattutto nel dopoguerra che metteranno qualche trofeo in più in bacheca. Campionati di Division Three e Four, principalmente. Eroi del periodo pochi, ma qualcuno c’è. Tipo Andy Graver, recordman di goal segnati con il club, uno che nel vittorioso campionato 1951/52 ne infilò 39. Thirty-nine. Saranno 143 in tutto quando appenderà le scarpe al chiodo. Ma soprattutto l’eroe fu Bill Anderson, il manager. Diciannove lunghi anni sulla panchina degli Imps, fino al 1965. Costruì la squadra vittoriosa nella Third Division 1948 con 2.000 sterline. Rivincerà nel 1951/52, oltre a sei Senior Cup che non guastano. Nel 1957/58 guiderà il club a the great escape: vincendo le ultime sei partite, il City si salverà di un misero, sudato punto. Lascerà però nella desolazione del terzultimo posto in Division Four, dopo 855 panchine a Sincil Bank, e non farà in tempo ad allenare Graham Taylor, che da quelle parti arrivò nel 1968. Taylor, cresciuto sulle tribune dell’Old Show Ground di Scunthorpe, divenuto calciatore a Grimsby e poi approdato a Lincoln, facendo così un curioso tour calcistico del Lincolnshire, sarà, oltre che manager della Nazionale, l’allenatore del Lincoln dei record. 1975/76, le facce rassegnate di chi ha passato i precedenti quattordici anni in Division Four. In panchina dal 1972 il nostro, che a 28 anni divenne per necessità allenatore, essendosi distrutto un’anca. In campo tra gli undici il local boy John Ward, attuale manager del Bristol Rovers, capelli fluenti come si conveniva all’epoca e goal facile. Il resto è storia, ovvero la storia della squadra che detiene il record di punti nei campionati con i due punti per vittoria. 46 partite giocate, 32 vinte, 10 pareggiate, 4 perse valsero la promozione in Division Three e l’immortalità cittadina.

Ma ai piedi della collina non solo le cose non andarono sempre così bene, ma nemmeno benino. Come detto, si è spesso sofferto. Metà anni ’80, una nuova, breve apparizione in Third Division. Poi, di colpo, doppia retrocessione. Come doppia? Doppia, perchè il Lincoln City, entrando dalla solita porta sbagliata nella storia, fu la prima squadra ad essere automaticamente retrocessa dalla Football League alla non-league. Un record di cui si sarebbe fatto volentieri a meno, ma per fortuna l’esilio in Conference durò una sola stagione. Almeno fino ad oggi…perchè nel frattempo, breve apparizione in terza serie a parte di cui comunque a Sincil Bank han goduto, il Lincoln City è ripiombato in non-league e se oggi volete vederlo, lì lo trovate, tra medie spettatori inferiori ai 3.000 e la desolazione di chi ha passato una vita in the league e oggi si ritrova di fronte l’Hyde. Il sistema inglese tende a proteggere le squadre di Football League, non come un tempo quando le promozioni/retrocessioni erano decise tramite votazione, ma tende a proteggerle perchè solo due squadre a stagione escono dalla Lega; per cui, se finisci in non-league, è perchè qualcosa è andato storto sul serio. Ma invece della disgraziata stagione 2010/11, preferiamo chiudere con quella di otto anni prima. 2002/03, sostanzialmente siamo senza un soldo. La dirigenza tenta i modi più disparati per uscirne, perlomeno per evitare l’udienza davanti all’Alta Corte che avrebbe significato fallimento. Si optò per l’amministrazione controllata: il club era salvo. Solo che poi una squadra bisognava pur mandarla in campo, e fu fatta in pratica con giocatori provenienti non-league, quella non-league a cui sembrava destinato il City, perchè la retrocessione certa. Così dissero, ridissero e scrissero. Nove mesi dopo gli uomini di Keith Alexander erano a Wembley a giocarsi la finale di playoff. Nessuno parlava più. Persero, perchè le favole non hanno quasi mai il lieto fine, ma quella squadra rimarrà per sempre nel cuore della città. Dicono che anche il diavoletto di pietra si commosse.

Lincoln Imp

Lincoln Imp

I quaccheri del nord-est, rimpiangendo Feethams

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Darlington 1883 Football Club
Anno di fondazione: 2012 (Darlington FC: 1883)
Nickname: the Quakers
Stadio: Heritage Park, Bishop Auckland

The railwaymen, i ferrovieri. Questo avrebbe potuto essere il soprannome. Altro che Crewe Alexandra, che di quel soprannome ne è il beneficiario: George Stephenson la prima locomotiva la mise sui binari della linea Darlington-Stockton on Tees, mica nel Cheshire. E fu la prima linea ferroviaria del Mondo, sebbene fosse poco più che una dimostrazione. E invece no. Niente ferrovieri. La squadra di Darlington la locomotiva ce l’ha ovviamente nel simbolo, ma il soprannome è un altro. E per capirlo basta notare sempre nel simbolo l’altro oggetto che vi compare: un cappello, un cappello stile di quello dei Padri Pellegrini, che col Mayflower partirono da Plymouth e influiranno leggermente sull’etica di quelli che saranno the United States of America. I puritani, universalmente detti. Uno dei movimenti puritani, che contribuì alla formazione di una colonia discretamente importante nota come Pennsylvania dal nome del suo fondatore, William Penn, erano i Quaccheri. The Quakers, perchè nelle loro funzioni religiose lo Spirito Santo si manifestava facendoli tremare e i detrattori li schernirono con tale nome (il nome ufficiale è Società degli Amici). E Quakers è anche il soprannome del Darlington Football Club, ed eccoci qui, perchè qui il quaccherismo ebbe sempre una certa influenza. County Durham, nord dell’Inghilterra, la vicinanza con la calvinista e presbiteriana Scozia deve aver avuto la sua importanza nella formazione di una comunità quacchera da queste parti.

OLYMPUS DIGITAL CAMERACome tutte le comunità d’Inghilterra del tempo, specie a nord, anche i nostri quaccheri sentivano l’esigenza di una squadra di calcio che li rappresentasse nella seconda metà del XIX secolo. Puritani o no, quel gioco piaceva a tutti. E poi c’era da difendere l’onore cittadino nella Durham Challenge Cup, anno di grazia 1883. Tutti riuniti alla locale Grammar School, sostanzialmente il liceo classico albionico del tempo. La responsabilità se la prende un ingegnere locale di nome Charles Samuel Craven. Colori? Bianco-nero, e non cambieranno mai. Finale della Challenge Cup al primo tentativo, mica male. I quaccheri ci presero gusto: proviamo con l’FA Cup. Ecco, qui la finale rimase invece lontanuccia: sconfitta 8-0 contro il Grimsby Town. Però il Darlo, come viene confidenzialmente chiamato, si fece un nome nella zona con queste prime imprese, e in virtù di ciò nel 1889 partecipò alla fondazione di una nuova lega di squadre del nord: la Northern League, che tornerà di drammatica attualità in un futuro lontano, che poi è il nostro presente. Ecco, da qualche parte però bisognava giocare, e dove giocavano i nostri? C’era un terreno di gioco, inizialmente usato dalla solita squadra di cricket, che però veniva buono anche per il football e che in effetti era già usato da diverse realtà locali. Quel terreno si chiamava Feethams e per 120 anni sarà la casa dei Quakers. Fino a che, un giorno, dissero che non andava più bene. Troppo old, troppo piccolo. Quel che non sapevano è Feethams porterà con se nella tomba dopo qualche anno il Darlington, che solo grazie a dei tifosi troppo innamorati rimane ancora vivo oggi.

Fu opera del proprietario di allora, primi anni del secolo in corso. “Gorgeus George” Reynolds, programmi ambiziosi che culminarono nella costruzione di uno stadio da VENTICINQUEMILA posti. In maiuscolo, scusateci, ma all’epoca il Darlington era in League Two e quello stadio a molti sembrava un azzardo. E in effetti lo fu. Reynolds nel frattempo diede all’impianto il suo nome. E che impianto: un anonimo impianto stile St Mary’s e figli che nel confronto con Feethams sfigurava e nemmeno di poco, specie ripensando a quell’ingresso con le twin towers che per fortuna dovrebbe essere conservato a futura memoria. I tifosi? I tifosi come sempre, abbagliati dalle prospettive di “arrivare in Premier League” (parole del Gorgeus) chiusero il consueto occhio, salvo poi ritrovarsi qualche anno più tardi a rimpiangere il loro vecchio impianto, quello sì a misura di Darlo, nel frattempo sommerso dall’erbaccia. Il dissesto finanziario a cui contribuì quello stadio insensato (11.600 spettatori per la prima partita, poi medie intorno ai 2.000 tranne che per i match contro l’odiato Hartlepool) portarono il club fuori dalla Football League e poi fino a quella Northern League che sì che i Quakers contribuirono un secolo abbondante prima a fondare, solo che ora la Northern League è lo step 9 della piramide. E a ciò aggiungeteci pure che adesso il Darlington gioca in esilio a Bishop Auckland. Venticinquemila posti, che rimangono inutilizzati per il calcio (lo stadio, ribattezzato Darlington Arena, ospita ormai solo partite di rugby ed è diventato di proprietà della locale squadra).

feethams-2L’erbaccia di Feethams è per quanto ci riguarda il simbolo di una forzata modernità che non sempre porta i frutti sperati, ed è per questo che ne abbiamo parlato subito. Via il dento, anche se il dolore rimane. Eppure quell’erba ne aveva viste di imprese del Darlington, ma soprattutto era il Darlington e ne custodiva lo spirito. I quaccheri si fecero notare alla nazione quando raggiunsero, maglia a grandi riquadri bianco-neri, gli ottavi di finale dell’FA Cup 1910/11, dopo che il club era passato al professionismo due anni prima. Il cambio di status coincise con l’iscrizione alla North Eastern League, lega che il Darlo vincerà due volte. Soprattutto la seconda vittoria si rivelò decisiva perchè, con una buona dose di fortuna che non guasta mai, coincise con la creazione della Third Division North della Football League. E a quel punto che fai, non inviti il Darlo? Ovvio che lo inviti. League-club, e lo sarà ininterrottamente fino al 1989 (breve parentesi in Conference, toccata e fuga di una stagione). L’ammissione nella lega venne celebrata con il secondo posto, a cui tre stagioni dopo fece seguito la vittoria in campionato, grazie ai goal di David Brown, girovago scozzese con il vizio di infilare portieri avversari. Il seguente quindicesimo posto in Second Division rimane a oggi il miglior piazzamento nella storia del club, che ebbe anche l’idea di mettere in bacheca il primo trofeo nazionale, la Third Division North Cup che magari non è molto ma è sempre meglio che niente.

Balzo in avanti nel racconto, superando un periodo in cui il club giocò sostanzialmente in Third Division North senza grandi acuti. Luce dei riflettori, ma non siamo a Feethams. Il palcoscenico della serata di gala è St James’ Park, qualche miglia più a nord. Tutti in smoking: fu la prima partita tra due squadre di Football League sotto i riflettori, in FA Cup. Da una parte il Darlo, dall’altra il Carlisle United. Nord-est contro nord-ovest. Vinse il nord-est rappresentato dal Darlington. Siamo negli anni ’50, anni in cui il club subirà la decisione di risistemare i campionati di FL e si ritroverà nella neonata Fourth Division. Un anno prima, però, c’era stata The Win. 1958. Siamo sempre in FA Cup, ma a Stamford Bridge, Fulham Road. Altro discreto palcoscenico. 3-0 Darlo, ma non fu questa la vittoria perchè i blues rimontarono e finì 3-3. Tutti a Feethams, compreso l’inviato del Times che davanti alla prestazione dei bianconeri si stropicciò più di una volta gli occhi e fornirà della partita un resoconto entusiasta. Finì 4-1 per il Darlington. Quaccheri in visibilio, e al diavolo i precetti religiosi, quella sera ci si concesse una pinta in più al pub.

Ian+Millar+Darlington+v+Mansfield+Town+FA+Ngf2XCXTPt-lFeethams e i tifosi. Già, i tifosi. Ci misero 20.000 sterline per coprire una delle due end dell’impianto e dotarlo di luci artificiali. I riflettori vennero effettivamente inaugurati il 19 Settembre 1960, il problema fu che dopo la partita un cortocircuito provocò un incendio, e il fuoco divorò la West Stand. Questo non impedì, due mesi dopo, di stabilire il record di spettatori nella storia del club: 21.023 per il quarto turno di League Cup contro il Bolton. Qualche anno dopo, sempre in coppa di lega, fu il Derby di Brian Clough a interrompere la corsa dei Quakers, nei quarti di finale. Peccato. Anche perchè per il resto c’erano pochi motivi per cui sorridere: dovettero tra fine anni ’60 e primi anni ’80 chiedere la ri-elezione cinque-volte-cinque, e la Football League per loro fortuna gliela concedette sempre. Nel 1982 poi, il Darlo si trovò pure tra la vita e la morte, e furono nuovamente i tifosi e tirare fuori i soldi che ne permisero la salvezza. Tempi duri, che non potevano però piegare l’animo puritano del club, della comunità, e pazienza se poi molti erano anglicani. Il Darlo era vivo e continuò a lottare con noi anche se sul campo beh, vent’anni di Division Three/League Two portarono la miseria di tre apparizioni ai playoff. La prima nel 1996 e fu finale: per la prima volta nella storia del club, tutti a Wembley. Per un fantastico scherzo del destino, quel giorno l’avversario fu il Plymouth Argyle: the Pilgrims, la città da cui salparono i Padri Pellegrini. Il derby del puritanesimo: Pilgrims vs Quakers. Vinsero quelli vestiti di verde del sud. Il Darlo tornerà a Wembley per la finale playoff quattro anni più tardi, e fu nuovamente sconfitta.

L’ultima gita nello stadio nazionale il Darlington se la è fatta appena tre anni fa. Il canto del cigno, per certi versi. Finale di FA Trophy, perchè nel frattempo i casini a cui abbiamo accennato avevano portato i bianco-neri in Conference. Vittoria per 1-0 contro il Mansfield Town, con goal al 119 di Chris Senior. Un altro goal, qualche anno prima, rimase nel cuore di tutti. Lo segnò Nick Wainwright in un Darlington-Leyton Orient 2-2, partita all’apparenza come tante, ma quello fu l’ultimo goal segnato a Feethams. 8 spettatori, praticamente il tutto esaurito. Poi il crollo, di cui abbiamo già parlato. Reynolds, la Reynolds Arena, e le due successive proprietà che non cambiarono le cose. In dieci anni, il Darlo finirà tre volte in amministrazione controllata. Tre. Chi è intervenuto alla fine? Ovviamente i tifosi. Salvataggio last-minute, solo che nel farlo hanno saltato il procedimento di Company Voluntary Agreement, che è procedura standard e siccome là le regole le si applicano anche a malincuore, su raccomandazione della Football Association il club è stato considerato sciolto e quella dei tifosi è quindi una nuova società, che ha infatti preso una nuova denominazione (Darlington 1883) e che si è soprattutto ritrovata, come già detto, in Northern League che se Dio vuole, e ha voluto, han vinto.

martin-gray-image-1-411407510-4337078Quest’anno il Darlo gioca in Northern Premier League Division One North, step 8. Ma risaliranno. Fa parte dello spirito della gente di questi luoghi, quaccheri o no. Noi rimaniamo in attesa di rivederli dove oggettivamente meritano di stare, visto che, nell’unico luogo in cui dovrebbero giocare, non avremmo mai più il piacere di vederglielo fare.

Around the football grounds – A trip to Southampton

Con i nostri immaginari mezzi di trasporto, è tempo di lasciare nuovamente Londra e partire per una nuova tappa del nostro tour nella storia degli stadi inglesi. Niente aereo questa volta, ma un comodo treno inglese che ci porta nel sud-ovest, nella più grande città dell’Hampshire. Ovviamente stiamo parlando di Southampton, città di poco meno di 240.000 abitanti che confluisce con la vicina Portsmouth a formare un’unica grande area metropolitana. Città portuale, nata sulla confluenza di tre fiumi (River Test, River Itchen e River Hamble) ed associata soprattutto a 2 simboli, il Titanic e lo Spitfire. Il primo, purtroppo, non ha bisogno di alcuna presentazione e tutti saprete che l’imbarco e la partenza della nave avvennero a Southampton; per quanto riguarda il secondo invece si tratta del più famoso caccia da combattimento impiegato dagli inglesi nella seconda guerra mondiale, che qui è stato concepito e costruito contribuendo a vincere la guerra dei cieli ed a girare le sorti dell’Europa. A livello sportivo qui trova casa, dal 1885, il Southampton Football Club.

Scorcio aereo di Southampton

LA STORIA

La zona, nella parte sud-est della race track (in centro alla mappa) del Commong Ground

Creato nel 1885, il Southampton, allora conosciuto come St. Mary’s Young Men’s Associaton F.C., lungo tutta la sua storia può vantare un totale di 6 campi di gioco, anche se, come vedremo lungo l’articolo, si può parlare di vere e proprie case solo per 4 di questi. Il primo home ground fu su un terreno appartenente al County Bowling Club, ma qui vi si disputò solamente una partita (contro una squadra di Freemantle, vittoria per 5-1); successivamente, e per tutto il 1885-1886, la squadra si trasferì ad Avenue Road (il Common Ground), dove trovarono uno spazio quasi perfetto, se non fosse per la via pedonale che attraversava il prato proprio nella zona di centrocampo. Nonostante parliamo di 100 e più anni fa, la situazione non era tollerabile e nel corso dello stesso anno finalmente i Saints trovarono una casa vera, l’Antelope Cricket Ground.

Mappa di Southampton nella seconda metà dell’Ottocento con l’ubicazione dell’Antelope cricket ground

Inaugurato nel 1839 e situato nel quartiere ove successivamente nacque il Southampton, vide la luce come campo da cricket e fino al 1842 fu utilizzato salturiamente. In questo anno 3 mecenati locali presero a cuore questo terreno, lo sistemarono e lo diedero in gestione a Daniel Day, un famosissimo ex-giocatore di cricket dell’epoca. Con la sua supervisione lo stadio divenne noto come il “Day’s ground” ed ospitò numerosi match importanti di questa disciplina; lo splendore durò poco però, perchè nel 1845 le voci edilizie che circolarono attorno al terreno portarono mister Day a spostarsi più a sud, nei pressi del fiume Itchen. I tempi migliori tornarono negli anni 60 (e qui vi giocò spesso anche la famiglia Lillywhite, un nome che tutti noi sportivi associamo al meraviglioso negozio a Piccadilly Circus nato proprio da questa dinastia) sempre grazie al cricket e durarono fino ai primi anni 80, quando fu costruito il nuovo County Ground (con l’adiacente County Bowling Club, citato sopra). Con l’inaugurazione di quest’ultimo, il cricket lasciò l’Antelope (così chiamato perchè di fronte all’Antelope Inn, sede di formazione dell’associazione di cricket dell’Hampshire), tuttavia il sito non venne abbandonato e preso in affitto dai Pirates, un’associazione rugbystica, e dai Woolston Works, la società calcistica più forte in città. Tra il 1886-1887 arrivarono qui gli occhi del Southampton, alla ricerca di un terreno di gioco che potesse ospitare i match di coppa, non disputabili al Common Ground. L’Antelope Cricket Ground soddisfava i requisiti necessari, essendo un campo vero, dotato di una piccola stand e di terrace naturali ai lati, con gli spogliatoi situati in un pub adiacente al campo (l’All England Eleven). Tuttavia non fu uno spostamento definitivo: qui la squadra giocava i match di coppa, mentre le altre partite venivano disputate al vecchio Common Ground; non è finita, perchè alcuni match di cartello trovarono sede al nuovo County Ground per permettere a più pubblico di affluire. Il 17 settembre 1887 i Saints vinsero il primo match ufficiale in questo stadio per 10-0 contro il Petersfield; per il secondo match si dovette aspettare invece parecchio perchè la seconda gara di coppa prevista, contro il Lymington, dovette essere disputata a Redbridge, ai confini della città, perchè i Pirates avevano una partita nel medesimo giorno.

Gli spogliatoi all’Antelope Cricket Ground

Le incertezze e le continue battaglie per poter usufruire del campo portarono il club a cercare sistemazioni alternative, che tuttavia non vennero trovate e per alcuni anni continuò questa strana alternanza tra terreni di gioco. La fine venne posta nel 1889, con lo scioglimento del Woolston Works e la gestione dell’impianto principalmente (perchè anche il Trojans Rugby club potè usufruire dell’Antelope Ground) nelle mani di quella che diverrà l’unica vera squadra di football della città. I primi miglioramenti all’Antelope vennero fatti un paio d’anni dopo, in concomitanza dell’ingresso della squadra nella F.A. Cup: furono interventi per permettere allo stadio di soddisfare i requisiti richiesti per disputare partite di coppa, requisiti che allora non erano particolamente esosi, dato che non vi era una zona stampa coperta sugli spalti e vi erano evidenti difficoltà nel tracciare le linee del campo.

L’ingresso all’Antelope Cricket Ground

Il primo match fu un successo di pubblico: in città arrivò il Reading e più di 4 mila persone si affollarono attorno al campo (ed alle finestre delle case circostanti) per assistere alla partita, che terminò con un trionfo dei padroni di casa vanificato da un reclamo, accolto, degli ospiti per irregolarità nel tesseramento di alcuni giocatori. Molto interessante, e a tratti incredibile, fu l’esperimento provato nella stagione 1893-94, quando il club tentò di giocare una partita di sera, con l’illuminazione fornita dalle Wells light, lampade industriali a kerosene che venivano impiegate soprattutto nei grandi lavori. Il tentativo purtroppo fallì, ma questo non fermò la crescita dei Saints. Nel quartiere, nel frattempo, la situazione economica dei proprietari dell’Antelope Ground, la St. Mary’s Church, non era delle migliori e si iniziò a ventilare la vendita del terreno: fu offerto in primis alla città, alla cifra di 5mila sterline, e successivamente, proprio al club. Entrambi rifiutarono e la vendita non avvenne: potè così cominciare la storica stagione 1894-95, storica perchè fu la prima della neonata Southern League, tra i cui fondatori ci fu proprio il St. Mary’s. L’affluenza media fu di 4-5mila persone e ancora oggi si ricorda l’epico match di FA Cup contro il Nottingham Forest, che all’epoca era una delle squadre più famose e nobili d’Inghilterra. Per l’occasione fu eretta una grandstand e circa 7 mila persone si presentarono ai varchi d’ingresso: tutto rischiò di essere rovinato dai quasi 8 cm di neve presenti sul campo, ma l’arbitro, dopo un’attesa estenuante, decise di far giocare il match che il Nottingham vinse nonostante mille lamentele per la scarsità di confort che presentavano l’impianto e gli spogliatoi. Un altro dream match ebbe luogo l’1 febbraio 1896, quando in città, sempre in F.A. Cup, arrivò lo Sheffield Wednesday. La risposta del pubblico fu grandiosa, con circa 12 mila spettatori ad affollare il piccolo Antelope Ground, che vide aprire i suoi cancelli addirittura 2 ore prima della partita, un evento più unico che raro allora. Al fischio d’inizio il colpo d’occhio era notevole, con i giornalisti a descrivere un mare di facce le une vicine alle altre mai visto a Southampton.

La foto più vecchia riguardante i Saints, qui al County Ground

Purtroppo però l’impianto mostrò i suoi limiti: crollò infatti un tetto di un edificio circostante, su cui erano assiepati diversi spettatori, causando vari feriti; la partita venne disputata lo stesso e vide la vittoria dello Sheffield per 3-2. L’episodio, però, portò con se delle conseguenze, sia sotto forma di cause legali (uno spettatore ferito, Mr. George Bett, intraprese un’azione legale contro il club che però perse, essendo l’edificio dove si trovava al di fuori dello stadio), sia sotto forma di trasloco. I proprietari infatti tornarono alla carica per vendere il terreno e, di fronte al fallimento delle trattative con il club, lo cedettero ad un’azienda edilizia, che immediatamente iniziò a pensare ad un progetto residenziale costringendo, di fatto, il St. Mary’s a cercarsi una nuova casa, identificata con il già noto County Ground, affittato a 200 sterline l’anno. L’ultima partita all’Antelope venne disputata il 29 aprile 1896 e fu un’amichevole con i rivali di sempre del Freemantle, conclusasi con una vittoria e l’onore dell’ultimo gol segnato da un nativo della città, Fred Hayter; l’impianto venne demolito ed al suo posto oggi abbiamo la zona di Graham Road con il Royal South Hampshire Hospital.

La placca che oggi si trova su uno degli edifici nella zona dove sorgeva un tempo l’Antelope Cricket Ground

Il County Ground, a circa 6 miglia dall’Antelope Ground, era stato recentemente rinnovato per essere la nuova casa dell’Hampshire County Cricket Club e di conseguenza potete immaginare come il design fosse interamente dedicato al cricket, col terreno circolare e molto lontano dall’essere un impianto calcistico. Tuttavia per il St. Mary’s fu una casa storica: nella stagione d’esordio venne vinta la Southern League e, soprattutto, fu cambiato il nome alla società, che divenne Southampton F.C.; nella stagione successiva arrivò il secondo successo in Southern League e la semifinale di Coppa, prima squadra di non-league a raggiungere questo traguardo. Nella chase for the cup fu registrata l’affluenza record di questi primi anni di esistenza, quando 15mila persone si presentarono al County Ground per assistere alla sfida contro il Bolton. E proprio la grande presenza di pubblico fu la molla che spinse definitivamente i Saints alla ricerca di una sistemazione definitiva, assieme al fatto che l’alto costo dell’affitto avrebbe potuto portare sull’orlo del collasso finanziario il club. La prima opzione considerata fu la fusione con i rivali cittadini del Freemantle e il conseguente spostamento nella parte ovest della città, nel quartiere di Shirley: l’ipotesi non si concretizzò e nel giugno 1897, durante un meeting straordinario del board, trapelò la notizia che il nuovo terreno di gioco stava diventando realtà. Nei mesi successivi vennero rivelati diversi indizi, che permisero di identificare con precisione la zona su cui sarebbe sorta la nuova casa del club. Di questa zona, abbastanza vicino al County Ground ed alla principale stazione ferroviaria della città, vi riportiamo la più famosa descrizione dell’epoca: “a lovely dell with a gurgling stream and lofty aspens” scrisse nel 1850 Philip Brannon nel suo “Picture of Southampton”; a dire il vero, comunque, una mappa dell’anno precedente all’arrivo dei Saints mostrava un piccolo torrente che percorreva l’intero sito (allo stato semiabbandonato a causa di alcuni tentativi di trasformarlo in un tratto ferroviario) da nord a sud. La fortuna del club fu quella di non dover sborsare nemmeno un centesimo per trasformare il vecchio laghetto in un impianto calcistico: George Thomas, un mercante di pesce appena messo a capo di una piccola società, intravide il potenziale del terreno e lo acquistò consciò di poterlo trasformare in un buona sistemazione per una squadra di calcio (l’area era infatti descrivibile come una piccola valle tra 4 spalti naturali). Fece un investimento di quasi 10 mila sterline per bonificare la piccola palude, livellare il terreno, drenare il torrente e cercare di costruire il miglior impianto calcistico del Sud dell’Inghilterra.

L’originale West Stand del “The Dell”

Tenne sicuramente fede al suo intento, visto che ad entrambe le end realizzò dei terrace, con la parte nord capace di contenere circa 5.500 spettatori e quella sud più di 15 mila; sul lato est, confinante con una scuola e la Chiesa di S. Marco, fu eretta una two-tier stand lunga circa 70 yards con terraces ai due fianchi; infine, sul lato ovest, fu costruita una stand più piccola perchè la presenza di una casa (ed il suo muro posteriore) sull’angolo della Archers Road lasciava uno spazio risicatissimo per gli spettatori. Non si badò a spese, la West Stand venne dotata di ogni confort possibile per l’epoca (parliamo di bagni e docce), il campo era perfetto col perimetro delimitato da piccole cancellate di ferro, piccole bandiere sventolavano ad ogni angolo e fu addirittura previsto un negozio di biciclette per i fans; l’unico difetto fu riservato ai giornalisti, che non avevano lo scrittoio in sala stampa.

La prima partita contro il Brighton al The Dell

In poche parole, George Thomas realizzò una meraviglia per l’epoca e, completamente innamorato del calcio e dei Saints, affittò l’impianto a sole 250 sterline l’anno, con un contratto di 8 anni. La casa su Archers Road venne occupata dalla segretaria, il muro tappezzato di manifesti pubblicitari e il 3 settembre 1898, alla presenza del sindaco, vi fu l’inaugurazione dello stadio, ancora senza un nome ufficiale (tra le proposte: “The Fitzhugh Dell”, “The Archer’s Ground” and “Milton Park”), prima del match di Southern League contro il Brighton United, vinto per 3-1 con la prima rete nella storia realizzata da Watty Keay. Nei primi anni di vita venne scelto dalla gente il nome, con l’ispirazione che arrivò direttamente dalla descrizione di Brannon: “The Dell”; tuttavia sorsero ben presto i primi problemi dato che nel 1906 lo scoperto a carico della società guidata da Thomas era di circa 3mila sterline.

Altra immagine dalla prima partita nel nuovo stadio

Quest’ultimo tentò di raddoppiare l’affitto, ma il club si accordo con un aumento di 150 sterline, per un totale di 400 l’anno: le frizioni erano tali da far prospettare addirittura un ulteriore spostamento, con la morte del The Dell ed anche del club. L’ingresso in Football League, nella Third Division, nel 1920 salvò tutto e permise non solo di iniziare a farsi notare al di fuori della Coppa, ma anche di iniziare ad investire nuovamente nello stadio. Il primo intervento fu fatto nel 1922, dopo la promozione in Second Division: furono spese 8mila sterline per aggiungere posti alla East Stand e per sistemare le piccole magagne che si erano create nel corso del tempo; successivamente, nel 1926, la situazione finanziaria dei Saints era così florida da permettere l’acquisto a titolo definitivo del The Dell, con 26mila sterline versate alla vedova di George Thomas, nel frattempo deceduto.

Archers Road end, 1915

L’acquisizione completa dello stadio aprì il momento più florido per questo impianto: l’anno successivo fu messo sotto contratto Archibald Leitch, il celeberrimo architetto di stadi, per metterlo a capo del progetto di rifacimento della West Stand. Per permettergli di lavorare in tutta tranquillità il club vendette i giocatori migliori, prese un prestito di 20mila sterline e chiese aiuto anche al neonato supporters club, nonostante le reticenze di molti che avrebbero voluto vedere investiti tali soldi in giocatori. Leitch, reduce dalla stand realizzata a Portsmouth, concepì una classica two-tier stand con la parte superiore capace di contenere 4.500 spettatori e l’inferiore 8.500 grazie al paddock ed ai posti in piedi; immancabile il suo motivo criss-cross sulla balconata e, ovviamente (seppur questo concetto sia strano riferito all’epoca in cui avvenne la costruzione) non mancava la copertura della parte superiore. Allo stesso tempo ridisegnò anche il profilo del paddock della East Stand, abbassando le prime file al di sotto del livello del terreno, permettendo di aumentare la capacità totale del The Dell a 33.000 spettatori. I lavori furono affidati alla società di edilizia preferita di Leitch, gli Humphreys, che lavorarono assieme alla Clyde Structural Company of Glasgow; il primo step fu quello di demolire non solo la West Stand pre-esistente, ma anche la sede degli uffici del club all’angolo adiacente; successivamente venne innalzata la nuova tribuna, inaugurata ufficialmente il 7 gennaio 1928, alla presenza di William Pickford (dirigente della FA), del sindaco, dello stesso Leitch e di una cantante lirica, Miss Marion Knight, chiamata per cantare “Land of Hope and Glory”.

I lavori per la nuova West Stand di Leitch

Nonostante le spese enormi, la squadra non ne risentì e sul campo sfiorò l’approdo nella massima divisione: il futuro appariva roseo, ma come spesso capita il destino prese una strada tutta sua. L’ultima gara della stagione 1928-1929 fu disputata il 4 maggio e subito dopo la partita fu dimenticato un mozzicone di sigaretta acceso nella East Stand: lo stadio vuoto fece ritardare la percezione del pericolo e la tribuna andò in cenere prima che i pompieri potessero far qualcosa. Per le casse del club fu un colpo durissimo, con altre 10 mila sterline prese in prestito per ricostruire il tutto: in tempi record la East Stand fu pronta (a settembre il pubblico potè già riempirla) e non vi furono grossi lavori progettuali alla base. Venne infatti realizzata una copia, leggermente più piccola, della West Stand (nella parte superiore vi erano solamente 2.500 posti).

Composizione col titolo del giornale all’epoca dell’incendio e lo stadio pre-ricostruzione della East Stand

Gli anni 30 non apportarono grossi miglioramenti all’impianto poichè il club era impegnato nel ripagare tutti i debiti contratti al momento di espandere il The Dell, ma questo al destino non bastò per risparmiare i Saints. La città, famosa per il suo porto, fu uno dei bersagli designati dalla Germania Nazista nei bombardamenti sull’Inghilterra e lo stadio era pochissima distanza dal mare: nel novembre del 1940 una bomba cadde nell’area di gioco davanti alla Milton Road End (la North Stand), portando sostanzialmente sott’acqua gran parte del terreno di gioco; l’anno successivo un deposito di munizioni vicino al campo esplose e diede fuoco alla West Stand: l’intervento stavolta fu possibile e la stand salvata. Questi due incidenti comunque costrinserò il club ad emigrare: dopo i bombardamenti la squadra giocò in trasferta tutte le partite rimanenti, tranne uno spareggio di coppa che si dovette giocare a Fratton Park, per l’inagibilità del The Dell; la stagione 1941-42, quella successiva all’esplosione del deposito di munizioni, vide i Saints chiamare casa il Pirelli Sports Ground a Eastleigh (città vicina a Southampton), impianto misto tra football e cricket situato nei pressi di Dew Lane, che oggi non esiste più.

Scorcio del The Dell negli anni 60

Dopo la guerra ed il ritorno al The Dell, il club vide crescere notevolmente la sua fan-base, con più  di 25mila spettatori di media nella stagione 1948-49; il successo al botteghino mise la dirigenza di fronte ad una nuova idea di espansione dell’impianto, frenata tuttavia dalla conformazione della zona circostante allo stadio, in particolare le due end, dove sostanzialmente non vi era più spazio per ricostruire le stand. Fu adottata una soluzione unica nel panorama inglese: sulla Milton Road End (la north stand) furono costruite tre mini-stand ad una altezza crescente partendo dall’angolo est verso la porta. Ogni piattaforma era in grado di ospitare fino a 300 spettatori e, per il loro aspetto viste da fuori e dall’alto, furono soprannominate quasi subito “chocolate boxes”, dato che ricordavano le famose scatole di cioccolata tanto in voga in quegli anni e furono gli unici upper-tier terraces in tutta la Gran Bretagna. Negli anni 50 il The Dell salì alla ribalta delle cronache anche per essere stato uno dei primi stadi britannici a dotarsi delle luci artificiali, un esperimento nato durante un tour all’estero giocato proprio alla luce dei riflettori. Fu montato un set base al costo di 600 sterline, utilizzato principalmente per gli allenamenti in considerazione del divieto imposto dalla FA di giocare gare ufficiali serali; l’inaugurazione avvenne il 31 ottobre 1950 in un’amichevole contro il Bournemouth & Boscombe Athletic mentre la prima vera gara ufficiale serale fu disputata l’1 ottobre 1951, quando la squadra riserve affrontò i pari grado degli Spurs con più di 13 mila persone sugli spalti a partecipare all’evento; alcune settimane dopo gli spettatori furono più di 22 mila per una gara della Hampshire Combination Cup contro il Portsmouth. Tuttavia la prima vera gara patrocinata dalla FA fu disputata quasi 4 anni dopo, nel settembre 1955, quando lo spareggio di FA Cup tra Kidderminster e Brierley Hill fu giocato qui.

Panoramica con in primo piano i famosi “chocolate boxes”

Così strutturato, con la West Stand progettata da Leitch, la East costruita ad immagine e somiglianza della West, il terrace sulla Archers Road e i Chocolate Boxes sulla Milton Road End, il The Dell rimase immutato fino alla fine degli anni 70 (eccezion fatta per l’hut costruito sopra la west stand ad uso frutto da parte della stampa): nel frattempo il club conobbe la massima serie del calcio inglese realizzando anche il record di presenze contro lo United nel 1969, quando 31.044 spettatori assistettero al match di campionato. I primi scricchiolii del tempo si fecero sentire nel 1978, quando i Saints tornarono in Division One e, di conseguenza, furono soggetti ai provvedimenti del Safety of Sports Grounds Act, emanato nel 1975.

Particolare dei “chocolate boxes”

Il sopralluogo sconcertò non poco i dirigenti, che addirittura pensarono ad una relocation prima di iniziare la serie di lavori necessaria all’adeguamento dell’impianto. Il costo totale fu di 1 milione di sterline ed il progetto fu realizzato nell’arco di 3 anni, tra il 1978 e il 1981. Inizialmente furono rimosse tutte la barriere contro le quali la gente potesse essere schiacciata, poi metà dei paddocks delle due stand principali furono convertiti a posti a sedere e, per finire, nel 1981 vennero demolite le amatissime Chocolate Boxes per riqualificare la North Stand. Quest’ultima venne sostanzialmente ridisegnata, con la realizzazione di una tier e…mezzo, visto che la parte inferiore venne lasciata intatta, con profondità a diminuire dall’angolo ovest all’angolo est per colpa dei ridotissimi spazi, mentre la parte superiore si interrompeva poco dopo la porta, verso l’angolo est. A livello di spettatori, nonostante l’apparente riduzione in dimensioni, la capienza aumentò, così come aumentò la sicurezza generale dell’impianto. Un progetto simile fu pensato anche per la end opposta, ma la realizzazione avrebbe probabilmente costretto a modificare pesantemente la viabilità della retrostante Archers Road e quindi fu accantonato. Alla fine degli interventi la capienza rimase rispettabile, con circa 25mila posti dei quali 9.175 a sedere.

Non servono commenti su questa panoramica

Contemporaneamente i discorsi sul cambio casa iniziarono ad essere più concreti. I primi rumors nacquero nel 1977, con il concilio cittadino che arrivò addirittura a scegliere un’area, quella della Western Esplanade (a sud della stazione, una zona già presa in considerazione sul finire degli anni 40), ma dopo 3 anni di trattative si capì che non era il caso di investire in un impianto partendo dalle fondamenta. Il motivo? Ovviamente i soldi, nonostante infatti un possibile contributo della città di 3 milioni di sterline, ne sarebbero servite almeno altre 9 per poter realizzare il tutto, senza contare poi il successivo astronomico affitto da versare annualmente nelle casse comunali per permettere alla città di rientrare nella spesa (e attualmente in questa zona c’è uno shopping centre, cosa che ha permesso al comune di uscirne comunque vincente). Negli anni 80 i discorsi di relocation furono temporaneamente messi in soffitta, per tornare poi prepotentemente alla ribalta dopo il Taylor Report, tra il 1989 e il 1990, che con il suo obbligare i club di First Division a stadi tutti con posti a sedere costrinse il Southampton da una parte a progettare la trasformazione del The Dell in un all-seater stadium, dall’altra a guardarsi attorno perchè in ogni caso la capienza dello stadio non sarebbe stata degna di un club al vertice del calcio inglese. Ancora una volta il consiglio cittadino venne in aiuto del club, identificando ben 14 potenziali siti dove far sorgere il nuovo impianto. La zona di Stoneham surclassava tutte le altre sotto ogni aspetto e questo fatto fu confermato anche dal consiglio dell’Hampshire; venne ideato un progetto interamente sportivo, con uno stadio da 25mila posti ed attorno una serie di strutture per allenamenti, atletica, sport indoor, sale conferenze, campi da tennis, ccampi da bowling e uffici per le federazioni sportive. Tutto molto bello sulla carta, ma presto si presentarono i problemi, riassumibili principalmente in 4 punti:

1) la delicatezza della zona dal punto di vista dei collegamenti, vista la vicinanza ad un importante tratto della M27 e la presenza dell’aeroporto quasi dall’altro lato della strada

2) l’opposizione dei residenti, raccolti in diverse associazioni, impauriti dall’aumento del traffico, del rumore, dell’inquinamento e della cementificazione dell’area

3) la difficoltà nell’acquisto completo del terreno, visto che 59 acri appartenevano al Concilio della Contea di Hampshire con gli altri divisi tra la città e la British Rail

4) l’appartenenza del terreno a due giurisdizioni: Southampton e quella facente capo a Eastleigh

Apparentemente questi problemi non fermarono nè il club, nè il concilio cittadino, che si misero a lavorare duramente dietro le quinte sulla realizzazione del progetto, convinti che non vi fosse posto migliore per il nuovo stadio. La prima battaglia, durissima, fu persa: nel marzo 1992 l’assemblea di Eastleigh votò all’unanimità contro il club; la seconda battaglia iniziò subito dopo, con l’appello del club al Secretary of State for the Environment (sostanzialmente la commissione per l’ambiente). Una malattia nella famiglia dell’ispettore ritardò le decisioni e quando tutto sembrava in dirittura d’arrivo, morì Stephen Milligan, rappresentante di zona, conservatore, del Parlamento. La sentenza arrivò nel luglio 1994, giusto un mese prima della deadline per l’all-seater stadium, che il club aveva deciso nel frattempo di rispettare (e vedremo successivamente come) e fu a favore dei Saints. La palla andò successivamente nelle mani dell’Hampshire County Council, che all’inizio bocciò sonoramente l’idea, per poi cambiare improvvisamente idea nel settembre 1995 (voltafaccia in apparenza motivato dal fatto che due anni dopo il terreno, in base a nuovi accordi cittadini, sarebbe comunque passato totalmente nelle mani della città di Southampton e quindi questo non fu altro che un tentativo di avere ancora potere, sottoforma di una piccola quota nel nuovo complesso sportivo). A questo punto siamo a metà del 1996 e le cose, finalmente, poterono procedere. 30 milioni di sterline e il progetto di costruzione dettagliato mancavano: se per i primi, per quanto difficile, la soluzione c’era, i disegni finali del complesso furono l’ultimo, insormontabile scoglio. Si passò infatti dall’idea di un polo sportivo all’avanguardia a quella di un polo commerciale con la presenza anche di una multisala: l’Hampshire County Council pose il veto e fu lo stop finale allo stadio a Stoneham, consacrato dal nuovo progetto alternativo elaborato dalla città di Southampton che conquistò i tifosi da subito. Ma questo lo vedremo dopo, perchè è tempo di fare un passo indietro e tornare all’interno del The Dell.

Panoramica di fine anni 80

Parallelamente ai discorsi ed alle trattative partite all’inizio degli anni 90 sulla relocation, i Saints si dovettero anche preoccupare di giocare a calcio e di farlo in un impianto a norma con le disposizioni del Taylor Report. La deadline dell’agosto 1994 consentì al club di aspettare e seguire costantemente l’evolversi degli eventi in città, ma quando fu chiaro che non ci sarebbe stato nessun nuovo impianto per quella data, iniziò la conversione del “The Dell” in un all-seater stadium. Già si sapeva comunque che il “The Dell” non sarebbe potuto essere il futuro del club visti i limitati spazi in cui era compreso: nel 1990 bastava infatti una semplice passeggiata attorno al perimetro per rendersi conto della non possibilità di espandere le stand esistenti o, nella migliore delle ipotesi, demolire e ricostruire tutto. Le due end, la Archers Road Stand e la Milton Road Stand, davano direttamente sulla strada con un andamento tutt’altro che rettilineo mentre l’espansione della West e della East Stand avrebbe comportato seri conflitti con i proprietari delle case retrostanti, senza contare la quasi totale assenza di parcheggi. Il primo passo nella modernizzazione fu il sistemare, per quanto possibile, le due stand più grosse, ferme ancora come struttura ai progetti originarli. Non si potè, ovviamente, cambiare questo, ma fu semplicemente fatto un lavoro teso a farle sembrare un po’ pù accoglienti: cambio di seggiolini, riverniciatura…una sorta di piccolo lifting con i colori sociali del club, senza tuttavia riuscire a cambiare l’aspetto esteriore e le coperture, che ormai mostravano i segni dell’età senza tuttavia perdere una briciola di fascino creata dal progetto di Leitch, la cui famosa “balconata” sulla West Stand era però nascosta sin dagli anni 50 dai tabelloni pubblicitari.

La West Stand negli anni 90

Il club e gli architetti si concentrarono invece sulle due end, entrambe molto difficili da riqualificare. La prima ad essere sottoposta ai lavori fu la Archers Road Stand, all’epoca completamente scoperta e scomoda, visibilità compresa. Nonostante la scarsa possibilità di ottenere una capienza accettabile e il futuro lontano da lì, fu realizzata una single tier stand di tutto rispetto con circa 1300 posti a sedere, una copertura semplice ma ben realizzata nel classico stile “a mensola” e, nell’angolo ovest furono posti la stanza di controllo dello stadio e la postazione medica, sormontati dal tabellone elettronico e con le mura dipinte in bianco, a pochissimi passi dove alle origini vi era la casa che praticamente guardava dentro il campo.

L’Archers Road Stand, da lontano

Era ora tempo di mettere mani all’altra end, la Milton Road Stand, il che avvenne dopo aver esplorato la possibilità di chiedere una proroga alla deadline, sperando nell’esito positivo dei negoziati a Stoneham. Gli indugi vennero rotti nel 1994 e la stand venne rifatta completamente da un team composto dalla WH Saunders and Sons per la parte di architettura e da Jan Bobrowski per la parte ingegneristica (un esperto negli anni 90 per la realizzazione di stands, dati i suoi trascorsi nella progettazione del North Bank di Highbury e nei lavori per Twickenham, Watford e molti altri stadi). La sfida era davvero complessa, avendo a disposizione uno spazio che spaziava dai 5 metri dell’east corner ai 30 del west: ne risultò una stand che era una continua variazione di angoli, con i seggiolini a seguire una curva simil-esponenziale dall’angolo est all’angolo ovest, per massimizzare il numero di posti sedere e mantenere la visibilità ottima in ogni punto. Viceversa la parte posteriore della stand andava dall’essere quasi assente nell’angolo ovest ad essere ben presente, con addirittura spazi pubblicitari, nell’angolo est. Anche la struttura della copertura rappresentò una sfida e la struttura di sostegno soprastante, a forma di porta, era del tutto particolare, non parallela (come solito) alla linea di fondo, ma ad allontanarsi dal campo a dar l’impressione quasi di girare su sè stessa e sparire (le immagini renderanno molto meglio l’idea).

La Milton Road Stand “nuova”

Anche all’esterno la nuova tribuna fu curata nei minimi dettagli, con la parte inferiore realizzata con i classici mattoncini rossi, sormontati dai pannelli grigi con la scritta del club. Ad un’estremità troviamo una sorta di medaglione decorativo mentre al centro, tra i mattoncini e la struttura soprastante, abbiamo una serie di archi ad alleggerire il tutto e a renderlo più armonioso. Al termine dei lavori, i posti a sedere ottenuti furono 2.897, per una capienza totale dell’impianto di 15.352 posti, il più piccolo della Premier League, ovviamente troppo piccolo. Non fu possibile realizzare executive boxes e tutte quelle facilities che ormai erano imperanti in ogni nuovo stadio costruito e questo, purtroppo, aveva il suo peso nello spingere ancor più i Saints lontani dal The Dell che, nonostante l’età, stava entrando nella leggenda grazie al miglior giocatore di sempre dei Saints, Matthew Letissier (di cui Pierpaolo ci racconta qui la storia), che con il suo talento portò ovunque il nome di questo stadio.

L’esterno della Milton Road Stand

La svolta verso la fine del The Dell avvenne attorno al 1998, con la consapevolezza della fine dei piani di relocation a Stoneham e la rivelazione, da parte del Chairman, dell’esistenza di un piano alternativo nella zona centrale della città, a St. Mary, alle origini del club. Il terreno prescelto era quello su cui sorgeva una centrale del gas chiusa da tempo, con una capienza prevista per il nuovo stadio di circa 32.000 persone, 7mila in più rispetto a Stoneham. Nonostante il tentativo di tenere il tutto nascosto, per non intralciare i negoziati in corso a Stoneham, la notizia filtrò e fu confermata sul finire della stagione 1998-99, con l’inizio dei lavori e l’approvazione dei tifosi, contenti di avere uno stadio nella casa originaria del club.

Panoramica dall’alto del “The Dell”

E così iniziò il countdown per questo storico impianto, che ebbe fine in due date, il 19 ed il 26 maggio 2001. Nella prima data fu disputata, in un’atmosfera festosa ed unica, l’ultima partita di Premier League contro l’Arsenal, cementata nella storia del club dal gol nei minuti finali di Matthew LeTissier, un gol che valse la vittoria 3-2 e chiuse per sempre il The Dell alle gare ufficiali. Con una nota di romanticismo, il miglior giocatore della storia dei Saints che chiude un unico e meraviglioso impianto con il suo ultimo gol in carriera. La parabola della vita, il migliore degli addii. Il 26 maggio invece, sempre con un pizzico di malinconia e romanticismo, avvenne la chiusura vera e propria con un’amichevole contro il Brighton, la prima squadra ad aver giocato nel “The Dell” alla sua apertura ed anche l’ultima. La “sfida” venne vinta dai Saints 1-0 con un gol di Uwe Rosler, attuale manager del Wigan, ma viene ricordata per l’incredibile festa e la caccia al cimelio dopo il fischio finale, con gran parte del pubblico in campo a caccia di pezzi di terreno, seggiolini e quanto fu possibile portar via: si narra che uno spettatore sia riuscito ad andarsene addirittura con un cartellone pubblicitario. Momento finale di una storia che in questo stadio vide il Southampton costruire la sua Cup Run del 1976 e battere lo United 6-3 nel 1996, in una partita che ancor oggi viene ricordata e celebrata.

La conseguente demolizione avvenne nei mesi finali del 2001 e, come quasi da tradizione, l’area venne riqualificata e resa residenziale; tuttavia, ad imperitura memoria, i vari blocchi di lussuosi appartementi hanno preso il nome dai migliori giocatori dei Saints: Stokes, Bates, Le Tissier, Wallace, Channon.

Il The Dell…oggi

L’IMPIANTO ATTUALE

La storia dello stadio attualmente utilizzato dai Saints inizia nel 1999, quando filtrò la notizia della disponibilità di un vasto terreno praticamente nel cuore della città, su cui sorgeva una vecchia azienda per la raccolta e lo sfruttamento del gas. Il concilio cittadino lavorava già da tempo sul progetto e l’uscita della notizia non fece altro che rendere ufficiale che lì sarebbe sorto il nuovo stadio del Southampton, per diversi motivi: innanzitutto si sarebbe tornati all’origine del club, nella zona di St. Mary dove nel 1885 nacquero ufficialmente i Saints; in secondo luogo la capienza prevista era di gran lunga superiore a quella del progetto Stoneham ed infine il costo totale dell’operazione era nettamente inferiore al progetto rivale, senza contare la minore influenza della burocrazia nell’iter di approvazione del progetto visto che l’unico interlocutore per i Saints era il concilio cittadino, da cui nacque l’idea. Nonostante il prezzo inferiore, reperire i fondi non fu comunque facile: circa 30 i milioni di sterline da trovare e la somma fu messa assieme grazie alla vendita del terreno su cui sorgeva il The Dell, ad un prestito di circa 17-18 milioni di sterline ed all’intervento di vari sponsor: incredibilmente non vi furono rincari durante i lavori e lo stadio fu denominato semplicemente St. Mary’s Stadium nonostante un iniziale ed impronibile “The Friends Provident St. Mary’s stadium” per motivi di sponsor. Per fortuna i fans si misero in mezzo e ottennero il nome attuale, che fortunatamente lo sponsor successivo decise di non toccare; l’inaugurazione ufficiale avvenne l’1 agosto 2001 in un’amichevole contro l’Espanyol, vinta 4-3 dagli spagnoli.

Visuale aerea del St. Mary’s stadium

Distante in linea d’aria poco più di 2 km da Milton Road e Archers Road, la zona del The Dell, il St Mary’s sorge a pochissima distanta dalla riva destra del fiume Itchen e dall’alto ha la semplice forma di un bowl senza interruzioni tra le varie stand. La struttura è piuttosto uniforme, nessun gioco di angoli, nessuna variazione di altezza: sostanzialmente perfetto, a differenza del vecchio stadio che era l’apoteosi dell’imperfezione geometrica. Salta inoltre all’occhio la scarsa disponibilità di spazi circostanti e a risentirne sono soprattutto i parcheggi, scarsi rispetto alla capienza ed alla possibile futura espansione delle stand. Classicamente comunque troviamo 4 stand, che prendono i nomi dalla zona della città verso cui sono rivolte, in grado di ospitare 32.689 spettatori seduti ed al coperto; come sempre andiamo a vederle singolarmente.

Arrivando a piedi allo stadio

ITCHEN STAND

L’esterno della Itchen Stand

Si tratta della main stand dell’impianto, situata sul lato est con la facciata che guarda il fiume Itchen (anche se questo è un po’ più distante rispetto ad altri fiumi nei pressi degli stadi, il Tamigi e Craven Cottage, giusto per fare un esempio). Arrivando dall’esterno si viene subito colpiti dai colori che dominano la facciata, il bianco, il rosso ed il grigio; non vi sono strutture originali, ma un blocco unico immediatamente sotto la copertura con il nome del club e dello stadio in rosso su grigio e, sotto, vetrate interrotte da colonne con il crest e, a volte, anche il logo degli sponsor. Di fronte, ad accogliere i fans, troviamo la statua di Ted Bates, alias Mr. Southampton, una vera e propria leggenda del club per il quale fece di tutto per ben 66 anni (e meriterebbe una storia a lui dedicata). Questa statua si trascina con sè una storia particolare: inaugurata inizialmente nel 2007, al costo di 112mila sterline (finanziate per metà dai tifosi mediante una raccolta fondi e per metà dal club), fu rimpiazzata l’anno successivo (il 22 marzo 2008) perchè la prima non assomigliava per nulla a Bates, scatenando una rivolta popolare. Di notte, l’illuminazione dell’esterno crea un piacevole gioco di luci/ombre, ma ovviamente il vero cuore pulsante della stand è l’interno. Abituati a strutture complesse, si resta sorpresi dalla semplicità di un’ampia single-tier stand sormontata da un’unica fila di executive boxes estesi lungo tutta la lunghezza della tribuna assieme al centro di controllo dell’impianto. Nella pancia abbiamo ovviamente gli spogliatoi, che sbucano al centro, la sala stampa e le hospitality suites, 4 in totale, chiamate con i nomi dei migliori giocatori della storia dei Saints: Terry Paine, Mick Channon, Bobby Stokes e, ovviamente, Matthew Le Tissier. All’altezza ovviamente anche tutte le facilities, con il piccolo tocco di classe delle toilettes pubbliche al di fuori dell’ingresso allo stadio lungo tutto il suo perimetro. Infine l’ultima curiosità, con la stand che, qualora il club ottenesse i risultati sperati sul campo, potrebbe essere già sistemata con l’aggiunta di un secondo anello, più piccolino, per aumentarne la capienza (e, a dire il vero, anche tutto il resto è stato realizzato in maniera tale da poter permettere un’espansione fino ad un massimo di 50mila posti, il che però costerebbe la bellezza di 32 milioni di sterline)

La Itchen stand dall’interno

Le due statue a confronto

NORTHAM STAND

L’esterno della Northam stand

La North Stand, che guarda verso il quartiere di Northam, immediatamente confinante con St. Mary, è la prima delle due end, collegata, senza interruzioni architettoniche e di posti a sedere (se non una piccola barriera) alle due stand principali. Similmente a tutte le altre tribune dell’impianto, la struttura è a single tier con l’altezza identica; rispetto alla Itchen Stand qui abbiamo, al posto degli executive boxes, una fila di pannelli trasparenti che permettono il passaggio dei raggi solari per mantenere al meglio il terreno di gioco (tale accorgimento è presente anche sulle altre due rimanenti tribune). In alto, collegato alla copertura ed esattamente al centro, troviamo il primo dei due megaschermi; i seggiolini, nella parte alta, sono dipinti in bianco a comporre la scritta Saints. Qui trovano solitamente posto i fans più caldi del Southampton assieme ai tifosi avversari, con un numero di posti a loro riservati che oscilla tra i 3.200 per le partite di campionato e i 4.250 per le partite di coppa (circa il 15% della capienza). Spesso viene creato un piccolo anello divisorio, tramite gli steward, tra le due tifoserie e per questo motivo sarà sempre difficile raggiungere un sellout completo al St. Mary. L’esterno della stand ospita uno dei parcheggi dello stadio, piccolo rispetto alle esigenze e l’aspetto è del tutto simile a quello della Kingsland e della Chapel Stand, che vi descriveremo successivamente. All’interno della stand infine ha sede, assieme al Southampton City Training (un’organizzazione motivazionale), il Saints Study Support Centre, che aiuta i ragazzi in difficoltà con gli studi al di fuori degli orari scolastici.

La Northam Stand

KINGSLAND STAND

Scorcio dell’esterno della Kingsland stand

Rivolta verso l’omonimo quartiere, si tratta della West Stand, posta di fronte alla Itchen stand e del tutto speculare ad essa tranne che per l’assenza della zona autorità e degli executive boxes, sostituiti, come accennato, dai pannelli traslucidi per permettere all’erba di ricevere la luce solare. I seggiolini nella parte bassa, dipinti in bianco, compongono le lettere SFC (acronimo di Southampton Foootball Club),mentre a volte in alto troviamo la composizione del nome dello sponsor. L’esterno non garantisce molto spazio agli spettatori: subito fuori troviamo infatti un piccolo parcheggio e poi la ferrovia, anche se la stazione più vicina dista più di un miglio. L’aspetto della facciata ricorda molto quello della Milton Road Stand del The Dell: la zona alla base in mattoncini rossi, sormontata dal resto della struttura (decisamente più grossa rispetto alla vecchia tribuna) in grigio col nome della stand in rosso al centro. A dominare sono le strutture di sostegno della copertura e l’angolo con la Northam stand è la zona dove solitamente giungono i tifosi provenienti a piedi dal centro città.

La Kingsland stand

CHAPEL STAND

La stand dall’esterno

L’ultima stand, quella sud, è rivolta verso il cuore del club, verso la St. Mary’s Church dove fu formata per la prima volta la squadra (nonostante il quartiere immediatamente antistante la stand sia Chapel, appunto). Ovviamente non presenta grosse differenze dalla tribuna opposta, la Northam, della quale replica anche il megaschermo sul tetto (per un totale di 2 in tutto l’impianto); la particolarità sta nel tratto finale della copertura che è trasparente come i pannelli sopra l’ultima fila di seggiolini, che, come già detto, serve per migliorare l’irraggiamento del campo. Attualmente questo è il settore dedicato alle famiglie, quindi il più tranquillo dell’impianto: sono meno tollerati di conseguenza insulti e atteggiamenti troppo aggressivi, anche se la partita la si vive tranquillamente con passione pure qui. La visibilità è ottima (come in ogni altro settore), l’unico appunto che si può fare è una relativa lontananza dal terreno di gioco: rispetto ad altri stadi infatti lo spazio tra le prime file e le linee laterali è molto maggiore per due motivi: la presenza di una sorta di via di fuga ed il campo molto ampio, seppure le misure siano quelle tradizionali. All’esterno nulla di particolare, se non un parcheggio ampio, ma non enorme, e la facciata simile a quelle delle altre stand, col nome in rosso su grigio al centro.

La Chapel Stand

L’ATMOSFERA

Seppur non così intimidatoria ed intima come ai tempi del The Dell, l’atmosfera durante i match dei Saints è buona, aiutata anche dalla recente risalita in Premier League e dal conseguente e notevole aumento del numero degli spettatori. Nel suo decennio e poco più di attività, il St. Mary’s ha visto una grande affluenza iniziale, con più di 30mila spettatori di media a partita con la squadra in Premier, un crollo verticale dal 2005 al 2009 con la squadra in Championship e una risalita successiva a partire dalle due stagioni in League One, con le oltre 26 mila presenze di media nella stagione di promozione in Premier (2011-12) e il ritorno a quota 30mila e oltre nel ritorno in Premier. Come detto la zona più calda è quella della Northam Stand, a diretto contatto con i tifosi avversari: viene tollerato in misura maggiore lo stare in piedi durante le partite qui e i tifosi danno libero sfogo alla loro creatività sui cori, gli incitamenti e gli sfottò. Ovviamente l’inno preferito dai tifosi è il celeberrimo “When the Saints go marching in”, con la canzone che viene cantata parola per parola identica al testo originale (nato come un inno gospel americano, scritto da Luther Presley e trasformato in musica da Virgil Oliver Stamps sul finire degli anni 30; da non confondersi con il quasi omonimo “When the Saints are marching in scritto sul finire del 19esimo secolo) e che si pensa sia stata adottata per l’affinità con il nickname della squadra.

La rivalità più accesa, sostanzialmente l’unica, è quella con i vicini di casa del Portsmouth, in quello che viene definito il south-coast derby. La rivalità, dovuta soprattutto alla vicinanza delle città e dai duelli economici nel passato, a livello calcistico nasce agli albori del 900, dopo la nascita del Portsmouth, avvenuta nel 1898. Le due squadre si sono affrontate più di un centinaio di volte, seppur vivendo periodi di fortune alterne, con i tifosi dei Saints che sfoggiano la loro vittoria in FA Cup e quelli dei Pompeys i loro 2 titoli di First Division. L’atmosfera durante i match è a dir poco elettrica, la rivalità è sentitissima, soprattutto dopo alcuni fatti accaduti negli ultimi 10 anni, in particolare l’assunzione da parte dei Saints di Harry Redknapp nel 2004, dopo un periodo ottimo passato ad allenare i Pompeys. E, come se non bastasse, lo stesso Harry poi tornò ancora ad allenare il Portsmouth, fregandosene sostanzialmente della rivalità. Tra i tifosi dei Saints il modo più comune per schernire gli avversari è chiamarli “Skates”, un sinonimo dispregiativo di “matelot”, termine nato dal francese/olandese ad indicare il fatto che i marinai dovevano dividersi il letto (Portsmouth è la sede della Royal Navy); pensate che per trovare questo termine fu indetto un sondaggio da una rivista di Sunderland, che cercava il miglior modo per offendere i tifosi dei Pompeys. L’ultima gara tra le due squadre è dell’aprile 2012, conclusasi con un pareggio: salvo match di coppa, difficilmente le rivedremo re-incontrarsi nel breve periodo vista l’enorme differenza sia di categoria, sia finanziaria, con i Pompeys che stanno lottando prima di tutto per sopravvivere come club. Eccezion fatta per questi match, il pubblico di Southampton è descritto da più parti come tranquillo e benevolo verso gli ospiti, merito di un’attenta ed intensa politica educazionale effettuata dal club sin dall’arrivo del Taylor report. Questo comunque non vuol dire che il pubblico sia silenzioso, anzi, come vi dimostrano i video del paragrafo.

CURIOSITA’ E NUMERI

Classificato 4 star nello speciale sistema di valutazione degli stadi Uefa, il St. Mary’s ha avuto l’onore di ospitare, nonostante la sua giovane vita, un match casalingo della nazionale inglese nel 2002, pareggiato 2-2 contro la Macedonia; sempre riguardo ai match internazionali si è giocata qui pure un’amichevole tra Giappone e Nigeria. Anche l’Under 21 ha già fatto il suo esordio su questo campo con la vittoria sull’Irlanda nel 2008 e ci è ritornata nel 2011 in amichevole, contro la Norvegia. Tornando invece a livello di club, solamente 1 la partita europea giocata dai Saints, contro la Steaua Bucarest nel primo turno della Uefa 2003, conclusasi con un pareggio 1-1.

Venendo invece agli utilizzi non calcistici, oltre ad essere sede di conferenze e balli scolastici (sì, avete capito bene e questo avviene in occasione delle festività di S. Anna e S. Giorgio), il St. Mary è stato utilizzato per la prima di un film (Casino Royale, il primo Bond con Daniel Craig) e per numerosi concerti, in particolare quelli dei Bon Jovi e di Elton John. Altra ospite particolare all’interno dello stadio è la sede della Hampshire & Isle of Wight Air ambulance sin dalla sua fondazione avvenuta nel 2007; infine il St. Mary’s è stato scelto tra i 17 impianti finalisti per ospitare la Rugby World Cup del 2015, peccato però che l’ultima selezione non l’abbia superata.

Capacità: 32.689

Misure del campo: 102 x 68 metri

Record attendance: 32.363 (2012 – Championship vs Coventry City)

FONTI

- Football ground guide

- Southampton FC Official Site

- Wikipedia

- Defty hallowed

- Groundhopping

- Simon Inglis: Football Grounds of Britain (1997 – Collins Willow)